DAVID ABULAFIA.
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FEDERICO SECONDO.
Un imperatore medievale.
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Parte 2.
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Titolo originale: Frederick the Second. A medieval emperor. 1988.
Traduzione di: Gianluigi Mainardi.
1990. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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4. Imperatore romano, difensore della Chiesa, 1220-27.
5. Il viaggio a Gerusalemme, 1227-30.
6. Legge e monarchia in Sicilia.
7. Figlio mio, figlio mio, Assalonne.
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FINE Indice.
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Capitolo quarto. IMPERATORE ROMANO, DIFENSORE DELLA CHIESA, 1220-27.
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1.
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Un unico, grosso ostacolo si frapponeva alla calata su Roma, per ricevervi la corona imperiale: la tenace opposizione di numerosi comuni lombardi, Milano in prima fila, che sin dal 1212 o ancor prima avevano preso con energia le parti di Ottone Quarto. Milano era stata colpita dal bando imperiale nel 1213: i suoi abitanti erano soggetti alla confisca dei beni e il suo governo era considerato alla stregua di un ribelle con cui Federico non era disposto a negoziati diretti. D'altra parte erano evidenti i rischi di una cavalcata imperiale sintantoch la fazione guelfa non si fosse ammorbidita. Due eventi agevolarono il viaggio di Federico. La morte di Ottone Quarto aveva privato i contestatori lombardi dell'unico vero punto di riferimento; non era pi possibile ai Milanesi e ai loro fautori proporsi come difensori dei diritti del legittimo imperatore, Ottone il Guelfo, contro il protetto del pontefice. Inoltre la paziente opera di mediazione del papato tra Federico e il fronte lombardo aveva cominciato a dare pigri frutti, ma proprio grazie alla lentezza e gradualit della soluzione i Lombardi avevano avuto il tempo di adattarsi alla nuova realt. Dopo essersi assicurati il sostegno delle citt tradizionalmente pro-Hohenstaufen, la pi potente delle quali era Cremona, gli ambasciatori della Santa Sede volsero l'attenzione al blocco imperniato su Milano, ponendosi come ovvio fine il conseguimento della pace. L'obiettivo ultimo sarebbe stato senz'altro raggiunto se si fosse potuto indurre i comuni lombardi a metter fine alle loro meschine rivalit, scambiare i prigionieri e trovare un terreno d'intesa senza pi ricorrere alle armi. Nel dicembre 1218 l'arbitrato papale pot dirsi cosa fatta: Milano e Cremona stabilirono un armistizio. Ma Federico non ne fu affatto commosso. Per lui la questione della Lombardia non si riduceva a una tregua tra le citt. Soltanto per mezzo di un atto di riconoscimento della sua alta sovranit avrebbe potuto essere ristabilito quell'ordine che emanava dalla dignit dell'imperatore-eletto. Si attendeva che i Lombardi lo accettassero come indiscusso re dei Romani, anche perch, cos facendo, non avrebbero esercitato alcuna autorit costituita, ma semplicemente ammesso la realt della sua elezione e incoronazione in Germania. Correva insomma tra le due cose la differenza tra un mero cessate il fuoco e un gesto di sottomissione. Ma nel 1220 anche i Milanesi scesero a patti, sospettosi ancora delle intenzioni di Federico ma costretti a confessare l'infondatezza dei loro peggiori timori in materia di imposizioni fiscali o politiche.
Un altro focolaio di resistenza era collocato pi a sud, negli ex territori toscani della contessa Matilde. A Firenze nel 1215 si era riaperta la spaccatura tra guelfi e ghibellini in seguito al vile assassinio di Buondelmonte dei Buondelmonti: una vendetta che, secondo la tradizione, sarebbe stata determinata dalla rivalit tra i grandi clan aristocratici, uno dei quali, quello degli Uberti, reag all'insulto di un giovane cavaliere che aveva accettato e poi rifiutato un'offerta di matrimonio avanzata da un "cliente" della famiglia. Pu darsi si trattasse di controversie locali, ma resta il fatto che da allora in avanti Firenze divenne un campo di battaglia tra i sostenitori di parte guelfa e ghibellina. Poco sensibili ai diritti del papato, entrambe le fazioni erano soprattutto interessate a rivendicare l'autonomia della citt-stato da ingerenze esterne di ogni provenienza, per cui non vedevano certo di buon occhio Federico. Sbaglierebbe comunque chi attribuisse alla cosa eccessiva importanza. Delle citt toscane agli inizi del Tredicesimo secolo, soltanto Pisa aveva carte politiche ed economiche in regola per competere con i comuni italiani del Settentrione; Siena si andava lentamente affermando come centro commerciale e finanziario; Firenze era appena ai primordi di una fase di sensazionale crescita economica che avrebbe raggiunto il culmine vari decenni dopo la morte di Federico Secondo nel 1250. Premeva sostanzialmente a Federico l'atteggiamento della Lombardia, le cui citt erano pi grandi, prospere e numerose, e avevano un'infelice tradizione di efficace resistenza all'autorit imperiale.
La preoccupazione di Federico di non irritare l'Italia del Nord durante il viaggio d'incoronazione aveva pi di un motivo. Non intendeva mettere in agitazione la Lombardia quando suo principale obiettivo era Roma, e il desiderio di aumentare il proprio prestigio tramite l'assunzione della corona imperiale. Gli aspiranti imperatori erano soliti indossare guanti di velluto (in senso figurato) attraversando la penisola diretti alla Citt Eterna; e Federico, impaziente di organizzare la sua crociata, non faceva eccezione, smanioso per giunta com'era di rivisitare, e ricondurre all'ordine, il regno di Sicilia dopo un'assenza di otto anni. Si mostr perci conciliante sia con i comuni che con il pontefice cogliendo, ma solo in chiave di soluzione temporanea, le istanze di quest'ultimo in merito alla futura configurazione dei beni matildici: il papato avrebbe amministrato i possessi dell'Italia centrale sino al raggiungimento di un accordo definitivo. Dimostrandosi accomodante nei confronti del papa e dei centri urbani, Federico pot nel 1220 valicare le Alpi e procedere verso mezzogiorno senza intoppi, in stridente contrasto con quanto gli era accaduto otto anni prima, quando i suoi nemici presidiavano le strade che portavano a nord. Comunque evit di abbandonarsi alle recriminazioni.
Superfluo specificare quanto fosse ansioso di mostrare la sua determinazione e l'esistenza di garbati ma pubblici dissapori con Onorio Terzo gli offr il destro di dar prova di energia e indipendenza. A Bologna lo attendeva una sequela di lagnanze degli emissari papali: perch aveva lasciato che il giovane Enrico fosse eletto re dei Romani a dispetto del volere del pontefice? Che non dimenticasse la promessa di tener separate le due corone! Come mai non aveva ancora messo seriamente mano all'ormai indifferibile crociata? Col senno di poi, alcuni storici hanno voluto individuarvi le prime avvisaglie di una controversia che avrebbe squassato l'impero nei dieci anni seguenti. In realt la politica di Federico in merito alle due corone era al momento piuttosto fluida. Ancora non aveva riaffermato la sua autorit in Sicilia; nulla gli assicurava di tornar vivo dalla crociata; non aveva ancora deciso - forse non decider mai - quale dovesse essere la posizione della Sicilia in rapporto all'impero romano: ne era parte integrante? Si doveva pensare a una semplice fusione personale di corone? E neppure, nel 1220, egli aveva risolto di approfittare del dominio in Germania e nell'Italia meridionale per stringere il papato e i comuni lombardi e toscani in una tale morsa da costringerli all'ubbidienza. Erano tutte questioni aperte, indefinite, meglio ancora nebulose; vana sarebbe la ricerca di un piano di massima degli Hohenstaufen nel 1220. Proprio la mancanza di coerenza nei confronti di Onorio Terzo rivela l'incertezza di Federico sulla natura e sui limiti dell'autorit imperiale in Italia. Valga ad esempio il titolo di duca di Spoleto conferito a Rainaldo, figlio di uno dei signori della guerra tedeschi, senza tener conto del fatto che Spoleto apparteneva al Patrimonio di San Pietro. Come fece per notare lo stesso Federico, era normale prassi detenere una qualifica nobiliare non supportata da possedimenti adeguati (si pensi a Enrico, che mantenne il titolo di conte di Malta anche dopo aver perduto l'isola). Un altro problema: Federico aveva invitato i maggiorenti siciliani all'incoronazione e si attendeva che gli rinnovassero fedelt in Roma. La dicotomia  evidente. Da un lato gli sembrava uno spreco gettare al vento l'occasione di legare a s un gruppo di sudditi noti per la loro insubordinazione: quale momento migliore di quello in cui sarebbe apparso dinnanzi al mondo circonfuso di gloria, come successore di Costantino e Carlomagno? Dall'altro, le pretese universaliste del Sacro Romano Impero rendevano scontato che, fosse pur la Sicilia un "corpus separatum", era sempre un "corpo separato" sotto la sovranit del vice-reggente di Dio sulla Terra, l'imperatore romano. Inutile dire quanto questo punto di vista contrastasse con la pi volte ribadita asserzione papale di vassallaggio dello Stato siciliano. Il conflitto tra autonomia e dipendenza da San Pietro non era stato risolto nel corso del Dodicesimo secolo, se non temporaneamente al capezzale di Costanza; improbabile che lo fosse d'un colpo nel 1220, con l'inserimento nell'equazione di una nuova incognita, l'ascesa del monarca siciliano ai troni tedesco e imperiale.
Che i pensieri di Federico si orientassero vieppi alla Sicilia  attestato da un incidente verificatosi in territorio bolognese e scaturito dall'arrivo di una delegazione diplomatica da Genova, la citt che maggiormente si era avvantaggiata del caos conseguente alla morte di Enrico Sesto. Tanto per cominciare, una famiglia di conti genovesi si era installata su Malta e Gozo, frammenti del dominio della Corona. Si erano poi via via aggiunte le massicce esenzioni fiscali concesse da Marcovaldo di Anweiler nel 1200; la conquista di Siracusa ai danni di uno squadrone corsaro di Pisani, ad opera di Enrico di Malta e del suo socio Alamanno da Costa, "conte di Siracusa"; e poi ancora la ratifica dei privilegi commerciali siciliani per mano di Federico Secondo quando nel 1212 aveva fatto tappa a Genova sulla via della Germania. A otto anni di distanza la gratitudine si era per stemperata: non si poteva speculare per sempre sull'ospitalit del 1212. Federico dichiar agli ambasciatori genovesi di non poter far altro che confermare i loro privilegi nell'impero, vale a dire in Germania e Lombardia. La pratica siciliana andava riposta in un cassetto sintantoch non avesse messo piede sull'isola; quello, insisteva, era il posto giusto per discutere del loro monopolio. Di fronte a un attentato cos vistoso alla loro posizione di eccezionale vantaggio sul mercato siciliano, il barometro degli umori dei Genovesi nei confronti di Federico pass al brutto stabile. Ma l'incidente  degno di nota anche per un'altra ragione. Federico aveva mescolato gli affari della Sicilia e dell'impero invitando alla cerimonia dell'incoronazione i notabili del Sud, ma li aveva tenuti ben distinti nei colloqui con i Genovesi. Se avesse giudicato quella siciliana una corona accessoria del suo impero, non si comprende perch avrebbe dovuto negare i diritti genovesi con i pretesti addotti. Beninteso, cercava anche di guadagnar tempo, nel tentativo di tenere "in caldo" la questione della privativa genovese sino a quando fosse stato in grado, per azione diretta sul suolo siciliano, di disciplinare i Genovesi e altri elementi di disordine.
Non vi  dunque motivo di dubitare della sincerit delle assicurazioni di Federico al pontefice a proposito dell'intenzione di tener disgiunti la Sicilia e l'impero. Il fatto  che il papato accarezzava l'idea di un divorzio totale delle corone, mentre Federico contemplava l'ipotesi di un'unione personale, nella quale la sua autorit universale in quanto imperatore romano garantisse una sia pur blanda copertura sulla Sicilia. Le incertezze nascevano dalla mai risolta disputa intorno allo status costituzionale del "regnum".
Nel tentativo di sopire i timori papali, Federico ad ogni modo scodell un'ulteriore raffica di promesse non appena raggiunta Roma, nel novembre 1220. Dal suo campo su Monte Mario, nei sobborghi della citt imperiale, rimirando ai suoi piedi la basilica costantiniana di San Pietro e le grandi opere dei suoi predecessori, i Cesari, Federico, giur a Onorio che mai la corona di Sicilia sarebbe stata amalgamata con quella dell'impero, che riconosceva per i tempi a venire la subordinazione della Sicilia non all'impero ma alla Santa Sede; che le burocrazie siciliana e imperiale avrebbero proceduto su binari separati, senza reciproche interferenze; che il regno di Sicilia era stato ottenuto da suo padre in virt della principessa normanna Costanza, e che non era stato conquistato come parte dell'impero romano. In questi impegni solenni risuonano ancora una volta i turbamenti di cui era caduto preda il papato quando Ottone Quarto aveva riesumato le tesi germaniche del Dodicesimo secolo secondo le quali la Sicilia null'altro era che un'indocile scheggia dei possedimenti italiani dell'impero romano. Risulta comunque chiaro che Federico intendeva conservare l'accoppiata impero-Sicilia, era irremovibile quanto alla designazione di Enrico come erede ai due troni e che in un senso pi ampio attribuiva alla dignit imperiale il valore di uno strumento correttivo universale, esteso a tutti i regni secolari indipendentemente dalle sottigliezze legali che in Sicilia e altrove legavano i loro governanti al pontefice. Quale imperatore romano, la sua autorit non aveva confini, esattamente come la facolt del papa di ammonire i peccatori non era circoscritta a quei principi, come i sovrani d'Aragona o d'Inghilterra, che da lui ricevevano la corona. Una lettera del febbraio 1221, traboccante di soddisfazione per l'ambto riconoscimento da poco ottenuto, tratteggia l'imperatore come il prescelto di Dio, destinato a servirlo nel cuore, nella mente e con ogni pi riposta energia.  il linguaggio dell'universalismo, espresso da un monarca che non accetta restrizioni alla sua autorit.
L'incoronazione avvenne in San Pietro il 22 novembre 1220. Quel giorno la citt di Roma era pi tranquilla di quanto fosse solito per l'occasione: in Roma almeno la faida tra guelfi e ghibellini non era visibile. La giornata si dipan senza incidenti. Disceso da Monte Mario, Federico entr nell'Urbe, evitando per di indugiarvi per rispetto delle prerogative papali - curioso paradosso che la sede dell'impero fosse altres la citt in cui la presenza dell'imperatore era pi osteggiata. In San Pietro si consum tutto l'ambiguo simbolismo di un'incoronazione imperiale: la promessa di proteggere la Chiesa, l'offerta di un tributo, la confessione al cardinale-vescovo di Ostia, con normale olio consacrato, sulle braccia e sulle spalle. Alcuni hanno ravvisato nell'assenza del crisma, e nell'omissione dell'unzione sul capo, un tentativo papale di sminuire l'importanza della cerimonia (che peraltro in questa forma veniva praticata gi nell'Undicesimo secolo). D'altra parte l'atto essenziale, la consacrazione del sovrano, aveva gi avuto luogo in Germania; Federico si ergeva ormai al di sopra dell'uomo comune grazie all'acquisito titolo di re dei Romani. Troppo risalto hanno forse voluto dare gli storici al significato della pi modesta forma di unzione adottata in Roma. Essendosi presentato come monarca, la liturgia aveva l'esclusiva funzione di elevarlo dallo status di "rex" territoriale a quello di imperatore universale. La prassi ordinaria era in questo caso superflua, importando solo ed esclusivamente il momento in cui il neo-imperatore si mostrava al popolo: adorno di mitra e del venerabile diadema di Ottone Primo, con scettro, spada e globo sormontato dalla croce, simboli del suo diritto di governare, della sua autorit universale e del suo potere di intervento nelle cose terrene. A conclusione della cerimonia l'imperatore, attenendosi a una discussa consuetudine, dovette reggere al pontefice la staffa mentre saliva a cavallo e quindi guidarlo per qualche passo. Come in passato aveva intuito il Barbarossa, l'intera scena si poteva interpretare come un'allegoria della sudditanza dell'imperatore al papa; a voler citare le parole di Innocenzo Terzo, la naturale superiorit del potere spirituale su quello temporale. Scopo dichiarato di ogni imperatore-eletto era comunque di farsi incoronare il pi presto possibile dall'indiscusso leader spirituale del pianeta, per cui le minuzie liturgiche, ancorch avessero un certo peso, venivano trascurate in considerazione del guadagno di prestigio come successore dei Cesari.
Federico approfitt dell'incoronazione per rinnovare il vecchio giuramento di vestire le insegne di crociato. La critica situazione dell'esercito cristiano rinserrato in Damietta rendeva la partenza di Federico quanto mai urgente, per cui - quali che fossero i dubbi di Innocenzo Terzo sulle intenzioni di Federico - la curia papale era vivamente interessata a che si accelerassero i tempi, individuando per di pi nella crociata la prima iniziativa importante di Federico come imperatore. Avrebbe dovuto muoversi nell'agosto 1221, provvedendo nel frattempo a convogliare soccorsi agli assediati. La buona disposizione di Federico a cooperare con il papato  dimostrata anche da altre azioni. A celebrare l'incoronazione, promulg un decreto, la "Constitutio in Baslica Beati Petri", che garantiva "in toto" le libert della Chiesa: gli ecclesiastici dovevano essere esentati dalla giurisdizione dei tribunali secolari, e per soprammercato dalla tassazione secolare. Erano previste misure contro gli eretici, in particolare la confisca dei beni e l'espulsione dalle terre in cui dimoravano. La "Constitutio" poco di nuovo aggiunge alle promesse gi fatte al papato; la sua importanza risiede nel fatto che venne emanata al momento dell'incoronazione, come primo atto del novello imperatore; e il suo inequivocabile messaggio era la concordia tra papato e impero. I peccatucci di Federico nel caldeggiare l'elezione del figlio in Germania, o nell'invitare i Siciliani alla sua coronazione in Roma, vanno contrapposti agli espliciti segni di apertura verso la Chiesa romana, in difesa delle libert ecclesiastiche, della pace e della Terra Santa. Sarebbe comunque ingiusto negare una dimensione secolare agli editti, la cui caratteristica comune era la protezione dei deboli dal sequestro e dall'usurpazione: il pellegrino e il viaggiatore, alla merc di banditi e ispettori delle tasse; il mercante, cui furono riconfermate le indennit di recupero in caso di naufragio; il contadino, eternamente in difficolt nel far valere i suoi diritti, segnatamente nell'Italia del Tredicesimo secolo interessata a grossi cambiamenti nella natura della propriet terriera e dei diritti di successione. Troviamo qui la pi limpida espressione del programma di Federico, che offriva pace e sicurezza a tutti onorando al contempo la Chiesa.

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2.

Via libera dunque verso la Sicilia, nella convinzione di potervi rimetter ordine. Ancora una volta l'atto dell'incoronazione aveva proiettato l'immagine, vera o falsa, di un governante senza uguali, un monarca determinato a rimediare al caos. Nel 1220, il fatto stesso di aver proclamato la pace era di per s garanzia di pace, a dispetto di preparativi inadeguati. Tra il 1212 e il 1220 leali funzionari della Corona siciliana avevano esercitato discrete pressioni sugli inquieti feudatari tedeschi dell'Italia meridionale, ma ora Federico si proponeva di abbattere coloro che si erano impadroniti di terre e privilegi durante la sua minorit. Appena messo piede nel regno di Sicilia, in quel di Capua, eman una serie di ordinanze intese a restaurare l'autorit regia con rapidit ed efficienza (dicembre 1220). Le "Assise di Capua" sono una mescolanza di legislazione normanna e una sorta di conservatorismo pragmatico: risalendo al sistema di governo vigente nel tardo Dodicesimo secolo e rimediando con un colpo di spugna agli abusi degli ultimi ventidue anni, Federico cercava di ricondurre la monarchia siciliana allo spirito che aveva animato Ruggero Secondo e Guglielmo Secondo. La terminologia delle assise di Capua ricalca sovente quella delle assemblee normanne. Abbondantemente sfruttate erano poi le dichiarazioni di principio enunciate da precedenti sovrani siciliani: la Corona d'ora innanzi avrebbe avuto l'ultima parola in materia di successione feudale e di matrimoni nell'ambito della nobilt. La sub-infeudazione, vale a dire la concessione di un fondo da un signore a un vassallo, per l'avvenire avrebbe dovuto ricevere l'imprimatur del re. Le propriet baronali, come quelle regie, non dovevano subire riduzioni. Ma era su queste ultime che erano stati commessi i peggiori abusi; estesi territori, lament Federico nelle assise, erano stati proditoriamente inglobati da coloro che avevano approfittato della sua infanzia; e dei sigilli reali molti avevano fatto cattivo uso, a cominciare da Marcovaldo di Anweiler, che si era arrogato il diritto di agire per conto di Enrico Sesto e Costanza. Il re-imperatore insisteva pertanto per una revisione generale dei titoli di possesso successivi alla morte di Guglielmo il Buono nel 1189; i privilegi legittimi sarebbero stati, beninteso, confermati (giustizia, non vendetta, era la parola d'ordine), ma i baroni che si fossero rifiutati di sottomettere i loro incartamenti all'esame nelle date fissate avrebbero automaticamente perso ogni diritto. Nulla di nuovo sotto il sole. Sin dal Dodicesimo secolo i monarchi occidentali avevano adoperato la convalida delle prerogative come flessibile strumento per conseguire alcuni obiettivi. Primo, il rinnovo dei benefici assicurava alla Corona un gradito afflusso di denaro; secondo, le forniva il modo di identificare gli oppositori e comminare loro eventualmente una punizione, se necessario ricorrendo ad un intervento militare; terzo, la metteva in condizione di riappropriarsi delle terre perdute (salvo occasionali manifestazioni di generosit, finalizzate a guadagnar consenso). D'un colpo si migliorava la posizione fiscale e si incrementavano le risorse in cavalieri che dovevano prestare servizio militare. Tra gli altri, posero l'accento sulla ratifica dei privilegi Riccardo Primo d'Inghilterra e Ruggero Secondo di Sicilia. Adottando un'analoga politica, Enrico Secondo d'Inghilterra a partire dal 1154 aveva addirittura requisito i "castelli illegali", edificati senza autorizzazione nel periodo di anarchia antecedente la sua assunzione al trono. Le direttive di Federico si palesarono assai efficaci: la semplice presenza del re-imperatore sul suolo del Mezzogiorno produsse un vero e proprio terremoto: numerosi castelli furono consegnati senza che venisse sparsa una sola goccia di sangue. Nei giorni inebrianti che seguirono alle assise di Capua non di rado bastava la lettura del proclama per ottenere risultati sorprendenti; alla peggio, era sufficiente far sfilare in parata l'esercito regio sotto i bastioni. L'Italia meridionale pieg il capo, spossata da anni di malgoverno o intimorita dai successi e dal prestigio del nuovo padrone.
L'assemblea generale di Capua espresse anche preoccupazione per il vetusto sistema normanno di governo, tuttora cigolante in Palermo. Non vi era nulla di sostanzialmente originale nell'ostinazione con cui Federico andava ripetendo che la Corona era la fonte della giustizia, e che al sovrano competeva in esclusiva l'approvazione della nomina degli ufficiali giudiziari, cui era dovuto ogni rispetto in quanto estensioni della persona del re. Un altro decantato pilastro dell'amministrazione normanna, riesumato da Federico, era l'annullamento dell'autonomia urbana. Le citt campane e pugliesi avevano incamerato generosi privilegi sin dai tempi di Tancredi e, pur non potendo vantare l'indipendenza dei comuni lombardi, eleggevano i propri consoli o governi. Federico, muovendosi nello spirito sia di Ruggero Secondo che del Barbarossa, annunci che per l'innanzi le assegnazioni sarebbero state riservate alla Corona; in questo modo le citt venivano reintegrate nel sistema regio di giustizia e tassazione. Devono avere avuto un certo peso le considerazioni di ordine tributario: Federico si prese il disturbo di cancellare gli apparati impositivi messi a punto nei centri urbani dopo la morte di Guglielmo Secondo; probabile che avesse in mente una serie di imposte a beneficio della cosa pubblica o di privati cittadini. Per il momento non avrebbe autorizzato neppure l'uso di nuovi porti e strade; pure questi dovevano essere assoggettati all'autorit dei funzionari doganali regi, spettando soltanto alla Corona il diritto (peraltro riconosciuto in molti altri regni) di costruire e mantenere simili strutture. Vie di comunicazione e porti erano infatti parte della "bona publica", accessibili a chiunque e quindi posti sotto la protezione e ratifica regia. Nel periodo normanno le strade di Puglia erano state famose per la loro sicurezza e utilit. Le assise di Federico furono insomma dominate da una combinazione di ordine e vantaggio fiscale.
Una chiara evidenza dei metodi operativi adottati da Federico ci  offerta dall'atteggiamento da lui tenuto nei confronti dei Genovesi. Le assise di Capua posero fine alla situazione di privilegio della repubblica ligure; i Genovesi erano senza dubbio tra coloro che meglio avevano saputo trar partito dallo stato di tutela di Federico per rafforzare i loro diritti in Sicilia, con la complicit di Marcovaldo, riuscendo a mettere in piedi un apparato doganale interno avaro di redditi per la Corona ma utilissimo a coprire i costi d'esercizio delle loro colonie nel Regno. Quanto a Siracusa, era stata usata come base nella guerra scatenata da Genova per la conquista di Creta: una guerra in cui gli interessi siciliani contavano come il due di briscola. Nell'arco di un paio d'anni, 1220 e 1221, l'erosione dello status genovese procedette a ritmi serrati. Alamanno da Costa venne buttato fuori, al pari di altri caporioni genovesi, e le sue propriet furono espropriate, magazzini e, con ogni probabilit, tenute di campagna comprese. L'avversione di Federico nei riguardi dei Genovesi nasceva dall'aver essi abusato spietatamente della sua giovinezza. Non si cur di soppesare le conseguenze politiche; era talmente sicuro del suo ascendente da non preoccuparsi oltre misura della prospettiva di perdere un alleato influente nell'Italia settentrionale. Nell'ambito del Mediterraneo era d'altra parte risaputo che il modo migliore di tener a bada i Genovesi era riversare favori sui loro inveterati rivali, i Pisani, o sui nemici pi recenti, i Veneziani, rei di aver loro sottratto Creta. Non v'era per giunta alcun bisogno di accordare a Pisa o Venezia privilegi generosi come quelli che i Genovesi avevano strappato a Marcovaldo. Avendo appoggiato Ottone Quarto, i Pisani erano ansiosi di compiacere Federico, che peraltro a quanto risulta non accord loro particolari vantaggi commerciali in Sicilia, pur non opponendosi al libero scambio nell'Alta Italia e in Germania, dove in ogni caso le citt erano libere di ignorare il suo comando potendo controllare l'esazione delle tasse. Da Capua, Federico and zigzagando per il Meridione, visitando angoli del regno di cui aveva imperfetta conoscenza. Indubbiamente rimonta a questo periodo il suo amore per la Puglia, la pi orientale delle regioni della penisola. Puntava per sulla Sicilia e nella primavera del 1221 approd a Messina, dove eman una sfilza di importanti ordinanze. Lo spirito della legislazione era ancora in parte quello della monarchia normanna che intendeva riportare all'onor del mondo, solidamente radicato nei codici del tardo romano impero, ma in pratica campeggiava il diritto canonico. A un primo sguardo il contenuto, quanto meno nella versione che ce ne offre il cronista di Federico, Riccardo di San Germano, appare banale. Vi sono provvedimenti contro le burle e il gioco d'azzardo, veicolo di turpiloquio e dunque non proibito in assoluto ma da condurre con decoro, pena la perdita della lingua o peggio. Altre due leggi concernevano gli ebrei e le prostitute. Entrambe le categorie dovevano indossare abiti atti a distinguerle (sia pur diversi tra loro) e ai giudei era fatto obbligo di farsi crescere la barba, mentre le prostitute, costrette a vivere all'esterno della cinta muraria, potevano recarsi in citt ed essere ammesse un giorno la settimana ai bagni pubblici. Evidente era nell'ottica di Federico la connessione tra Ebrei e meretrici: due gruppi marginali che minacciavano, a suo giudizio (o piuttosto a quello delle sue fonti tardo-romane e canoniste), di "contaminare" la societ cristiana in cui erano inseriti. Occorreva perci sottolinearne la diversit e limitarne i contatti con il resto della societ in modo da evitare un contagio morale. Ma vi sono anche altre questioni, che tra l'altro sembrano gettare un velo di dubbio sulla tolleranza di Federico - elogiata da molti storici - nei confronti degli Ebrei. Veniva ribadita con forza la normativa giuridica ecclesiastica prodotta dal quarto Concilio Lateranense del 1215;  difficile stabilire se gli Ebrei fossero davvero obbligati a indossare i foschi indumenti prescritti e d'altronde  verosimile che quelli osservanti gi si distinguessero per l'acconciatura, le vesti e la scelta dell'arabo come lingua d'uso quotidiano. Nel mondo mediterraneo del Tredicesimo secolo, cristiano e islamico, la "divisa" veniva in genere vissuta come un obbligo condizionante soltanto dalle classi pi agiate, che d'altronde avevano poche difficolt a comperarsi l'esenzione. Ma perch legiferare contro gli Ebrei quando in Sicilia prosperava (almeno prima del 1200) una comunit molto pi consistente di musulmani? In realt anche gli Arabi stavano per essere colpiti da disposizioni di singolare durezza che si inquadravano in una nuova concezione globale, germinata nella cerchia di Federico, secondo la quale il regno di Sicilia era uno stato cristiano, nel cui ambito i sudditi non cristiani, o che comunque agissero in maniera non cristiana (come le prostitute) erano i reietti della societ; sarebbero sempre vissuti ai margini dello Stato, costante pericolo per il suo tessuto morale. Un altro motivo che accomunava gli ebrei alle meretrici era la convinzione che si dovesse porre un freno alle relazioni sessuali scorrette: i cristiani non dovevano unirsi in matrimonio o avere rapporti intimi con gli ebrei; le prostitute, inevitabile sottoprodotto dell'umana lussuria, erano un incentivo alla fornicazione e al peccato. Di fatto la politica dell'imperatore verso gli ebrei fu tutt'altro che coerente sia sul piano geografico che su quello temporale. In Germania erano "servi della camera reale", tecnicamente sotto la protezione del sovrano; in Sicilia con il 1231 venne promulgata una complessa disciplina giuridica mirante, sino a un certo punto, a circoscrivere i prestiti a usura praticati dagli Ebrei, mentre al contempo Federico non disdegnava di servirsi a corte di uomini di scienza ebrei. Ancora una volta sarebbe assurdo andare a ricercare con troppa pignoleria segni di concordanza di idee, ancor meno di liberalit intesa in senso moderno. Il diritto romano, la pratica quotidiana e le esigenze della scienza divergevano anzich convergere.
E veniamo ai maomettani: anch'essi furono oggetto delle cure dell'imperatore non appena sbarc in Sicilia. La loro ribellione era in realt iniziata pi o meno all'epoca della nascita di Federico e da allora non aveva conosciuto soste. Tra i motivi originari di tensione vi erano lo scioglimento della loro regione semi-autonoma nella zona occidentale dell'isola, trasferita in gran parte per volont di Guglielmo il Buono all'abbazia di Monreale, e le incessanti pressioni affinch abbracciassero la religione cristiana. Gi nel Dodicesimo secolo vi erano state numerose conversioni, anche se molti preferirono, curiosamente, la dottrina greco-ortodossa. Agli inizi del Tredicesimo secolo rimanevano "santuari" islamici solamente sul lato occidentale, intorno a Monreale e nell'area che si stende tra Girgenti e la costa: qui i guerriglieri musulmani avevano ingaggiato una furiosa battaglia contro le autorit ecclesiastiche e l'amministrazione centrale, osando persino stampare proprie monete, in flagrante dispregio dei dettami delle assise normanne. Gli arcivescovi di Monreale erano a giusta ragione preoccupati delle continue depredazioni e, quasi non bastasse, gli Arabi si erano slanciati nell'arena politica: avevano sostenuto Marcovaldo di Anweiler, per cui anch'essi si potevano catalogare tra i malevoli sfruttatori della giovinezza di Federico; mantenevano legami con gli emiri nordafricani, prodighi di armi, sussidi e persino uomini. Accesi irredentisti, i loro metodi sgomentavano Federico. A far data del 1219 Girgenti era divenuta una roccaforte saracena: le chiese cristiane furono ridotte a un cumulo di macerie e in un'occasione il vescovo in persona cadde in mano ai ribelli. La strategia capuana era inadeguata alle circostanze: inutile per Federico emanar leggi, apparire in tutta la sua gloria, intimidire con un'ostentazione di maest. La scontata conferma dei diritti della cattedrale di Monreale sulle estensioni della Sicilia occidentale era di per s insufficiente a sedare i disordini. Bisognava ricorrere alle armi e a questo proposito ci si pu sorprendere che Federico non abbia invitato il pontefice a proclamare che la sua guerra era una crociata per la difesa della cristianit, tenuto conto che ai suoi occhi la rivolta saracena era un atto di tradimento contro la Corona non meno che una minaccia al cristianesimo in Sicilia. Dopo tutto, ai tempi di Marcovaldo di Anweiler gli sforzi - invero non erculei - del papato di domare i musulmani avevano sortito modesti effetti.
Due erano le misure da prendere: espugnare le cittadelle saracene in Sicilia e recidere il cordone ombelicale con l'Africa. Nel 1222 Federico invest con violenza Iato, dove si era asserragliato l'anima dell'insurrezione, Benaveth, o Ibn Abbad. Tagliata ogni via di comunicazione, Ibn Abbad si arrese dopo otto settimane di assedio e, tradotto in ceppi alla tenda di Federico, si prostern invocando perdono. Ma l'imperatore, furibondo per il proditorio comportamento dei Saraceni, immerse lo sperone nel fianco del nemico prostrato e ne lacer le carni. Ibn Abbad sopravvisse; ma entro una settimana venne impiccato a Palermo, insieme a due mercanti di Marsiglia, ambigui personaggi che avevano aiutato i musulmani e forse si erano resi responsabili della vendita come schiavi dei giovani partecipanti alla Crociata dei Fanciulli, dieci anni prima. L'annientamento degli alti comandi arabi fu un successo importante, tenendo per conto che la comunit saracena sin dall'epoca dei primi re normanni aveva potuto governare indisturbata nella Sicilia occidentale sotto un'altra dinastia, quella degli Ibn Hammud. Era ora giunto il momento di annichilire l'opposizione islamica, anche perch le scorrerie dei Saraceni non si potevano prendere alla leggera: possiamo considerarli gli irredentisti del Tredicesimo secolo, credo politico e tutto il resto.
E, come avviene ancor oggi, il Nord Africa non lesinava robusti incoraggiamenti. Nel 1223 Federico Secondo invi una squadra navale contro Gerba, un'isola dirimpetto alla costa tunisina che molto si era distinta in quest'opera di appoggio - notorio covo di pirati, intorno al 1130 era stata occupata da Ruggero Secondo al fine di proteggere il Sud della Sicilia da fulminee incursioni e garantire nel Mediterraneo centrale la sicurezza della navigazione. La fiorente comunit ebraica che da tempo vi si era insediata ne aveva valorizzato la naturale fertilit, dedicandosi in particolare alla coltivazione di indaco, datteri e prodotti pregiati. La caduta di Gerba venne tosto seguita dall'invito a questi ed altri Ebrei nordafricani a trapiantarsi in Sicilia e mettere col a frutto l'esperienza accumulata. Molti lo fecero. Ma Federico per il momento prefer non ampliare il proprio raggio d'azione: forse il controllo di Gerba bast a indurre gli emiri tunisini alla cooperazione, o almeno alla neutralit.
Quanto agli Arabi siciliani, la brutale uccisione del loro capo non ne aveva fiaccato del tutto la resistenza, che anzi per molti anni ancora costrinse Federico a distogliersi da altri compiti (compresa la crociata in Oriente). Via via che le roccheforti saracene alzavano bandiera bianca, la guerra acquistava sempre pi il carattere di una guerriglia. Magari  troppo azzardata l'idea che la mafia affondi le sue origini nella lotta partigiana condotta dai musulmani contro l'autorit centrale, ma bisogna pur riconoscere che le caratteristiche generali di quella lotta hanno molto in comune con il brigantaggio di Giuliano e dei compaesani negli anni quaranta del nostro secolo. Federico cominci a rendersi conto che il nocciolo del problema era rappresentato dalla capillare diffusione dei musulmani tra le accidentate colline della Sicilia occidentale - impossibile tenerli uno ad uno sotto sorveglianza. Ma ecco il colpo di genio: prelevarli tutti quanti erano e raccoglierli in una sola localit, quanto pi possibile lontana dalla terra dei loro sogni irredentisti. Ebbe cos inizio la deportazione degli ultimi Arabi di Sicilia verso la regione di Lucera in Puglia, un'antica colonia bizantina di pianura. Alla fine Federico venne alla determinazione di costringerli a vivere all'interno di Lucera, che si trasform in una citt araba. Il vescovo locale giudic saggio levare precipitosamente le tende. Lucera doveva diventare una speciale enclave maomettana, essendo garanzia della sua futura lealt l'isolamento dal mondo islamico. Si pu stimare che siano stati trasferiti, ovviamente non in un sol colpo, tra le quindicimila e le ventimila persone; calcolando, tanto per andare sul sicuro, un terzo di defezioni, una massa comunque di tutto rispetto per gli standard urbani dell'epoca. La ribellione che scosse la Sicilia nel decennio seguente ci induce a pensare che qualcuno sia riuscito a sfuggire all'esilio, anche se  probabile fosse alimentata da convertiti recidivi pi che da musulmani dichiarati, cui si aggiungeva un pugno di guerriglieri irriducibili nascosti tra le colline.
Federico prefer non intromettersi nell'amministrazione di Lucera, pur pretendendo il pagamento del testatico che, in tempi pi pacifici, era richiesto agli Arabi siciliani. Il testatico era in origine un'istituzione islamica, applicata ai danni di ebrei e cristiani; Federico la impose, al modo normanno, su ebrei e musulmani. Venne consentito l'esercizio del diritto islamico, sempre nel rispetto della tradizione normanna (e invero bizantina) dell'Italia meridionale; d'altronde, non lontano da Lucera vi erano, o vi erano state, comunit slave che avevano potuto conservare le proprie consuetudini. Ma Lucera era davvero un esempio di "raro illuminismo", come ebbe sorprendentemente a dire Van Cleve? Non v' dubbio che Federico abbia finito con l'amare la colonia saracena, affezionandovisi anzi ancor pi in seguito agli aspri rimproveri papali. Sappiamo che negli anni trenta venne eretto un palazzo imponente e gli scavi hanno rivelato che vi si doveva condurre una vita fastosa. Se le azzurre porcellane cinesi e altre ceramiche dell'Estremo Oriente deliziassero Federico Secondo o uno dei suoi successori,  impossibile dire. Ma  lecito ipotizzare che la dimora ricalcasse lo stile orientale, con un harem, guardie in costume e piante esotiche disseminate tra mille decorazioni. Intendiamoci, nulla di sconvolgente per Federico: i palazzi a Palermo in cui aveva trascorso la sua infanzia erano modellati su esempi nordafricani. La vera novit in Lucera fu l'accondiscendenza del sovrano nei confronti della fede musulmana; laddove, come abbiamo rilevato, Guglielmo il Buono aveva scoraggiato le pratiche islamiche a corte, Federico si dimostr indifferente alle devozioni dei suoi servitori saraceni. In primo luogo, sapeva che avevano combattuto duramente per le loro convinzioni religiose; centocinquant'anni di dominio cristiano non li avevano piegati. Essi rappresentavano il cinque o dieci per cento di una popolazione maomettana molto pi numerosa che era stata convertita o massacrata, ovvero, non di rado "motu proprio", aveva preferito imbarcarsi per l'Africa. Un nucleo di combattenti ostinati, di cui andavano sfruttate le capacit militari. In secondo luogo, erano sue creature, esattamente come gli Ebrei. A lui solo dovevano obbedienza, da lui soltanto prendevano ordini. Mentre gli Ebrei, artigiani e coltivatori di talento, venivano indirizzati all'industria e all'agricoltura specializzata, i musulmani erano utilizzati anche come soldati, domestici personali, concubine; attorno al 1240 vi furono sporadici tentativi, mediante assegnazione di buoi, di trasformarli in lavoratori della terra pugliese. Come gi i suoi predecessori normanni, Federico era attorniato da una guardia del corpo saracena, che lo accompagn persino a Gerusalemme! I Saraceni non avevano uguali come cavalleggeri e arcieri. Federico leg dunque a s i pi riottosi dei suoi regnicoli, per mezzo di una politica estremamente rude nel breve periodo - la miseria della deportazione - ma quasi generosa in tempi lunghi. Non che si mostrasse particolarmente tollerante nei loro riguardi; li usava a fini pratici. I musulmani che ascesero agli alti gradi dell'amministrazione erano tutti convertiti al cristianesimo; Uberto Fallamonaca, di cui si dice avesse tracce di sangue islamico nelle vene, divenne uno dei pi ascoltati consiglieri di Federico. Come nella Sicilia normanna, il potere effettivo era precluso ai Saraceni, che sopravvivevano grazie alla benevolenza del re - sua propriet personale. In Sicilia rimase qualche focolaio di resistenza, ma a tutti gli effetti la storia dell'islamismo nell'isola finisce con le traduzioni in massa a partire dal 1223.

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3.

Troppo occupato con gli Arabi di Sicilia, Federico pot prestare poca attenzione agli Arabi d'Oriente. La flottiglia di Enrico di Malta nel 1221 non aveva potuto impedire la caduta, il 7 settembre, di Damietta. In Europa la vergogna ricadde su chi era forse pi inconsapevole degli infiniti errori della Quinta Crociata: su Federico, reo di non aver onorato le promesse di guidare le armate verso Oriente; su Onorio Terzo, responsabile in minima parte delle tristi vicende di Damietta ma ansioso di dirottare su altre spalle il biasimo montante. La curia papale aveva le idee ben chiare: Federico aveva la possibilit di scrollarsi di dosso le accuse di insensibilit nei confronti della crociata prendendo finalmente le armi contro gli infedeli nel Levante. Davano man forte al papato i versi promozionali del trovatore Peirol: "Imperatore, Damietta t'attende e notte e giorno la Bianca Torre piange per la tua aquila che un avvoltoio ha scagliato ai suoi piedi". L'antitesi tra l'aquila imperiale, simbolo della legalit cristiana, e l'avvoltoio islamico, emblema dell'usurpazione musulmana, trova qui efficace espressione. Era ignominia dell'imperatore, diceva Peirol, che dalla crociata avesse tratto i maggiori onori il sultano. Sarebbe per ingeneroso concludere che l'entusiasmo di Federico si fosse intiepidito. Nel marzo 1223 si incontr con il papa a Ferentino per stendere i piani della spedizione e in quell'occasione diede segni di indubbia buona volont: rinnov il suo giuramento, fissando un limite massimo di due anni per la data della partenza; inizi a costruire una flotta nell'Italia meridionale, specificando che il trasbordo sarebbe stato gratuito per tutti coloro che avessero aderito all'iniziativa - dovevano essere evitate le terribili difficolt finanziarie della Quarta Crociata, i cui partecipanti non furono in grado di pagare a Venezia il prezzo della corsa. La flotta era imponente: cinquanta navi da trasporto per imbarcare i crociati e i loro cavalli, pi un centinaio di galee (senza contare le quaranta gi inviate a Damietta): la marina siciliana, grazie all'impulso di Enrico di Malta, si era irrobustita e il sogno di Enrico Sesto di impegnarla in una crociata era sul punto di realizzarsi. Anche il papa fece la sua parte: una nuova ondata di predicatori dilag per l'Europa e il re di Gerusalemme in persona, Giovanni di Brienne, visit le corti europee in cerca di aiuti. Questo Giovanni era un membro di quella stessa famiglia francese tra le cui file Innocenzo Terzo aveva scelto il suo campione nella lotta contro Marcovaldo; governava in qualit di consorte dell'ultima moglie Sybilla, erede al regno latino. Una successione pressoch ininterrotta di nascite femminili aveva privato l'Oriente latino di una guida maschile autoctona per quarant'anni; e, sebbene illustri principi occidentali fossero stati reclutati come mariti per le regine di Gerusalemme e avessero per questa via potuto diventare titolari, sarebbe arrischiato sostenere che Giovanni di Brienne fosse della medesima stoffa di alcuni di coloro che l'avevano preceduto. Il suo insediamento sul trono rec modesti vantaggi al regno di Gerusalemme, tuttora insidiato dai musulmani nonostante un parziale recupero dopo la morte di Saladino. Avendo avuto un ruolo di primo piano nella Quinta Crociata, doveva considerarsi corresponsabile dei terrificanti errori politici e militari che decretarono il collasso della spedizione. Pi che a Federico o al pontefice, sarebbe forse giusto attribuire le maggiori colpe del disastro di Damietta a lui e al legato papale Pelagio: i due non si erano mai incontrati faccia a faccia, ma violento e totale era il loro disaccordo su chi dovesse comandare in Damietta e Giovanni, per far capire chi era il padrone, arriv a batter moneta. Il suo asso nella manica, nella pianificazione di una nuova crociata, era la figlia, Isabella, o Iolanda. Nel 1223 Federico Secondo era gi da due anni vedovo della diletta Costanza. Ecco dunque pronta una regina di Gerusalemme in attesa di uno sposo che potesse tutelarne l'eredit. Sfortunatamente la questione dello status di suo padre, re in virt della moglie, non venne esaminata a fondo; in ogni caso, la conseguenza del matrimonio di Isabella sarebbe stata la comparsa di un "secondo" legittimo pretendente per diritto di matrimonio con l'erede di Gerusalemme. E chi meglio del futuro crociato, guida del mondo cristiano, Federico di Hohenstaufen? A Ferentino si ruppero gli indugi: Isabella doveva prepararsi a partire, Federico avrebbe acquisito il titolo di re di Gerusalemme; finalmente la "citt santa" avrebbe avuto il protettore di cui aveva bisogno - non una mezza cartuccia dalla Champagne, come Giovanni di Brienne, ma il massimo signore dell'Occidente. Un piano ambizioso, di cui per, ripetiamo, non erano state valutate a sufficienza tutte le possibili ripercussioni. Onorio visualizzava una situazione in cui Sicilia e Germania fossero due entit separate, con un Federico cinto della corona imperiale ma per cos dire distaccato dalle vicende dei regni che costituivano il suo impero universale. Verosimilmente il pontefice non calcolava di poter indurre l'imperatore a combattere e stabilirsi in Oriente; sperava piuttosto che Federico avrebbe dato un erede maschio al regno latino, capace a suo tempo di rifondare la dinastia di Gerusalemme, ancora una volta come regno distaccato. Una soluzione di questo genere certamente si accordava meglio all'idea che i Latini d'Oriente avevano del loro principato: non una parte dell'impero romano, n uno stato vassallo della Santa Sede; qualche vincolo affettivo con la Francia, ma in sostanza un'autonomia che doveva render conto soltanto a Dio. Come imperatore, Federico non vi aveva alcuna autorit; come guida di una crociata, avrebbe esercitato notevole influenza, ma non un esplicito potere politico; ma come sovrano titolare avrebbe avuto la possibilit di organizzare, difendere e salvare il regno assediato.
Anche il 1225 sembrava piuttosto impervio come data di partenza. Da un lato, la risposta alla predicazione della guerra santa era stata deludente: gli appelli di Giovanni di Brienne caddero in un vuoto reso pneumatico dal recente fiasco sul Nilo. Ragione di pi perch il papa riponesse la sua fiducia in Federico. Agli inizi del Tredicesimo secolo l'idea di una crociata in massa, capace di spazzar via ogni cosa sull'impeto dell'entusiasmo popolare, andava perdendo terreno a favore di una formula pi equilibrata: un'operazione pianificata nei minimi particolari, con bersagli selezionati, comandanti non improvvisati e stretti collegamenti tra la curia papale e le forze combattenti (le prove generali erano gi state naturalmente fatte con la Quinta Crociata). L'impresa di Federico Secondo, alimentata dalle risorse materiali dell'Italia meridionale, doveva procedere lungo queste direttrici, facendo leva non su arruolamenti casuali ma su contingenti militari organizzati, e adeguatamente equipaggiati, tratti dai domini dell'imperatore - dalla Germania, sino ad allora assai tiepida, dall'Italia settentrionale. L'assenza di baroni tedeschi alle riunioni in cui si gettavano le basi della crociata, in particolare a Ferentino, era perci motivo di nervosismo. Onorio cap che la fretta avrebbe potuto compromettere i preparativi. I ritardi, per quanto deplorevoli, erano del tutto giustificati e occorreva mettere nel conto le evidenti difficolt in cui si dibatteva Federico. Impossibile rispettare i tempi stabiliti; una nuova conferenza a San Germano fiss il termine ultimo al 15 agosto 1227, specificando numeri (2000 cavalieri) e fondi (625 libbre di oro siciliano). La minacciata scomunica in caso di ulteriori indugi va vista come un tentativo da parte del papa di procacciarsi una garanzia assoluta. Abbiamo avuto modo di osservare che lo strumento dell'anatema era gi stato usato in passato per pungolare crociati recalcitranti. Essendo tutt'ora Federico risoluto nei suoi progetti, non vi  motivo di attribuire all'ingiunzione il significato di un attacco al prestigio o al potere dell'imperatore. Era stata trovata una linea d'intesa su tutti i punti "caldi": la crociata, non appena fosse stato raccolto un esercito, il matrimonio con Isabella, l'aiuto finanziario a Gerusalemme. Arbitrario  dunque il voler vedere nella promessa di San Germano un "incauto gioco d'azzardo con la dignit imperiale", in cui l'imperatore lanciava il guanto di sfida al primato universale della Santa Sede. La nota fondamentale della strategia contingente di Federico e dell'atteggiamento di fondo nei confronti dell'autorit papale, era il desiderio di operare fianco a fianco con il papa, su obiettivi concordati e urgenti - e sull'urgenza della riconquista della citt di Gerusalemme e della difesa della Terra Santa c'era davvero poco da discutere. Il fatto che Federico di quando in quando fosse infastidito dalle sollecitazioni della curia o che perseguisse con caparbiet l'unione delle due corone non autorizza ipotesi di profonda divergenza tra politica papale e imperiale. Vi era uniformit di vedute sui fini principali, ma non sempre, almeno in quel periodo, sul modo migliore per raggiungerli, o sull'ordine delle priorit tra Germania, Italia, Sicilia e Oriente latino.
N San Germano significa che Federico avesse assunto il controllo dell'impresa sulla scia dell'insuccesso papale (tramite il legato Pelagio) a Damietta. La tesi del "colpo di mano" imperiale, suggerita da alcuni storici, si  dimostrata inconsistente. Quando Federico mosse "effettivamente" verso est, nel 1228, lo fece a dispetto delle maledizioni papali, trasformando la crociata in un'avventura imperiale, poich a quel punto aveva perso il favore e il supporto della Chiesa. Ma la vera novit era il mescolarsi di profumi imperiali e regali: un sovrano di Gerusalemme (per diritti venutigli dal matrimonio) difendeva e allargava la sua eredit. Il successo di Federico in Europa era stato cos travolgente da lasciar supporre ai contemporanei che egli potesse senza difficolt applicare il suo tocco magico anche al Levante. Le nozze sono dunque celebrate: dapprima per procura in Acri, consacrando tosto Isabella regina in Tiro; poi, giunta la sposa scortata dalle navi di Enrico di Malta, di nuovo in pompa magna a Brindisi, alla presenza della nobilt di Gerusalemme e di Giovanni di Brienne. L'intervento dei notabili di Gerusalemme offr a Federico l'opportunit di pretendere omaggio. Va da s che la risoluta assunzione della corona da parte di Federico offese a morte Giovanni. L'imperatore si attendeva di essere riconosciuto come signore di Gerusalemme a tutti gli effetti, e supponeva che Giovanni si sarebbe messo da parte - in qualit di consorte dell'erede vivente vantava maggiori diritti del vedovo della regina deceduta. Per un verso, il problema non era, o non era ancora, tanto grave: Federico non aveva posto piede in Terra Santa, dov'era in carica un "bailli" o reggente. Non si poteva per escludere che l'imperatore intendesse nominare un proprio "bailli" e magari inserirsi, avanzando nuove richieste, nelle aspre contese che gi dividevano la nobilt dell'Oriente latino. Era comunque evidente che la fretta di Federico nel rivendicare il pieno esercizio della sua sovranit gli avrebbe alienato in Occidente le simpatie di molti gruppi di baroni e giuristi gelosi della loro indipendenza, almeno di quelli convinti che in ogni caso le prerogative regie fossero ben delimitate. Giovanni di Brienne si precipit alla corte papale per stigmatizzare il comportamento di Federico. Intorno all'imperatore cominciava ad accumularsi quella "cattiva stampa" che caratterizz gran parte del suo regno; anche il matrimonio con Isabella andava configurandosi come un ingordo tentativo di aggiungere un'altra corona a quelle dell'impero e della Sicilia. La fama del fanciullo prodigio di Puglia si stava offuscando.
N certamente contribuivano a migliorare la situazione le chiacchiere relative al trattamento riservato a Isabella, nel 1225 poco pi che quindicenne e dunque in una situazione completamente diversa rispetto a Costanza. L'accoppiata regina matura - re giovane aveva invertito i suoi termini. Pu darsi che Federico ogni tanto attingesse al suo fornito harem, ma bisogna riconoscere che la novella sposa lo accompagnava spesso nelle sue peregrinazioni. Van Cleve ha fatto notare che le maldicenze provenivano da circoli vicini a Brienne e in genere situati nel remoto Oriente latino - e dunque non troppo attendibili per quanto concerne le abitudini notturne del sovrano. Il pontefice ne fu comunque profondamente turbato, o almeno si dimostr sensibile alle lamentele di Giovanni di Brienne, e rimprover a Federico la sua precipitazione, omettendo di rivolgerglisi come "re di Gerusalemme" nelle lettere che gli spediva. La presa di posizione di Onorio conferma la tesi secondo la quale il papa voleva due cose dal matrimonio: una crociata che colpisse nel segno e un effettivo erede al trono di Gerusalemme, da identificarsi non gi in Federico ma nel figlio che doveva dargli Isabella (Corrado nacque nel 1228). A partire dal 1225 risult pertanto sempre pi difficile al papato comprendere i moventi o le azioni di Federico. In particolare andava facendosi strada il sospetto che Federico, tutto sommato, fosse poco permeabile alle indicazioni papali in materia di crociata.
Quanto all'interessato, si deve partire dal presupposto che il trono di Gerusalemme avesse ai suoi occhi una rilevanza tutta particolare. Egli era il primo imperatore romano a potersi fregiare di quel titolo; ancora lo affascinava l'eco delle gesta di Carlomagno (tramandate nel mito contemporaneo) e della rinascita dell'"imperium" romano da una sponda all'altra del Mediterraneo. L'Islam rappresentava la grande sfida all'impero romano cristiano ed era dunque giusto colpirlo al cuore (nell'ottica occidentale) in Siria e in Egitto. Ma l'entusiasmo degli anni verdi di Federico si era in gran parte volatilizzato. Non era possibile ignorare le difficolt pratiche insite nel governo della Germania e della Sicilia. La crociata che aveva vagheggiato nel 1215, la crociata dell'eroe-imperatore nel pieno della giovinezza, si era mutata in un gravoso fardello di scelta di tempo, logistica, denaro e persino recriminazioni.

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4.

Quanto l'imperatore prendesse sul serio il suo impegno  dimostrato dalla decisione di convocare una dieta a Cremona per la Pasqua del 1226 onde discutere i dettagli della spedizione. Fu questo un momento cruciale della vita di Federico, poich ne scatur un'interminabile ribellione lombarda e ne nacquero infiniti travisamenti, sia tra i contemporanei che tra gli storici moderni. Rivolgendo il suo invito ad un tempo ai feudatari tedeschi e alle citt italiane, Federico lasci trasparire i suoi piani: la prosecuzione della crociata, la soppressione dell'eresia nei suoi domini e il riconoscimento dei diritti assicuratigli dalla corona imperiale. Proprio per questo molti hanno supposto che Cremona dovesse rappresentare la resurrezione della politica del Barbarossa, cos disastrosamente annunciata a Roncaglia nel 1158: il ricupero dei privilegi fiscali dell'imperatore e un robusto guinzaglio all'autonomia dei comuni. In realt tali questioni erano state regolate con la pace di Venezia del 1177 e il trattato di Costanza del 1183 e - nonostante il quasi totale allentarsi delle briglie germaniche dopo la morte di Enrico Sesto - non vi sono prove tangibili della volont di Federico Secondo, "hic et nunc", di negare ai Lombardi le libert per cui tanto avevano combattuto. Vero  che l'imperatore era ancora infastidito dall'atteggiamento di numerose citt lombarde, non ultima Milano, che a malincuore lo avevano accettato in sostituzione di Ottone di Brunswick, ma non va dimenticato che la stessa Milano era una citt divisa: nel 1221 era corso il sangue tra la nobilt di vecchia data e l'emergente ceto borghese: quest'ultimo, il "popolo", aveva invocato l'aiuto dei comuni filoimperiali da sempre ostili a Milano, in special modo Cremona. Dilaniata da sconvolgimenti intestini, che per nel 1226 avevano visto prevalere la fazione anti-imperiale, era anche Piacenza, strenuamente oppostasi a Federico nel lontano 1212. Scegliendo Cremona come luogo di raduno, Federico mostr di voler evitare i centri che non gli erano devoti, ma cos facendo autorizz il sospetto che fosse in procinto di inaugurare un'ambiziosa politica per la restaurazione del controllo imperiale nell'Italia settentrionale. I principi tedeschi dovevano confluire alla Dieta accompagnati da una scorta, in assetto di parata quanto si vuole ma pur sempre concreta minaccia; in ogni caso i comuni lombardi avrebbero preferito non venisse loro ricordato in modo cos eclatante che il "regnum Italicum" era una semplice appendice della monarchia germanica.
Anche la promessa di estirpare l'eterodossia suscit grande risentimento. L'eresia catara, recente vittima nella Francia meridionale della crociata contro gli Albigesi, aveva calamitato molti seguaci nell'Italia centrosettentrionale (infetta era in particolare Firenze); gli scampati avevano trovato rifugio in Italia, diffondendovi forme di catarismo ancor pi virulente e incentrate sulla dottrina della coesistenza, in pi o meno eterna rivalit, di due principi, quello buono, Dio, e quello cattivo, Satana, l'uno signore del mondo dello spirito, l'altro di quello della carne. Sebbene pi tardi gli eretici italici inclinassero dalla parte degli Hohenstaufen, unica difesa contro il papato e l'inquisizione, Federico diede loro lotta senza quartiere, considerandone le idee dualistiche una negazione dell'autorit regia per il semplice motivo che ponevano in dubbio quel comprovato rapporto tra l'Onnipotente e l'uomo di cui egli, in quanto monarca per divina intercessione, costituiva il cardine.
Ma ci che pi si paventava era lo smantellamento delle autonomie urbane. Le leggi emanate da Federico a Capua nel 1220 testimoniavano lo scarso conto in cui Federico teneva gli aneliti all'indipendenza: Napoli e altri comuni erano stati defraudati di libert in ogni caso molto pi limitate di quelle di cui godevano i Lombardi. A evitare allarmismi, sarebbe stato opportuno dare un'occhiata anche alla Germania, dove l'emancipazione urbana si andava estendendo ai possedimenti imperiali, seppur procedesse a rilento nei territori episcopali. L'errore fu la presunzione di estrapolare le linee strategiche di Federico da un numero insufficiente di punti - le assise di Capua, l'uso di Cremona come base operativa. Neppure i generosi doni concessi a questa citt in riconoscimento di una fedelt a prova di bomba e del futuro ruolo di custode degli interessi imperiali in Lombardia, valsero a placare l'opposizione. Nulla da stupirsi che avesse ricompensato Cremona, da tempo aggiogata al carro del vincitore; se ne sarebbe servito come di un grimaldello per scassinare il potere di Milano e dei suoi alleati. Cos pensavano i caporioni milanesi. Per parte sua Federico, angustiato dalla prospettiva di un rinfocolarsi degli attriti tra i comuni dell'Italia del Nord, trovava difficile conciliare l'amore professato dai Milanesi per la libert con la confusione che regnava dentro le mura e ancor pi metter d'accordo le istanze autonomistiche con i tentativi milanesi di costituire in Lombardia un dominio comprensivo di Lodi, Como e citt ancor pi lontane. I comuni stessi, rendendosi conto della gravit delle discordie intestine, solevano affidare per un anno il governo a magistrati forestieri ("podest") e quindi al di sopra delle parti. In base alle clausole della pace di Costanza si supponeva che questi "podest" fossero approvati dalla corte imperiale. Le perplessit di Federico non si raggrumavano in una radicale ostilit all'idea dell'autonomia, ma egli si augurava che la sua presenza avrebbe ammansito gli animi pi turbolenti: era pronto a fungere da arbitro, come peraltro gli imponevano i suoi doveri imperiali, e ansioso di proteggere le cittadine tiranneggiate da Milano e soci (non che sotto questo profilo Cremona fosse esente da colpe).
La proclamazione della dieta venne discussa dai rappresentanti di Milano, Brescia, Mantova, Padova, Treviso e Bologna, riunitisi a Mantova nel marzo 1226. Diffidando dell'invito di Federico, preferirono giocare d'anticipo e rinnovare la Lega Lombarda, convinti che i decreti del Barbarossa fossero in cima all'agenda del nuovo imperatore. Tutti si impegnarono a far fronte comune, per un quarto di secolo o anche pi, sino a quando non fosse stata sventata la minaccia alla loro indipendenza. Lascia stupefatti che l'assemblea mantovana abbia riunito intorno allo stesso tavolo i portavoce di comuni disseminati su un'ampia area geografica, ivi compresi un paio, Mantova soprattutto, che in passato non si erano sempre mostrati ostili verso gli Hohenstaufen. La rifondazione della lega ag da catalizzatore per l'intera Lombardia. Si aggregarono numerose cittadine, pi d'una negli anni trascorsi messa a sacco da vicini troppo invadenti: Lodi, Vercelli, Faenza, e poi Alessandria, irriducibile avversaria dell'impero sin dai tempi del Barbarossa, e l'emergente Torino. Il marchese del Monferrato fu il pi prestigioso dei grandi proprietari terrieri che aderirono all'iniziativa.
Ma la dieta rischi di naufragare ancor prima che la lega assumesse proporzioni imponenti. I Milanesi e i loro alleati bloccarono i passi alpini e anche quei principi tedeschi - come il figlio di Federico, Enrico - che erano riusciti a scavalcare le montagne, dovettero ripiegare su Trento avendo trovato forte ostacolo in Verona, unitasi com'era prevedibile all'insurrezione lombarda. Le truppe inviate in tutta fretta ai valichi alpini da Cremona non poterono impedire che i grandi baroni, limitati di risorse militari ad onta dei timori lombardi, se ne tornassero con la coda tra le gambe d'onde erano venuti. I lavori della dieta si aprirono cos in pieno marasma politico: pochi dei convocati erano presenti e tra di essi spiccavano alcune delegazioni sulla cui fidatezza non c'era da mettere la mano sul fuoco, tipo i Genovesi. Como era rappresentata, come si conveniva a una citt che rischiava di bruciarsi per la troppa vicinanza a Milano. Pisa, ora sotto l'ala protettrice degli Hohenstaufen, era l per protestare la sua lealt dopo l'imbarazzante amicizia con Ottone il Guelfo; Parma, Modena e Reggio Emilia, allineate tra Piacenza e Bologna, deprecavano il rilancio della Lega Lombarda ad opera di nemici inveterati. Asti e Lucca avevano in passato cooperato con Federico Primo o Federico Secondo. Si notavano infine il massimo esponente della casa d'Este, che in futuro avrebbe avuto un ruolo importante nelle guerre lombarde, e un pugno di feudatari tedeschi che erano riusciti a eludere il blocco. Ad ogni buon conto la dieta non si occup affatto della demolizione delle libert lombarde. Federico riteneva di aver chiesto ai comuni nulla pi di quanto gli concedessero i termini della pace di Costanza del 1183; ma i ribelli erano convinti che quello stesso trattato desse loro il diritto di opporsi all'imperatore ove questi avesse ecceduto i suoi poteri.
Eppure egli non l'aveva fatto, n aveva l'intenzione di farlo. Gli insorti erano stati troppo precipitosi. Non v' ragione di supporre che l'obiettivo primario della dieta di Cremona non fosse la discussione della crociata. Va da s che il novello imperatore desiderasse mostrarsi ai sudditi lombardi, ma i suoi propositi al riguardo erano cerimoniali pi che costituzionali. Avrebbero dovuto convenire delegati dalla Sicilia, dalla Germania e dalla Lombardia, in modo da riunire sotto un'unica simbolica bandiera tutti i regnicoli. Ma il vero oggetto del contendere era la crociata. Gli stessi Lombardi non avevano alcuna prova certa della presunta animosit dell'imperatore; ne denunciavano le subdole manovre, ma non fornivano dettagli. Erano in errore; avevano messo in scena una reazione spropositata. Pochi accenni nelle lettere imperiali ai "diritti dell'impero" o alla sua restaurazione non costituiscono evidenza di una rivitalizzazione della politica del Barbarossa, anche se  comprensibile che Federico Secondo giudicasse esagerate le libert urbane e vedesse in Milano una fomentatrice di disordini di cui occorreva ridimensionare le ambizioni. Ovviamente il rifiuto di Milano di partecipare alla dieta era gi di per s una sconfessione dell'autorit di Federico sul "regnum Italicum", mentre il ruolo avuto nella formazione di una nuova Lega Lombarda venne considerato negli ambienti imperiali un atto di tradimento - i ribelli furono messi fuori legge, colpiti dal "bando" imperiale. L'asservimento di Milano e dei suoi alleati alla Corona divenne - ma, a ben vedere, su istigazione lombarda - un tema centrale nella politica di Federico Secondo, costringendolo ad aggiungere all'elenco delle sue preoccupazioni, gi saturo di Germania, Sicilia e Gerusalemme, anche l'Alta Italia, un'area che sino ad allora aveva fatto del suo meglio per ignorare. L'ingresso della Lombardia tra i motivi d'inquietudine incise peraltro profondamente sui rapporti con il papato, poich la Santa Sede temeva che la contemporanea presa di potere imperiale nel Nord e nel Sud minacciasse i propri interessi territoriali nell'Italia centrale e in Romagna.
Onorio Terzo fu dunque lesto a interporsi come paciere, anche perch l'insurrezione rischiava di rimandare la crociata alle calende greche. Federico sottoline questo punto nell'incontro con il cardinale di Porto, recatosi in Lombardia per parlare del Santo Sepolcro e di altre questioni. L'intervento del papato non fu comunque in alcun modo diretto a contrastare Federico. Nonostante il suo tradizionale ruolo di mediatore nelle dispute delle citt lombarde, l'imperatore, dando prova di saggezza, cedette questo ruolo al Vaticano. L'arbitrato imperiale aveva fatto spesso cilecca nel Dodicesimo secolo e, per giunta, Federico e il pontefice avevano un obiettivo comune, la spedizione in Terra Santa. Ci che sorprendeva nel 1226  il clima di fiducia che si era instaurato tra loro. Pur consapevole che l'ammutinamento era un brutto colpo al suo prestigio, Federico non cerc rivalse ed anzi, a dimostrazione del suo desiderio di pace, non lev le armi contro i Lombardi. In primo luogo, i rinforzi dalla Germania erano arrivati con il contagocce, costretti per la maggior parte a segnare il passo nel Sud Tirolo. D'altra parte era chiaro a Federico che una sollevazione lombarda avrebbe potuto tenerlo immobilizzato quando ancora c'era molto da fare in altri territori dell'impero, primo tra tutti il nuovo regno di Gerusalemme. Tutto lascia dunque pensare che nel 1226 Federico non avesse alcuna velleit di far valere i diritti sovrani rivendicati all'impero dal nonno; il tentarlo sarebbe stata pura follia; tutte le sue energie erano indirizzate a una rapida pacificazione della Lombardia, sia pure attraverso i buoni uffici papali.
La mediazione romana, tanto per cambiare, mirava essenzialmente alla liberazione dei luoghi santi. Il cardinale di Porto, da tempo impegnato a raccogliere proseliti in Germania, nutriva la speranza di estrarre un certo numero di crociati anche dalla Lombardia. Tra i plenipotenziari del papa e i Lombardi si convenne perci di non frapporre ostacoli ai preparativi di Federico e di consentire a suo figlio Enrico di muoversi da Trento con un migliaio di cavalieri per raggiungere Cremona. In cambio i Lombardi pretendevano per il diritto all'esistenza della loro lega e il ritiro del bando imperiale. Alla corte di Federico un gruppo di vescovi fedeli rese pubblico il punto di vista ufficiale: Federico non aveva intenzione di nuocere alle citt, ma si rifiutava di decurtare i diritti acquisiti dalla Corona. Si intravvede il suo desiderio di conformarsi per quanto possibile alla lettera - cos come lui l'interpretava - del trattato di Costanza. Rivendicazioni e controrivendicazioni si andavano per infittendo. Impossibilitato a superare la vallata dell'Adige, Enrico torn in Germania, il papato fece del suo meglio per indurre Milano a scendere a patti, minacciando i comuni lombardi d'interdetto, l'equivalente spirituale del bando imperiale. Federico diede pieno appoggio ai legati papali durante i lunghi e tormentati negoziati tra i ribelli e la corte, rammentando a Onorio Terzo, in una lettera dell'agosto 1226, che "l'onore della Chiesa romana, cos come il nostro onore e quello del nostro impero" era stato sfidato dai Lombardi. Dall'altro canto, la mediazione era resa necessaria dal semplice fatto che i Lombardi rifiutavano di intavolare trattative dirette con l'imperatore - lo vietava espressamente il giuramento di ricostituire la lega. Unico mezzo per comporre la vertenza, senza far ricorso alle armi, era dunque l'intervento di una forza "neutrale" accetta ad entrambe le parti. Logico che, almeno in un primo tempo, gli inviati del Vaticano non nascondessero le loro simpatie per le frustrazioni di Federico.
Quanto lontano fosse disposto a spingersi l'imperatore risulta dai termini dell'accordo raggiunto con la lega, a cavallo tra dicembre e gennaio. Fulcro dell'intesa doveva essere il perdono delle offese ricevute e la revoca del bando. In certi casi era prevista la restituzione di beni e prigionieri. Occorreva risolvere le controversie che avevano consigliato la convocazione della dieta di Cremona: ai Lombardi era fatto obbligo di fornire quattrocento cavalieri per due anni, da destinare alla crociata - gli entusiasmi si erano talmente affievoliti che i volontari non erano pi sufficienti. Gli eretici andavano perseguiti ed espulsi, senza per contravvenire agli ordinamenti municipali (rispettando, ad esempio, le propriet degli esuli). Nell'insieme, un "pacchetto" di proposte dai toni smorzati. Ingoiando il rospo del forzato condono dell'atto di lesa maest azzardato a viso aperto dalla Lega Lombarda, Federico accett perch gli si dischiudeva la possibilit di non ritardare oltre la partenza per la crociata.
I sacrifici richiesti ai Lombardi erano cos lievi che papa e imperatore rimasero stupefatti quando la lega temporeggi. I suoi delegati sostennero che la loro copia delle clausole era finita a bagno, diventando pressoch illeggibile. Onorio non si lasci menare per il naso: o i Lombardi si piegavano all'accomodamento, e davano man forte alla crociata, o lui avrebbe fatto uso di tutte le risorse sue e dell'imperatore per punirli della loro impudenza. La scomunica, accompagnata dal rinnovo del bando imperiale, aleggiava nell'aria. Anche Onorio aveva le sue priorit. La tattica dilatoria dei Lombardi, per tacere della manifesta ribellione, recava danno alla Chiesa, agli interessi dell'imperatore e a quelli di Cristo. La denuncia di Onorio non lascia perci dubbi sul fatto che la cooperazione tra papato e impero rimaneva un punto fermo della sua linea d'azione. Non potrebbe essere pi netto il contrasto con la prima Lega Lombarda, sobillata da Alessandro Terzo. In realt le citt della Valle Padana, turbate dalla latitanza della protezione papale, avevano gi avuto un abboccamento con Giovanni di Brienne nella tarda primavera del 1226 a Faenza, intuendovi un potenziale leader contro il genero Federico.
La bolla di Onorio gett lo scompiglio tra i Lombardi, inducendoli infine, quattro mesi appresso, nel marzo del 1227, a sottoscrivere le condizioni. Un anno di insubordinazione aveva fruttato loro pochi risultati tangibili. Resta da aggiungere che non equipaggiarono i cavalieri promessi, nonostante la generosa offerta di Federico di sobbarcarsi i costi del trasporto a est. L'accordo del 1227 era a loro giudizio un armistizio pi che una formula di pace duratura. Non si pu dar loro completamente torto: l'imperativo della crociata relegava in un canto ogni altro problema che avrebbe potuto presentarsi in seguito. Si tornava in pratica allo "status quo ante". Il potere e l'influenza di Milano non erano scalfiti e i Milanesi, in disgrazia presso la corte imperiale, devono essersi chiesti quale politica avrebbe adottato Federico una volta tornato dalla Terra Santa. Motivo di giustificato allarme era poi l'atteggiamento degli ambasciatori papali. Certo avevano tenuto in poco conto gli interessi della lega e non era il caso di prendere sottogamba le minacce di Onorio. La morte di quest'ultimo, verso la met di marzo, poco prima della conclusione del dissidio, non fece che attizzare le incertezze lombarde sulle prospettive future. Il suo successore, il cardinale vescovo di Ostia (gi protettore di San Francesco), che prese il nome di Gregorio Nono, era stato utilizzato da Onorio in molte e importanti legazioni. Nel marzo 1227 non v'era motivo di supporre che l'era della collaborazione papale-imperiale fosse prossima alla fine.
Onorio Terzo si era sforzato durante il suo pontificato di dimostrare che la via maestra alla pace in Europa passava attraverso una politica di conciliazione e cooperazione, in particolare con il nuovo imperatore. D'altronde era questa la migliore garanzia di una crociata; e la Terra Santa aveva alla sua mente, come a quella di molti papi medievali, la precedenza su ogni altra considerazione. Prefer adottare accenti pi miti di Innocenzo Terzo prima di lui o Gregorio Nono e Innocenzo Quarto dopo di lui, dando sempre il massimo credito a Federico senza per questo lesinargli rabbuffi ogni qualvolta gli sembrava che travalicasse i suoi diritti - l'elezione di Enrico in Germania, o le occasionali ingerenze dell'imperatore del Patrimonio di San Pietro (in genere mandando in avanscoperta l'ambiguo duca di Spoleto, Rainaldo von Urslingen). Forse tra tutti i pontefici che ebbero a che fare con Federico fu proprio Onorio Terzo quello che meglio seppe interpretarne il carattere e gli obiettivi. Onorio dimostr che tra papa e imperatore, nell'ambito delle inevitabili divergenze d'opinione, esisteva un terreno d'intesa che andava esplorato non a suon di tonanti denunce ma ricorrendo all'arma della persuasione. Con la sua morte si chiuse un periodo di fruttuosa collaborazione.
Analizzando la buona armonia tra Federico e Onorio si  tentati di chiedersi chi in quegli anni manovrasse i fili della politica. L'impronta di Onorio  facilmente individuabile nelle lettere, ferme ma concilianti, che uscivano dalla sua curia, dove pur non mancavano voci rispettosamente dissenzienti che suggerivano una linea d'azione pi bellicosa: la difesa della sovranit del papato in Sicilia, la protezione della Chiesa siciliana, che Federico cercava di sottomettere sull'esempio dei suoi predecessori, la separazione delle due corone. Da quanto avvenne in seguito risulta evidente che le maggiori perplessit erano manifestate, almeno in privato, dal vescovo di Ostia, il futuro Gregorio Nono - non soltanto sulla reale disponibilit di Federico a farsi carico di una crociata, ma anche sulla sua condotta personale, sulla volont di governare ad un tempo in Germania e in Sicilia, e persino sull'atteggiamento verso i Lombardi. Pare comunque assodato che gli inviati di Onorio in Lombardia lo abbiano servito con fedelt, evitando con cura di screditare l'imperatore.
Abbiamo motivo di pensare che anche presso la corte imperiale vi fosse disparit di vedute: la campagna di stampa denigratoria che accompagn l'elezione di Gregorio Nono lascia supporre che in quegli anni si sia formato un gruppo di pubblicisti virulenti nella condanna delle pretese papali. Si andava affermando una nuova generazione di propagandisti aggressivi, usciti dall'Universit di Napoli, fondata nel 1224 da Federico con l'intento di farne essenzialmente un centro di studi legali, che si innestava sulla solida tradizione delle scuole di retorica di Capua. L'ascesa al trono stimol Federico e la sua cerchia a ricercare nel glorioso passato di Augusto, Costantino e Carlomagno le fondamenta del valore universale della dignit imperiale. Accanto a questa visione di sovranit assoluta, coesisteva nella sua mente un'immagine pi convenzionale e per nulla incompatibile con la prima: compito dell'imperatore era trasmettere al figlio Enrico un'eredit intatta, perch Dio aveva a questo scopo designato la casa di Hohenstaufen; la travagliata giovent, la lunga battaglia per riscattare quelli che ormai considerava i suoi diritti acquisiti in Germania e in Sicilia, tutto aveva contribuito ad accentuare il carattere dinastico del disegno globale di Federico. Il destino degli Hohenstaufen era affar suo non meno del ricupero di quanto gli veniva in Lombardia o altrove; insomma, i due temi erano indissolubilmente intrecciati. Federico era un tipico prodotto dei secoli Dodicesimo e Tredicesimo, vittima degli stessi affanni che tormentarono Enrico Sesto, gli Angioini che alla sua morte presero il potere e gli Aragonesi che in parte li soppiantarono: assicurare un futuro alla propria discendenza, tramandare la corona, trasmettere un patrimonio integro e possibilmente accresciuto. Queste correnti di pensiero, complicate dal conflitto con i Lombardi, andarono rafforzandosi nel corso degli anni venti. Le sfide all'autorit di Federico sollecitarono indagini pi accurate, per cui si pu affermare che le conseguenze della rivolta della Valle Padana ebbero portata di gran lunga maggiore dei problemi locali che in sostanza costituivano l'obiettivo di chi l'aveva promossa. Quando le ostilit furono riprese ed ampliate, la corte imperiale era pronta al cimento sul piano intellettuale.

...

Capitolo quinto.
IL VIAGGIO A GERUSALEMME, 1227-30.


1.

Gregorio Nono: gi il nome era tutto un programma, evocativo com'era di quel Gregorio che sul finire dell'Undicesimo secolo si era opposto con tanta violenza al sovrano tedesco Enrico Quarto. Al pari del suo predecessore, Gregorio Nono non aveva tra le sue virt la pazienza ed era dell'opinione che sin dai primi giorni del suo pontificato fosse necessario affrontare di petto il problema dei problemi, vale a dire i rapporti con l'imperatore, con particolare ma non esclusivo riferimento alla crociata. Onorio infatti non aveva saputo sbloccare l'impasse creata dall'unione personale della Sicilia all'impero, n avviare a soluzione la patata bollente del futuro della Lombardia. Il giudizio negativo di Gregorio sulla condotta di Federico nei confronti dei Lombardi  rivelato a tutto tondo dal modo casuale con cui notific all'imperatore l'accoglimento delle clausole negoziali da parte della lega: gli fece recapitare una versione abbreviata, quasi offensiva dopo i defatiganti mesi di trattative. Federico non ne fu ovviamente entusiasta, ma era intendimento di Gregorio ribadire sin dall'inizio l'assoluto primato del suo ufficio su quello dell'imperatore. Nella sua ottica infatti la mediazione papale non si esauriva nell'abbattimento delle difficolt generate per un verso dal bando imperiale e per l'altro dal rifiuto lombardo di scendere a patti, ma rappresentava l'adempimento del compito pi alto assegnato al Vicario di Cristo, quello di giudice supremo in terra. Con il suo avvento al soglio, la cooperazione tra papa e imperatore cedette il passo all'idea della subordinazione dell'imperatore al papa. Uomo di eccezionale talento oratorio e divulgativo, "vigoroso nella parola e nell'azione" come ebbe a definirlo Onorio Terzo, Gregorio era anche, cos si crede, eccezionalmente vecchio; qualcuno individua nel suo ardore lo sfogo di un intelletto potente cui troppo a lungo era stato negato di esprimersi. Che fosse un abile canonista, nella tradizione di Innocenzo Terzo,  indubbio; ma era anche sensibile ai problemi spirituali, come dimostra il vistoso interessamento al nascente Ordine francescano una dozzina d'anni prima che venisse eletto papa. La sua elevazione al trono di Pietro, a sole ventiquattr'ore di distanza dalla morte di Onorio Terzo, non suscit grandi stupori: nella curia occupava una posizione di assoluto rilievo, conquistata attraverso uno zelante e fidato lavoro al servizio di Innocenzo e Onorio. Tutto lascia d'altronde pensare che i cardinali fossero ormai arcistufi dell'arrendevolezza di Onorio. Si trovavano infatti a disagio nel clima di cooperazione che si era stabilito tra papa e imperatore ed  probabile si fossero convinti che Federico avrebbe sfruttato sino all'osso l'accondiscendenza papale, a meno di contrapporgli una figura energica.
Gregorio impose in effetti un brusco cambiamento di rotta, risoluto a mostrare al mondo quanto Federico fosse volubile. L'opportunit gli venne fornita dalla crociata. La prima lettera di Gregorio a Federico dice testualmente: non mettetevi in una posizione per cui io debba prendere iniziative contro di voi; muovete alla crociata come promesso, o ne subirete le conseguenze. Da alcuni indizi pare per di capire che il pontefice giudicasse scarse le possibilit dell'imperatore di onorare l'impegno nei tempi previsti. In quel caso sarebbe stato suo solenne dovere scomunicare Federico per flagrante rottura di giuramento. Ma nell'estate del 1227 i preparativi di Federico erano in fase avanzata. Poco a poco l'impresa aveva acceso gli animi e gruppi di cavalieri tedeschi, mercenari pagati da Federico, affluivano in Puglia insieme a entusiasti pellegrini, pronti a imbarcarsi - senza dover sborsare pedaggio grazie alla munificenza dell'imperatore - per la Terra Santa. Il landgravio di Turingia si present con parecchie centinaia di armigeri. L'addensarsi di tanta gente in condizioni igieniche precarie sfoci, al culmine della stagione, in una virulenta epidemia, forse di tifo o colera. Il colpo fu terribile. Colto completamente alla sprovvista, Federico era amaramente consapevole di trovarsi in un vicolo cieco; non gli restava altra scelta che partire. E cos fece, salpando da Brindisi in settembre, nonostante egli stesso fosse febbricitante.
Non si trattava di una comoda scusa. Tra le vittime della pestilenza vi fu anche il landgravio di Turingia, amico e collega dell'imperatore. Demoralizzato, e con ogni evidenza gravemente ammalato, Federico decise di non essere in grado di continuare il viaggio. Quale guida avrebbe potuto assicurare un comandante svigorito? Mand dunque innanzi una squadra di galee verso la Siria, dando istruzioni al duca di Limburgo e a Ermanno di Salza, gran maestro dei Cavalieri Teutonici, di iniziare le opere a difesa del regno di Gerusalemme. Evidente era il proposito di riprendere la crociata quanto prima: venne fissata la data del maggio 1228. Comunque l'imperatore sbarc a Otranto e immediatamente si mise in marcia verso le terme di Pozzuoli: dal che possiamo dedurre che era ormai in via di guarigione. Conscio di dover dare una giustificazione della falsa partenza, Federico invi un'ambasceria a Gregorio Nono, che per si rifiut addirittura di darle udienza. Federico aveva mancato alla promessa di raggiungere la Terra Santa nel 1227. Tutto il resto, viaggio tentato e infermit, aveva importanza trascurabile. Gregorio si butt sull'occasione come se l'avesse attesa da tempo, informando il mondo cristiano che l'imperatore, nonostante le ripetute promesse, alla fine in Oriente non aveva messo piede; imputazioni e castigo erano evidenti. Non v' dubbio che il pretesto della crociata nascondesse una campagna di respiro ben pi vasto contro le velleit imperiali. Lo dimostra a sufficienza la lettera inoltrata dalla curia a Federico nell'ottobre 1227, ricca di espliciti rilievi che nella precedente bolla ai fedeli appena trasparivano tra le righe. Il pontefice lamentava che Federico avesse perseguitato il clero in Sicilia senza mostrare alcun rispetto per i privilegi fiscali e l'autonomia della Chiesa siciliana, ma anzi costringendo all'esilio gli ecclesiastici pi autorevoli del "regnum" (si pu supporre un accenno a Gualtieri di Palearia, un prelato invero alquanto mondano rifugiatosi a Venezia di propria iniziativa dopo la Quinta Crociata, nel timore della collera di Federico per la sua incompetenza). Fosse ad ogni modo ben chiaro che la Sicilia restava sotto l'alta sovranit della Chiesa romana. In poche parole, Gregorio pretendeva il riconoscimento della sua autorit e il distacco della Sicilia dal resto dell'impero. La questione del governo di Federico sulla Sicilia, latente sotto Onorio Terzo, era ormai diventata un pubblico motivo di disaccordo.
Quello stesso mese Gregorio diede fondo all'intero elenco delle lagnanze papali in una seconda enciclica. L'ingratitudine di Federico era posta nel dovuto rilievo: sin dall'infanzia si era nutrito al seno della Chiesa e alla Chiesa doveva il fatto di esser vivo. Analogo risalto aveva il disappunto della Santa Sede: a lungo era durata l'illusione di una nuova era di mutuo sostegno tra papa e imperatore; il papato aveva favorito l'ascesa al potere di Federico nella speranza che diventasse un pilastro per l'intero mondo cristiano. Non era stato lo stesso Federico, si sottolineava, a voler prendere la croce al momento dell'incoronazione in Germania, senza neppure informarne in via preventiva Roma? Non era stato lui a suggerire che chiunque avesse tradito il giuramento dovesse essere scomunicato? Non aveva lui in persona fissato una data e accettato in anticipo l'anatema ove non fosse riuscito a rispettarla? Il messaggio era chiaro: l'imperatore era responsabile delle punizioni che erano ricadute su di lui. Egli solo andava biasimato per ci che era accaduto. N la scusa della malattia poteva esser presa sul serio. Gregorio evocava l'immagine di una massa di pellegrini in subbuglio costretti a subire la pestilenza nell'insopportabile calura estiva - come se l'imperatore non si fosse reso conto che simili condizioni avrebbero portato lutti e disastri alla crociata! Federico aveva sulla coscienza la morte del landgravio di Turingia. A farla breve, era un falso crociato: non aveva spedito in Terra Santa il denaro e le navi promesse sin dalle conferenze di Ferentino e San Germano. (In realt, l'aveva fatto: ma l'eloquenza di Gregorio fece premio sui fatti).
Federico venne dunque scomunicato. Di per s il provvedimento non era cos tragico, costituendo una sorta di rischio del mestiere per gli imperatori medievali. Federico Primo l'aveva sperimentato per gran parte della sua carriera. Le vere preoccupazioni nascevano dall'ostinato rifiuto di Gregorio Nono di attenersi a un'analisi spassionata. La sua enciclica ottobrina traboccava di inesattezze. Era impossibile intendersi con un papa riluttante persino ad ammettere che l'infrazione di Federico ai suoi voti avesse carattere tecnico. Come non bastasse, Gregorio aveva d'un tratto acuito la conflittualit tirando in ballo la situazione della Chiesa siciliana e la storia dell'elevazione di Federico al trono germanico. Era vero che Federico aveva esercitato un governo ecclesiastico in Sicilia, emulo dei suoi antenati normanni, ma pareva un po' eccessivo sostenere che il papato lo avesse in giovent protetto dai numerosi nemici. Gregorio Nono, gi lanciato verso una luminosa carriera all'epoca della minorit di Federico, distorceva volutamente una dolorosa realt appartenente al passato.
Tramortito dalla scomunica, Federico replic con una lettera indirizzata a tutti coloro che avevano giurato di liberare il Santo Sepolcro, cercando di mantenere il dibattito sul piano razionale: la Chiesa di Roma era stata per lui un "padre"; aveva onorato il vicario di Cristo; aveva riposto in lui la sua fiducia, ma in cambio gliene era venuto soltanto rancore. Condannava Gregorio per avere troppo acceso gli animi -  lecito immaginare un certo nervosismo in merito all'effetto che la bolla papale avrebbe potuto avere in Lombardia, i cui comuni sembravano da un momento all'altro avere acquistato un campione. Dava altres testimonianza di aver inviato uomini e denaro in Oriente e di aver tenuto fede alla promessa di partire crociato sino a quando l'epidemia non l'aveva tolto di mezzo. Non  difficile comprendere l'ansia di Federico di focalizzare la controversia sul tema della crociata: con sua viva irritazione, Gregorio aveva messo sul tappeto altre questioni quali il controllo della Chiesa in Sicilia ed era evidente che il vero obiettivo del papa era la separazione della Sicilia dall'impero. Era dunque alfine venuto prepotentemente alla superficie il contrasto tra due concezioni diametralmente opposte: quella di ispirazione normanna, che assegnava alla Sicilia, e al suo ordinamento ecclesiastico, il ruolo di un'identit autonoma che traeva la sua ragion d'essere dalla volont divina, e quella di matrice papale, che considerava la Sicilia un'appendice della Santa Sede, concessa (ma non in modo irrevocabile) agli Altavilla fuori dal Patrimonio di San Pietro.
Mossa prevedibile fu perci l'invio di una serie di lettere ai sovrani d'Europa, i cui interessi - ammoniva Federico - erano messi a repentaglio dalle pretese pontificie: non era stato il re d'Inghilterra manipolato da Innocenzo Terzo, il suo pi acerrimo nemico sino a quando si era presentata l'opportunit di ridurlo in stato di vassallaggio? Non era stata usata la crociata contro gli Albigesi per intimidire i feudatari del Sud della Francia, nella speranza di consolidarvi il potere papale? I pontefici venivano accusati di essere avidi di denaro, colpevoli dell'usura che condannavano in pubblico: un interessante riflesso della tensione tra ideali morali e bisogni fiscali, in un'epoca in cui la Chiesa si andava lentamente adeguando al sistema dei prestiti a interesse. L'attacco mirava per ancor pi in profondit. Federico rimproverava alla Chiesa di avere abbandonato gli insegnamenti del suo fondatore, inseguendo la ricchezza anzich la povert; i papi erano lupi travestiti da pecore. Il tasto toccato era senza dubbio dolente: Gregorio Nono, protettore dei francescani, appariva alquanto lontano dall'esempio di Francesco. Particolare risalto ebbe la missiva inviata in Inghilterra, poich il cronista Matteo di Parigi ebbe la gioconda idea di incorporarla nel suo "Chronica majora": una stupefacente aggressione al tartufismo della gerarchia ecclesiastica, un'esposizione dei pericoli delle "parole mielate" che gocciolavano dalle labbra del pontefice, un costruttivo esercizio di anticlericalismo teso a dimostrare che l'originaria purezza era stata inghiottita dalla cupidigia e malvagit dei sedicenti eredi di San Pietro.
Dove vanno ricercati i veri sentimenti di Federico: nella risposta tormentosamente garbata ai fulmini di Gregorio Nono, o nelle amare denunce registrate da Matteo di Parigi? Se le tempestose encicliche di Gregorio rivelano l'improvvisa fiammata di un'irritazione per la politica imperiale troppo a lungo repressa, le lettere di Federico al monarca inglese suggeriscono un'approfondita meditazione sulla natura e sulla storia del papato e una definitiva ripulsa delle idealit di Innocenzo Terzo e Gregorio Nono. Dalle lettere di Federico si evince una sorprendente conoscenza delle vicende recenti del papato, in particolare del pontificato di Innocenzo Terzo, ma anche la consapevolezza dell'inopportunit di contrastare le ipotesi di primato universale della Chiesa scendendo al livello della rissa (come aveva fatto Gregorio Nono); occorreva trovare un "modus vivendi", per non mettere a repentaglio la pace del mondo. La statura politica di Federico trova conferma nell'atteggiamento accomodante che seppe tenere nei confronti di Gregorio anche in questo frangente, mentre l'impazienza che lo divorava  rivelata dalle lettere promozionali indirizzate ai pi potenti sovrani d'Europa.
Lo sfogo di Federico non pass inosservato, con l'eccezione della curia papale, ma con l'attivo intervento a suo favore dei cittadini romani, da tempo in burrascosi rapporti con la Santa Sede per via delle loro aspirazioni di controllo politico sulla citt che rivestiva il ruolo di sede dell'impero. Nella ricorrenza pasquale Gregorio pronunci un sermone contro Federico in San Pietro, scatenando un tumulto popolare. Venne cacciato fuori dalla basilica e inseguito per le vie di Roma, trovando scampo in direzione di Viterbo. La violenza della plebaglia non fece che rafforzarne la determinazione di piegare Federico: l'offesa andava lavata. Gregorio convogli di conseguenza tutte le energie dell'appassionato slancio di Federico verso la Palestina. Mai prima d'allora un papa aveva vietato alla Chiesa siciliana di pagare le decime per la crociata; ma d'altronde era la prima volta che uno scomunicato cos illustre organizzava una spedizione in Terra Santa. Gregorio si era infine convinto che Federico intendeva portare avanti l'impresa anche se sconfessato e si rendeva ben conto che, ove avesse avuto successo, avrebbe gravemente leso l'autorit della Santa Sede. Sarebbe infatti stata una crociata imperiale, una sorta di anti-crociata condotta, a dispetto dei "desiderata" papali, da gente che con ogni evidenza teneva in scarso conto i comandi del pontefice, che anteponeva il voto reso dinnanzi all'Onnipotente all'autorit di San Pietro di vincolare e sciogliere. Di fatto, il movimento crociato aveva rivelato un aspetto che anche molti storici recenti non sono stati capaci di cogliere: la nobilt cavalleresca europea non era indotta a combattere per la fede dalle sollecitazioni del papato; i crociati erano convinti che sarebbero stati ricompensati in cielo per le loro gesta in nome di Cristo, indipendentemente da ci che poteva dire il successore di San Pietro. La minaccia di una crociata non benedetta dal pontefice era una minaccia alla credibilit politica del papato, come promotore di guerre sante e mediatore, attraverso l'offerta della remissione dei peccati, tra Dio e l'uomo.

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2.

Il nuovo tentativo di Federico parve comunque poter dare risultati migliori degli sconfortanti esiti della Quinta Crociata. Seppur agendo al di fuori dei canoni dell'ortodossia, Federico aveva infatti avuto cura di intrecciare legami diplomatici con il sultano d'Egitto, al-Kamil. All'incirca nel 1226 era giunto a corte l'emiro Fakhr ad-Din in rappresentanza del sultano, preoccupato delle mire espansionistiche del fratello, governatore di Damasco. Quest'ultima citt aveva stretto alleanza con i Turchi del Khwariz, una regione a nord dell'Iran, ma al-Kamil aveva motivo di sospettare che il vero obiettivo fosse l'Egitto. Lo storico musulmano Ibn Wasil, che in seguito avrebbe conosciuto il figlio di Federico, Manfredi, e che teneva l'imperatore in una certa stima, diede la seguente spiegazione delle "avances" di al-Kamil:

"L'idea degli approcci verso l'imperatore, il re dei Franchi, e del suo invito, era di creare difficolt a al-Malik al-Mu'azzam [di Damasco] e di impedirgli di giovarsi dell'aiuto che gli offrivano il sultano Jalal al-Din 'Ala ad-Din Khwarizmshah e Muzaffar ad-Din di Arbela nella sua disputa con al-Kamil".

L'apertura di un principe egiziano nei confronti dell'uomo alla guida di una nuova crociata non dovrebbe creare sbalordimento. Le crociate apparivano ai musulmani operazioni militari di conquista pi che guerre sante, per cui non avevano alcuna remora a servirsi dei Franchi come di una leva contro i loro rivali nel mondo islamico. Tutt'altro che insolite erano le alleanze occasionali tra i re di Gerusalemme (e Federico era re di Gerusalemme - "dei Franchi", come dice Ibn Wasil) e i confinanti maomettani. D'altra parte Federico non era inconsapevole che la perdita di Gerusalemme nel 1187 era scaturita dall'unificazione del Medio Oriente musulmano sotto Saladino; era dunque il caso di sfruttare appieno qualsiasi incrinatura tra i suoi successori. Anzi, la diplomazia era l'unica via praticabile, una realt che i crociati venuti prima di Federico avevano faticato ad accettare anche quando si erano trovati costretti al negoziato: Riccardo Cuor di Leone aveva ad esempio molto tentennato prima di decidersi a trattare con Saladino. Sotto questo aspetto, Federico non aveva nulla del crociato tradizionale, accostandosi invece alla visuale dei re di Gerusalemme, che meglio di tanti altri avevano compreso la delicatezza degli equilibri diplomatici nel Medio Oriente. La rapidit di Federico nel cogliere gli elementi essenziali di questi problemi ha dell'incredibile, ma pu essere in parte spiegata dai legami con vari emiri nordafricani e dalla frequentazione di studiosi musulmani. Pi innanzi i contatti con l'Egitto gli sarebbero stati rinfacciati, in ridicole insinuazioni concernenti il suo amore per l'Islam.
Un secondo motivo di ottimismo nel 1227 era la lenta ma confortante avanzata dell'esercito crociato che aveva proseguito verso Levante mentre Federico stazionava nell'Italia meridionale per rimettersi in sesto dalla malattia. Sidone, una citt divisa tra cristiani e musulmani in forza di un armistizio, era stata completamente liberata e pi a sud erano stati fortificati i porti di Giaffa e Cesarea (alcune delle opere di difesa ancor oggi visibili a Cesarea, e attribuite alla visita di san Luigi di Francia nel 1250, risalgono probabilmente al regno di Federico). I Cavalieri Teutonici, prediletti di Federico Secondo come lo erano stati di suo padre, avevano compiuto incursioni nei lontani territori baltici e in Galilea, impiantandovi una base a Starkenberg, o Montfort, uno dei pi imponenti castelli crociati che si possano oggi ammirare in Israele. Queste attivit tenevano in allarme i musulmani e al-Kamil, intuendo i disegni dei Franchi, allett Federico con promesse simili a quelle offerte durante la Quinta Crociata - di restituzione del territorio perduto del regno di Gerusalemme. In cambio, Federico doveva impegnarsi a investire Damasco e sradicare il fratello di al-Kamil. Cosciente di muoversi tra infide sabbie mobili, l'imperatore si cautel chiedendo a al-Mu'azzam che cosa avesse da proporre ai Franchi. La risposta fu: guerra. Superfluo specificare che la strategia migliore consisteva nel soffiare sul fuoco dell'inimicizia tra al-Kamil e al-Mu'azzam, giacch, chiunque dei due avesse riportato totale vittoria, il mondo islamico si sarebbe ancora una volta unito sotto la dominazione ayyubida. Purtroppo, alla vigilia della partenza di Federico, al-Mu'azzam si spense, e con lui si spensero anche gli ardori di al-Kamil; come rileva Ibn Wasil, "suo fratello al-Malik al-Mu'azzam, che era stato la ragione per cui aveva chiesto l'aiuto di Federico, era morto, e al-Kamil non aveva pi bisogno dell'imperatore".
Un'altra complicazione sopraggiunse nell'aprile 1228, con la dipartita di Isabella o Iolanda, regina di Gerusalemme, poco dopo aver dato a Federico un figlio, Corrado. L'imperatore si venne cos a trovare nel medesimo limbo costituzionale di Giovanni di Brienne: sovrano di Gerusalemme per i diritti venutigli dalla moglie, ora deceduta. Federico, per nulla preoccupato di simili quisquilie, continu a definirsi re di Gerusalemme, infischiandosene dei puristi che limitavano i suoi diritti alla semplice reggenza per conto del figlioletto. Via via che questa interpretazione si diffondeva tra i giuristi del regno di Gerusalemme, non di rado afflitti da pedanteria, le azioni di Federico accusavano un calo, non tanto in riferimento alla crociata contro gli infedeli quanto in rapporto alla spedizione di un re di Gerusalemme che intendeva metter ordine tra i suoi sudditi franchi. Intanto Giovanni di Brienne si dava da fare in Italia, coltivando stretti legami con un pontefice molto pi disposto ad ascoltarne le lamentele di quanto fosse mai stato in realt Onorio. Cominciarono a circolare strane storie, senza dubbio con l'approvazione di Giovanni, su un presunto zampino di Federico nella morte di Isabella: sciocchezze monumentali, dal momento che la sua scomparsa non gli recava il minimo beneficio e che metodi siffatti gli erano del tutto estranei. Federico prese nota dell'affronto, ma continu i preparativi per la crociata, essendo quello il miglior modo di protestare la sua innocenza di fronte al mondo.
 probabile che l'imperatore dubitasse della reale intenzione di Gregorio di scatenargli contro una guerra totale non appena si fosse allontanato. Zitto zitto, il papa andava assoldando mercenari nell'Italia centrale e settentrionale ed era da mettere in conto una notevole turbolenza in quelle regioni durante l'assenza di Federico: Milano, Firenze e altri mestatori avrebbero avuto mano libera. Gregorio aveva anche spedito un legato in Germania nella speranza di cogliervi indizi di fermento, ma sembra poco verosimile che contemplasse l'elezione di un anti-re da parte dei principi ostili all'imperatore, soprattutto perch l'opposizione era piuttosto frammentaria. Del resto Federico ancora confidava in un accordo, ragionando che l'atto stesso di partire per la crociata avrebbe costretto il pontefice a rivelare il suo bluff. I malumori di Gregorio non si esaurivano certo con la crociata, ma Federico avrebbe potuto riscattarsi dinanzi all'opinione pubblica e guadagnare tale consenso da indurre Gregorio a gettare la spugna. Ci che era successo a Roma, quando Gregorio era stato cacciato come un cane rabbioso, dimostrava quanto in realt l'imperatore fosse popolare. Questi pensieri dovevano frullargli in capo quando nel giugno 1228 invi un'ultima ambasceria alla corte papale - nel momento in cui Gregorio avesse letto quelle righe, egli sarebbe gi stato in mare, ottemperando infine all'antico giuramento. Senza alcun profitto personale. Gregorio fu adamantino. Federico era in disgrazia e tale sarebbe restato; anzi, non faceva che peggiorare la situazione, poich era un crociato impenitente, colpito da scomunica - una contraddizione in termini. Pu darsi che Gregorio fosse scettico sulla determinazione dell'imperatore di spiegare le vele e, in questo caso, prende maggior consistenza l'ipotesi che i mercenari radunati nel Nord Italia non fossero sulle prime destinati a obiettivi a sud di Roma. Ma una volta salpato Federico, Gregorio cedette alla tentazione. Alla falsa guerra santa dell'imperatore in Oriente si doveva contrapporre una guerra autentica, questa s giusta, contro le terre che egli fraudolentemente occupava in Occidente.

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3.

I sudditi di Federico nell'Oriente latino reagirono con singolare compostezza al suo scontro con il papato. Persino i cronisti a lui pi ostili ne accettarono le credenziali al trono di Gerusalemme, sia pur esprimendo molte perplessit sui poteri che il titolo gli accordava; e salutarono con discreto entusiasmo, in linea di principio, l'arrivo di una crociata finalmente guidata da quell'aquila imperiale che attendevano sin dal 1189. Va perci sottolineato che le violente liti esplose nell'Oriente latino tra Federico Secondo e una parte della nobilt franca poco avevano a che fare con la lotta dell'imperatore con Gregorio Nono. Gran parte delle difficolt sono da attribuire al fatto che Federico non si rese conto di essere penetrato in un mondo assai diverso da quello che gli era familiare. Filippo di Novara, autore di un dettagliato resoconto della visita di Federico nell'ottica di una fazione franca antagonista, persiste nell'affermare che "nel 1229 l'imperatore Federico attravers il mare per venire alla Siria, su comando del papa Gregorio"; e una sola volta, pi avanti, accenna al tentativo di Gregorio di conquistare l'Italia meridionale. I Franchi del Levante erano a giusta ragione ossessionati dalla quotidiana battaglia per sopravvivere in un ambiente islamico che letteralmente li circondava; la scomunica dell'imperatore era problema che riguardava esclusivamente i loro uomini di chiesa.
Costeggiando le isole Ionie, Creta, Rodi e l'Asia Minore, la flottiglia cristiana raggiunse Limassol, sulla costa meridionale di Cipro, il 21 luglio 1228. A quanto sembra Filippo di Novara non rimase particolarmente impressionato dalle dimensioni della spedizione: una sessantina di navi, tra galee e vascelli d'appoggio. A dire il vero, qualche mese prima era arrivato uno squadrone al comando del maresciallo imperiale Riccardo Filangieri, ma si era pur sempre desolantemente lontani da quella possente armata che nei sogni dei Franchi avrebbe dovuto spazzar via una volta per tutte i loro nemici. Federico aveva buoni motivi per far tappa sull'isola. Suo padre aveva assegnato come regno a Guido di Lusignano l'isola di Cipro e si presumeva perci che Cipro fosse un regno vassallo del Sacro Romano Impero. Essendo per il re Enrico giovanissimo, il governo effettivo era esercitato da Giovanni di Ibelin, signore di Beirut nel regno di Gerusalemme, che a sua volta agiva in nome di Alice, madre vedova del fanciullo e legittima reggente, o "bailli". Il primo problema che si poneva era dunque la sovrapposizione tra i due regni di Cipro e di Gerusalemme; il signore di Beirut possedeva infatti estesi latifondi sia sull'isola che sulla terraferma. Alienarsi le simpatie della nobilt cipriota poteva render fosche le prospettive future di Federico nel regno di Gerusalemme. Il secondo problema concerneva i diritti dell'imperatore sul re fanciullo. Federico si trovava nella stessa posizione che a suo tempo nei suoi confronti aveva avuto Innocenzo Terzo. Tecnicamente il giovinetto era sotto la sua tutela, per cui Giovanni di Ibelin era da considerarsi un semplice facente funzioni. Appena sbarcato, Federico si affrett perci a inviare una cortese lettera a Giovanni di Beirut, che si era trattenuto in Nicosia anzich venirgli incontro, invitandolo a raggiungerlo insieme al futuro sovrano.
Giovanni di Ibelin non dormiva comunque sonni tranquilli. Da un lato i propositi di Federico erano sospetti. Filippo di Novara, invero non esattamente un modello di imparzialit, dipinge l'imperatore come un individuo dalle parole suadenti ma dalle orride azioni - senza dubbio un giudizio "a posteriori", ma  doveroso sottolineare che non tutta la nobilt cipriota accolse Federico a braccia aperte. Del resto il nuovo arrivato aveva gi preso contatto con una fazione rivale capeggiata da Amalrico Barlais e la sua cricca; Amalrico aveva atteso l'imperatore sulla banchina di Limassol per esprimergli le sue rimostranze nei confronti dei potenti Ibelin nell'attimo stesso in cui metteva piede a terra. L'offerta di aiuto in Terra Santa era accompagnata dalla richiesta di un intervento mirato a scalzare l'autorit degli Ibelin. Qual era dunque la posta in gioco? Filippo di Novara descrive la rivalit non tanto in termini costituzionali, quanto di lotta tra due clan che aspiravano al governo dell'isola. Nella realt dei fatti il potere era esercitato da Giovanni di Ibelin in veste di effettivo "bailli" o reggente, ma sintantoch Federico, sovrano di Cipro, si fosse trattenuto sull'isola, a lui sarebbe spettata l'ultima parola. L'opposizione gli si affoll perci intorno, gonfia di reclami per la cattiva amministrazione e di accuse di appropriazione indebita.
Timorosi di dover consegnare il giovane re Enrico a Federico, i seguaci di Giovanni di Ibelin si affannarono a far sapere che ben volentieri avrebbero prestato servizio in Palestina, nella manifesta speranza che, una volta in Siria, l'imperatore non rappresentasse pi una minaccia per i loro interessi ciprioti. In territorio siriano ci avrebbero pensato i Cavalieri di San Giovanni e del Tempio, nonch i comuni mercantili italiani, a rintuzzare qualsiasi manovra avesse potuto escogitare Federico per assumere il comando generale. Giovanni di Ibelin riusc per a persuadere i suoi partigiani che in questo modo avrebbero fatto il gioco di Federico. Se si fossero rifiutati di cooperare con l'imperatore, le generazioni a venire avrebbero detto:

"L'imperatore romano and di l dal mare con grandi forze, ed avrebbe conquistato ogni cosa, ma il signore di Beirut e gli altri sleali uomini d'oltremare preferirono i Saraceni ai cristiani, e per codesto motivo si opposero all'imperatore e non vollero che la Terra Santa fosse liberata".

Alla fine Federico si vide dunque condurre il suo giovane vassallo, in onore del quale diede una splendida festa, ordinando a Giovanni di Ibelin di interrompere il lutto per il fratello, giacch l'occasione era troppo gioiosa per essere guastata da abbigliamenti tetri.
Altri eventi vennero per a guastare il banchetto, meticolosamente organizzato nel grande castello di Limassol. I posti a tavola erano distribuiti in modo che i baroni ciprioti potessero vedere ed ascoltare l'imperatore, mentre il signore di Beirut e altri personaggi altolocati, conformemente al protocollo di corte, avrebbero provveduto a servirlo e tagliargli le carni. Con ci Federico intendeva dare il dovuto risalto alla sovranit che vantava su Cipro. Ansioso di assolvere d'ogni addebito gli Ibelin, Filippo di Novara insiste col dire che i blasonati patrizi servirono l'imperatore "con grande solerzia e finezza"; certo desideravano convincerlo della loro lealt. Ma ecco d'improvviso sciamare nel salone una turba di armigeri, spade e pugnali sguainati, in minaccioso atteggiamento. I nobili ciprioti fecero finta di nulla, ma l'intimidazione era cominciata. Federico si volse verso Giovanni di Ibelin e lo apostrof a voce alta: "Sir Giovanni, vi chiedo due cose. Fatele in spirito d'amicizia e per sempre". Replic il vassallo: "Sire, ditemi cosa desiderate e io far di buon grado tutto ci che riterr giusto ("que soit raison") o il saggio si prenderebbe cura di fare".
Nella risposta di Giovanni affiorava qualche riserva; non avrebbe obbedito ciecamente; avrebbe in una certa misura salvaguardato la propria indipendenza. Le richieste di Federico lo lasciarono comunque a bocca aperta:

"La prima cosa  che mi consegniate la citt di Beirut, perch mai l'avete avuta n tenuta per diritto. La seconda  che mi rimettiate tutti i redditi che avete ricevuto come reggente di Cipro e tutto ci che i diritti reali hanno dimostrato esser di valore e hanno procurato sin dalla morte di re Ugo - e cio, i redditi di dieci anni - giacch questo  il mio privilegio, secondo l'usanza dell'impero" ["selon l'usage d'Allmaigne"].

Giovanni cerc di tener duro. Federico ventil l'arresto. Giovanni sostenne il suo diritto al feudo di Beirut in forza di una concessione del re Amalrico di Gerusalemme; in ogni caso la questione doveva essere portata dinnanzi all'alta corte del regno di Gerusalemme, nel territorio di quel regno. Giovanni riteneva che la controversia non riguardasse in alcun modo le faccende di Cipro; Federico aveva sovranit su Cipro, ma non allo stesso modo sulla Terra Santa. La sua autorit nell'isola derivava dalla creazione di un regno cipriota per volont di Enrico Sesto; era l'autorit, come lo stesso Federico faceva notare, dell'imperatore romano su un principato vassallo. Ma nel regno di Gerusalemme Federico governava semplicemente per i diritti che gli venivano dal matrimonio con Isabella (passata, ad ogni buon conto, a miglior vita) e dall'esser padre del bambino che un giorno avrebbe dovuto sedere sul trono, Corrado di Hohenstaufen. Questo era il punto di vista di Giovanni, e Federico aveva compiuto un evidente errore tattico associando Beirut a Cipro. Era lapalissiano che intendeva spezzare la forza degli Ibelin, una famiglia la cui influenza in Cipro e in Terra Santa non aveva uguali; li sospettava di peculato; di abuso di potere, accogliendo le proteste di Amalrico Barlais. Proteste che non dovevano essere del tutto campate in aria, visto che Giovanni nella sua replica fece cenno agli introiti ricavati da Cipro.  vero, erano stati ingenti: ma si erano in gran parte volatilizzati nella conduzione del regno di Cipro; molto era finito nei forzieri della regina Alice, come era suo diritto, ed era stato speso a suo piacimento. Lei era la vera reggente; lui nulla pi che un delegato. Insomma, un banale tentativo di dirottare le responsabilit.
La collera di Federico ruppe gli argini: "Mi era gi giunta voce, laggi in Occidente, che le vostre parole sono scelte con cura e polite, e che voi siete assai sapiente e sottile nel ragionare, ma vi dimostrer che la vostra saggezza, la vostra sottigliezza e le vostre parole a nulla varranno contro la mia forza". Al che Giovanni tent di convogliare l'accesa discussione verso pi nobili argomenti: la riconquista del Santo Sepolcro, per cui era pronto a render servigio. A questo punto Federico decise di non infierire, accontentandosi di trattenere un certo numero di ostaggi a garanzia della buona fede degli Ibelin e di aver ribadito - non senza ragione, ad onta della pessima pubblicit riservatagli dal partito avverso - il suo diritto di chieder conto a Giovanni del modo in cui aveva governato. Federico era colpevole di "tentativo borioso e gigionesco di imporre la propria visione della sovranit"; peggio ancora si era lasciato invischiare in una faida nobiliare, personale ancor pi che costituzionale, che aveva difficolt a tenere sotto controllo. N si pu dire che un compromesso fosse impossibile. Federico venne riconosciuto dagli Ibelin come sovrano di Cipro, ma i feudatari a lui favorevoli rimasero padroni dei castelli regi disseminati sull'isola. Gli Ibelin promisero il loro apporto alla crociata. La pace si poteva dire conclusa, ma la consorteria degli Ibelin era pronta a riprendere le armi contro i rivali ciprioti. Partito che fosse Federico, la tregua si sarebbe rivelata in tutta la sua precariet.
Motivo di interessanti riflessioni  l'atteggiamento tenuto da Giovanni di Ibelin nei confronti di un gruppo di cavalieri che volevano assassinare Federico. Giovanni li ammon che la loro causa ne sarebbe stata irrimediabilmente macchiata; "il est mon seignor": gli obblighi verso l'imperatore andavano rispettati, pena la perdita di credibilit. Questa osservanza dei requisiti legali  caratteristica degli Ibelin e rappresenta la ragione prima della rotta di collisione con gli interessi di Federico. A volte la loro interpretazione dei fatti lasciava un po' a desiderare (ad esempio a proposito della conduzione degli affari ciprioti sotto la direzione di Giovanni), ma la replica alle richieste imperiali era coerentemente fondata sul principio che si dovessero onorare le consuetudini di Cipro (in Cipro) e di Gerusalemme (in Terra Santa). La confusione tra diritti ciprioti e siriani nell'arringa di Federico al castello di Limassol li aveva davvero gettati nella pi viva costernazione, non soltanto come agili politici ma anche come brillanti cultori della legge.
Federico aveva confidato in Limassol per una celere conclusione dei numerosi problemi relativi alle sue prerogative in Cipro e Siria. L'urgenza era drammatica, in considerazione delle trame pontificie contro il regno di Sicilia, ormai chiaramente delineatesi. Gregorio era sul punto di scagliare un'invasione, per cui occorreva assolutamente affrettare i tempi. L'impazienza danneggi l'immagine di Federico nell'Oriente latino. Aveva preteso troppo, e troppo presto. Ma doveva con la maggior velocit possibile raggiungere la Siria, esaudire i suoi voti e mettere a segno un colpo per la cristianit. Un compito da far tremare i polsi. Per giunta Federico era appesantito da una concezione esagerata dei diritti reali e imperiali nell'Oriente latino, partorita in Sicilia e maturata in Germania e Lombardia. Nel 1228 si era ormai fatta ossessiva l'insistenza sulla pienezza della dignit imperiale, derivantegli non soltanto dai cavilli dei dettati costituzionali. Nulla da eccepire per quanto riguarda Cipro, ma anche nel regno di Gerusalemme, come rivela la richiesta di consegna di Beirut, Federico fu tentato di agire come monarca assoluto, vuoi perch era l'imperatore universale, il supremo signore di tutte le terre cristiane, vuoi perch in ogni caso era il re di Gerusalemme. Non si era atteso, in questo sparuto regno cipriota, una resistenza cos accanita; dinnanzi a lui si erano sgretolate vaste aree dell'Italia meridionale e della Germania, per cui si era assuefatto all'idea che la sua sola presenza fosse sufficiente a indurre sottomissione e deferenza. Testimonia di questo concetto altissimo del suo potere il tentativo, durante il soggiorno a Cipro, di obbligare al giuramento di fedelt il principe franco indipendente di Antiochia e Tripoli. Deciso a non chinare il capo, costui fugg per nave dall'isola, dove si era recato per incontrare Federico. Fingendosi malato, il principe Boemondo Quarto se l'era svignata alla chetichella, salvo ristabilirsi, guarda caso, non appena trovato rifugio in Siria. Il tentativo di Federico di ridurre all'obbedienza Antiochia  spiegabile in vari modi. Quale re di Gerusalemme, forse riteneva che i principi latini di Antiochia fossero storicamente e giuridicamente suoi vassalli; ma sarebbe stato assai arduo dimostrarlo. Essendo investiti anche del titolo di conti di Tripoli, ricadevano tecnicamente sotto la giurisdizione del regno di Gerusalemme, ma per generale consenso Antiochia e Tripoli usufruivano di ampia autonomia e dovevano al sovrano di Gerusalemme ossequio e, tutt'al pi, aiuto - legami invero alquanto labili.
Federico raggiunse l'Oriente latino senza un'idea precisa delle tradizioni legali e politiche che ivi erano andate sviluppandosi negli ultimi cinquant'anni. Una serie di minorit regie in Gerusalemme aveva enormemente indebolito il potere della Corona; per giunta la Terza Crociata, con la conquista di Cipro, aveva ingarbugliato la situazione inserendo un nuovo regno proprio dirimpetto alle roccheforti cristiane di Beirut e Tiro. Federico si dimostr confuso e incapace di seguire una linea coerente, ma per sua fortuna molti baroni ciprioti e siriani fecero una scelta di campo a suo favore. Il fascino di un imperatore occidentale venuto a Oriente per restituire alla libert Gerusalemme era pressoch irresistibile, come ammise lo stesso Giovanni di Beirut: "che non appaia che abbiamo preferito i Saraceni ai Cristiani". Le speranze di Federico di aggregare intorno a s i grandi vassalli dell'Oriente latino poggiavano sulla sua capacit di salvare il regno di Gerusalemme dai nemici che lo circondavano e, se possibile, di recuperare il Santo Sepolcro.

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4.

Lasciata Cipro, Federico fece vela per Tiro. Buona parte del 1228 si era ormai consumata e l'esercito dell'imperatore ancora sembrava inadeguato a confrontarsi con le forze musulmane. Le arti diplomatiche dovevano sopperire alle deficienze delle armi, ma il vantaggio iniziale, la rivalit tra al-Mu'azzam e al-Kamil, si era ormai dissolto: morto al-Mu'azzam, era prevedibile che le generose offerte territoriali di al-Kamil perdessero la loro "raison d'tre". L'arrivo di Federico in Terra Santa, come tiene a sottolineare Ibn Wasil, fu motivo di imbarazzo per al-Kamil; "al-Kamil non aveva pi bisogno dell'imperatore". Viceversa Federico aveva molto bisogno di al-Kamil per evitare una cocente umiliazione. Fortunatamente le vicende cipriote non avevano suscitato in Siria tra i cristiani un'opposizione estesa, quanto meno alla luce del sole; Templari e Ospedalieri avevano accolto Federico con grande emozione, prostrandosi ai suoi piedi a abbracciandone le gambe. Erano al corrente della scomunica, ma in lui vedevano la prospettiva di contrastare gli ayyubidi; pi in concreto,  probabile confidassero in concessioni di terre e privilegi, tanto pi che la generosit dell'imperatore nei riguardi del terzo ordine militare, quello dei Cavalieri Teutonici, era ben nota. Ermanno di Salza, gran maestro dell'Ordine Teutonico, era e sarebbe a lungo rimasto uno dei suoi pi gagliardi sostenitori. Ma il "leitmotiv" era la crociata e Federico si premur di inviare messaggi a Gregorio, per mezzo dei suoi luogotenenti rimasti in Italia, informandolo del suo arrivo e perci invitandolo a sciogliere la scomunica. Uno sfoggio di relazioni pubbliche, anche se, come sempre, Federico non rinunci a un tocco di sfrontatezza, inserendo in una delegazione Rainaldo di Spoleto, signore di territori ambiti dal papato e quindi improbabile interlocutore nelle trattative con Gregorio. Pu darsi che Federico in quel momento fosse semplicemente ignaro della posizione chiave occupata da Rainaldo, a difesa della frontiera tra lo stato pontificio e l'Italia meridionale contro le incursioni di forze spalleggiate dal papa. Inutile dire che l'esasperazione di Gregorio crebbe a dismisura quand'egli si accorse che l'imperatore, a dispetto del suo interdetto, proseguiva imperterrito la crociata sotto auspici ragionevolmente favorevoli. Persino il patriarca di Gerusalemme tard a opporsi a Federico, nonostante la sua difficolt o impossibilit a prender parte alle funzioni religiose.
Al-Kamil cerc per tutto il 1228 di metter le mani sulle terre di al-Mu'azzam, concupite, con particolare riguardo a Gerusalemme, anche da Federico. Il figlio di al-Mu'azzam, poco pi di un bambino, venne spossessato in men che non si dica e il prestigio di al-Kamil and rapidamente rafforzandosi in Siria. L'unica difficolt di al-Kamil era l'arrivo di un Federico ansioso di raccogliere i frutti dei precedenti negoziati; e Federico non se ne sarebbe andato, per il semplice motivo che non poteva farlo. In realt l'imperatore aveva molta pi premura di quanto al-Kamil supponesse, preoccupato com'era della sempre pi incombente minaccia dell'esercito papale. La tentazione di prender la via di casa dev'essere stata grande, ma l'imperatore era convinto che la crociata, ove avesse avuto successo, gli avrebbe fornito la vittoria diplomatica di cui abbisognava, con ripercussioni positive a Roma e nell'Italia meridionale. Ancor pi frustrante era dunque la crescente riluttanza di al-Kamil a scendere a patti. Ibn Wasil parla di un Federico risoluto a non levar le tende sino a che al-Kamil non avesse tenuto fede alle sue promesse territoriali, Gerusalemme compresa. Al-Kamil manovr per congedare un'ambasceria inviata a Nablus e costituita da Tommaso di Acerra, nobiluomo del Mezzogiorno d'Italia, e Baliano di Sidone, barone siriano. Ma Federico non difettava certo di tenacia e giunse al punto di cercare d'impressionare i musulmani con la sua profonda erudizione. N rimase inattivo sul piano militare, desideroso di dimostrare che, essendone costretto, avrebbe impegnato le forze di al-Kamil: un bluff, forse; ma un bluff efficace. Le sue truppe marciarono a sud, seguite ad un giorno di distanza dagli Ospedalieri e dai Templari, ansiosi di non apparire in lega con, o sotto il comando di uno scomunicato. Federico non tard per a convincerli a far fronte unico suggerendo di emanare gli ordini ufficiali non in nome suo ma in quello di Dio e della cristianit. Grazie a questo "escamotage", un esercito compatto pot discendere la costa della Terra Santa oltrepassando Arsuf (dove i musulmani erano minacciosi) e dirigendosi verso Jaffa. Al-Kamil decise per che la sua presenza era richiesta altrove, a Damasco, tuttora fedele alla linea di al-Mu'azzam. La resistenza di Damasco, centro economico e militare della massima importanza nella Siria settentrionale, faceva impallidire le vicende della Siria meridionale. Dopo tutto Gerusalemme, come citt, era piuttosto insignificante; rivestiva un certo rilievo religioso per i maomettani (al pari di Damasco), ma certo meno per loro che per i cristiani o gli ebrei. Federico si butt a capofitto su questi argomenti, bombardando letteralmente al-Kamil: Io sono vostro amico. Voi mi avete esortato a raggiungervi. Il papa sa che sono qui e, se facessi ritorno senza nulla in mano, perderei ogni credito quale pi potente tra i sovrani occidentali (una grossolana attenuazione dei suoi reali rapporti con il papato!) Federico chiese che gli fosse riconsegnata Gerusalemme, una citt in preda all'abbandono. Era la culla della sua religione. Tutto ci che voleva era quella citt mezza vuota, desolata; se l'avesse ottenuta, avrebbe potuto "tener alto il capo tra i re". L'offensiva diplomatica si dimostr vincente e port alla firma di un trattato quasi senza colpo ferire.
Gerusalemme liberata, ma in condizioni disastrose. Fonti arabe asseriscono che al-Kamil impose come condizione l'abbattimento delle mura. Alcune strutture, come la Torre di Davide, rimasero in piedi, sia pure danneggiate, ma in sostanza Gerusalemme si ritrov esposta, difesa soltanto dalla promessa di al-Kamil a Federico. Del resto, la "liberazione" era soltanto parziale. Il monte del Tempio era sottratto ai Franchi, giacch la moschea di al-Aqsa e la Cupola della Roccia era tra i luoghi pi santi dell'Islam. Queste moschee erano state trasformate in chiese e palazzi per volere dei re di Gerusalemme del Dodicesimo secolo: la cosa doveva cessare. Ai cristiani era per concesso di visitare il monte del Tempio. Gerusalemme sarebbe stata circondata da insediamenti islamici. Hebron (conosciuta ai Franchi come Sant'Abramo), centro di venerazione musulmana ed ebrea, restava in mani non-cristiane. Il quartier generale del governo musulmano locale doveva essere stabilito a Al-Bira, o la Grande Mahomerie, a nord di Gerusalemme, ma quest'ultima sarebbe stata unita alle citt costiere ancora in mano franca per mezzo di un angusto corridoio comprendente il vescovato di San Giorgio a Lydda. Avendo poi riottenuto anche Betlemme e Nazareth, i cristiani potevano dire di controllare i tre santuari pi sacri della loro religione, i luoghi dell'Annunciazione, Nativit e Crocifissione; l'accesso era per impervio, una striscia che si snodava in territorio ostile. Le frontiere erano contorte quasi come quelle che le Nazioni Unite avevano in origine assegnato all'attuale Israele. Pare inoltre che Federico avesse strappato l'assenso di massima di al-Kamil alla riedificazione o al rafforzamento della cinta muraria di numerose citt costiere gi in possesso dei Franchi: Sidone, fino a poco tempo prima divisa tra musulmani e cristiani; Giaffa; Cesarea, dove gi fervevano i lavori. In una certa misura si trattava di un semplice riconoscimento di una situazione consolidata: il castello di Montfort o Starkenberg, nuovo centro operativo dei Cavalieri Teutonici, era stato eretto prima dell'arrivo di Federico in Oriente. Situata in posizione nevralgica in Galilea, la fortezza poteva per essere di scarso aiuto a Nazareth, alquanto distante a sud.
Il trattato di Federico con al-Kamil venne considerato un tradimento su ambedue i fronti. I cristiani non sapevano capacitarsi che un imperatore crociato, partito con tanta baldanza, avesse subito rinfoderato la spada in favore di un compromesso negoziale. Le crociate, cui peraltro la diplomazia non era sconosciuta, erano infatti sempre state soffuse di un alone di tremendo sforzo fisico, giacch si presumeva che chi vestiva la croce guadagnasse la grazia divina attraverso l'esperienza dei pericoli lungo la via verso Levante e in battaglia. Fatica, affanni e sfida, sudore, malattia e sofferenza, erano stati sostituiti da delegazioni, mercanteggiamenti e inattivit premeditata. In parte tutto ci riflette una graduale metamorfosi nel carattere del movimento: abbiamo gi rilevato che la crociata di Federico fu in larga misura una spedizione organizzata, estranea al fervore religioso e alla partecipazione di massa. D'altronde l'imperatore mirava a conquistare Gerusalemme pi che gloria sul campo. Nell'attimo stesso in cui al-Kamil accenn, assai prima della partenza di Federico, alla possibilit di una pacifica restituzione di Gerusalemme, l'imperatore comprese che sarebbe stato valutato non come cavaliere ma come diplomatico. E sotto questo riguardo bisogna dire che si comport splendidamente. Ma la diplomazia  parente prossima del compromesso: al-Kamil aveva un'immagine pubblica da tutelare e Federico intu che un armistizio sarebbe stato inutile se avesse significato il collasso della reputazione che il sultano si era faticosamente guadagnata nell'hinterland maomettano della Siria. Sull'opposto versante, l'impazienza di Federico nel concludere un accordo diede qualche vantaggio al suo interlocutore. Pi avanti Federico neg, in varie lettere indirizzate ai sovrani europei, che le mura di Gerusalemme non fossero in ogni caso da ricostruire, ma il vero problema era che la Citt Santa, con o senza bastioni, era in pratica inerme. Per di pi l'intesa prevedeva una tregua decennale e al-Kamil inform i suoi seguaci che, date le circostanze, Gerusalemme alla fine del periodo pattuito sarebbe stata una mela facile da cogliere: "quando avesse avuto la situazione bene in mano, avrebbe potuto purificare Gerusalemme dei Franchi e buttarli fuori". Queste furono le sue parole:

"Abbiamo loro concesso nulla pi che qualche chiesa e un pugno di edifici in rovina. I sacri recinti, la venerata Rocca e tutti gli altri santuari meta dei nostri pellegrinaggi rimangono in nostro possesso com'erano in passato; i riti maomettani sono vivi come non mai e i musulmani hanno un proprio governatore delle province rurali e dei distretti".

Secondo la legge islamica, dieci anni, dieci mesi, dieci settimane e dieci giorni era il massimo di requie che si poteva concedere agli infedeli. Nel frattempo, al-Kamil avrebbe potuto cementare la sua presa su Damasco e sulla Siria settentrionale. Nell'assediata Damasco era intanto forte il malcontento per la perdita di Gerusalemme e correva voce che i pellegrini musulmani non avrebbero avuto pi accesso alla citt. Qualcuno aveva ovvio interesse a soffiare sul fuoco contro al-Kamil, fedifrago collaborazionista, ma lo shock fu comunque considerevole.
Il 17 marzo 1229 Federico Secondo raggiunse Gerusalemme, seguito da un gran numero di pellegrini cui poco importava accompagnarsi a uno scomunicato. Destinazione obbligata era la chiesa del Santo Sepolcro, di chiara ispirazione crociata, passata indenne attraverso i recenti anni di dominio musulmano. A sentire Ibn Wasil, Federico si mosse soltanto dopo aver ottenuto il beneplacito di al-Kamil - una probabile esagerazione. Quel che  certo  che l'incarico di far gli onori di casa venne affidato da al-Kamil al qadi di Nablus, Shams ad-din, capo religioso tra i pi stimati; con squisito tatto, nel timore di recare offesa all'imperatore, i muezzin ebbero istruzioni di non lanciare i loro inviti alle orazioni nelle ore notturne. Si vuole che Federico il giorno appresso se ne sia lamentato con Shams ad-din: "Oh, qadi, perch la scorsa notte i muezzin non hanno richiamato i fedeli al modo usuale?" Al che Shams ad-din rispose: "Quest'umile schiavo gliel'ha impedito, per riguardo e rispetto di Vostra Maest". Ma l'imperatore, stando alla tradizione, puntualizz: "Avevo deciso di passare la notte in Gerusalemme soprattutto per udire le esortazioni dei muezzin alla preghiera, e le loro grida di lode a Dio durante la notte".
La Sicilia e Lucera dovevano avergli reso molto familiare la voce del muezzin, ma l'episodio  con ogni probabilit apocrifo: le fonti islamiche, manifestamente scombussolate dal comportamento di Federico, tendevano ad attribuirgli un magro interesse per la conquista di Gerusalemme e una simpatia per la sua stessa dottrina religiosa talmente tiepida da essere sorprendente, o per meglio dire scandalosa. Sulla medesima falsariga si collocherebbero le dure parole di biasimo rivolte a un incauto sacerdote da lui incontrato sul monte del Tempio nell'atto di entrare nella moschea di al-Aqsa con in mano una bibbia. Ci  stato tramandato che durante la visita al monte del Tempio, in compagnia di Shams ad-din, simul grande meraviglia dinnanzi alla Cupola della Roccia ed esercit la sua arguzia (presumibilmente esprimendosi in arabo, lingua di cui aveva pi che un'infarinatura) sugli astanti maomettani. Avendo notato l'iscrizione collocata nell'edificio dal Saladino: "Saladino purific questa citt dai politeisti", con una punta d'insolenza, conoscendo la risposta, domand chi mai potessero essere i "politeisti". S'inform anche del motivo della presenza di una grata in ferro attorno alla sacra roccia e osserv (ma su questo punto le opinioni divergono) che forse serviva a tener lontano i porci, vale a dire i cristiani. Per i seguaci di Maometto "era evidente com'egli fosse un materialista e come il cristianesimo fosse per lui soltanto un gioco". Simile atteggiamento suonava ad offesa per la morale islamica, secondo la quale i discepoli di qualsivoglia religione di cui parli il Corano devono osservarne rigorosamente i precetti. Federico diede del denaro ai muezzin e non prest attenzione quando i suoi pretoriani saraceni, rispondendo all'invito, si prostrarono in preghiera; per molti, compreso il suo precettore arabo, erano maomettani.
In altre parole i musulmani non sapevano cosa farsene di lui. Di costituzione fisica non era certo imponente: venduto al mercato degli schiavi, a stento avrebbe fruttato un paio di centinaia di dirham; e poi era rosso di faccia, debole di vista, afflitto da un'incipiente calvizie. Quanto al presunto disprezzo per il cristianesimo occorre fare una robusta tara. Accuse analoghe erano state rivolte a pi d'uno dei suoi predecessori siciliani dagli storici islamici, incapaci di dare un'esatta collocazione a monarchi di fatto piuttosto tolleranti nei confronti del Corano; tra i crociati erano diffuse una profonda ignoranza delle due dottrine e un'assoluta mancanza di interesse a un eventuale approfondimento. L'amore di Federico per la filosofia e la scienza lo port a contatto, talora diretto, con la cultura musulmana, ma non gli imped di trattare con durezza i suoi sudditi non-cristiani in Sicilia. Si pu anche supporre che l'irritazione con il pontefice e, pi di recente, con il patriarca di Gerusalemme, lo avesse reso ostile al comportamento degli uomini di chiesa. Ma questo non basta a sostenere che la sua fede fosse fiacca. Pu darsi che per inclinazione personale fosse favorevole a una Chiesa improntata alla povert e limitata alle funzioni spirituali, ma i provvedimenti presi contro gli eretici in Italia attestano la sua insofferenza per ogni dottrina cristiana deviante.
Il secondo giorno di permanenza a Gerusalemme, incurante delle sotterranee manovre persuasive del patriarca Geroldo, l'imperatore si rec alla basilica del Santo Sepolcro (con buona pace della scomunica) e s'incoron, come imperatore cattolico, per grazia speciale di quel Dio Onnipotente che l'aveva designato a governare. Questo  quanto egli afferma a Enrico Terzo d'Inghilterra, uno dei sovrani europei cui ritenne opportuno inviare resoconti particolareggiati, a dimostrazione dell'ingiustizia dell'ostracismo decretato dal papa alla sua santa missione.  sorprendente che parole soppesate con tanta cura siano state, allora e in seguito, cos clamorosamente travisate. Tutti sono concordi nel dire che Federico si avvicin all'altare nella chiesa del Sepolcro, prese la corona del regno di Gerusalemme e con le sue stesse mani se la pose sul capo. L'assenza di patriarchi gli imped di ricevere l'olio consacrato. Pi di recente, Hans Eberhard Mayer ha dimostrato che l'autoincoronazione di Federico  un equivoco, generato forse in parte dalle analogie con Napoleone. Infatti l'imperatore non fece altro che compiere un atto cerimoniale consueto nelle grandi solennit della Chiesa - Natale, Pasqua, Pentecoste - ma anche nelle occasioni politiche importanti. Si deve tener presente che egli si era considerato re di Gerusalemme almeno sin da quando si era impegnato a partire per la crociata a Brindisi, dopo il matrimonio con Isabella, per cui l'assunzione della corona in Gerusalemme era una semplice formalit. D'altra parte non bisogna dimenticare che, nella lettera a Enrico d'Inghilterra, Federico sottoline di aver agito in qualit di "imperatore", cio di signore universale - quella che si era posto sul capo era la corona imperiale che gli spettava per concessione divina, la corona di Germania e Lombardia che aveva acquisito a Magonza e Aquisgrana nel 1215, e nulla avrebbe potuto simboleggiare l'esaudimento del suo antico e defatigante giuramento di crociato meglio dell'apparire, a quasi quindici anni di distanza, in Gerusalemme, nel fulgore della sua maest imperiale.
Limpida evidenza di come fosse questo il vero obiettivo di Federico  fornita da un discorso pronunciato per conto dell'imperatore (nella traduzione tedesca) dal gran maestro dei Cavalieri Teutonici, Ermanno di Salza. Dopo essersi soffermato sulle difficolt avute nel tener fede all'impegno contratto ad Aquisgrana, Federico accenn alla collera papale e si diede a perorare la causa della riconciliazione ora che la crociata era stata felicemente condotta in porto. Felicemente, fosse ben chiaro, nonostante la palese opposizione di "altri" in Terra Santa - un richiamo, neppur troppo velato, al patriarca e ai due famosi ordini militari degli Ospedalieri e del Tempio. L'imperatore ambiva a operare per Dio, la Chiesa e l'impero, ed era profondamente consapevole della sua subordinazione a Colui che gli aveva dato l'incarico di vicario sulla terra. Numerose possono essere le chiavi di lettura: un trionfante peana; un'istanza di pace indirizzata a Roma; una dichiarazione dell'universalit della sua autorit imperiale. In ogni caso si tratta di un accorto impasto di mansuetudine e dignit imperiale, rivolto a strappare a Gregorio il consenso a un comune cammino di perdono e di pace. Fu come imperatore dei Romani che Federico entr nella basilica, e fu come portavoce dell'imperatore che il Gran Maestro lesse il proclama di Federico. In Gerusalemme, nel momento del trionfo, egli si dimostr curiosamente distaccato dalle cose del regno, dagli Ibelin e dalle loro beghe. L'aria della Citt Santa stimolava pensieri pi elevati: Federico era il nuovo Davide, destinato al salvamento del suo popolo; in altri termini, era il Cristo-re, superiore all'uomo comune, prescelto affinch dominasse da un estremo all'altro del globo. Una concezione che faceva a pugni con l'idea, propugnata nella curia papale, del pontefice romano in veste di Vicario di Cristo sulla terra; proprio per questo la cerimonia in Gerusalemme segna un momento importante nella metamorfosi di Federico da entusiasta interprete della pace tra papa e imperatore, come nei buoni tempi andati di Onorio Terzo, a intransigente esponente dell'universalismo imperiale romano. L'impronta bizantina dei re normanni di Sicilia pu avere avuto in questo frangente un peso decisivo. In Sicilia, Federico aveva maturato della monarchia una formula che lasciava poco spazio alle pretese pontificie di sovranit e accentuava in maniera pesante l'elezione divina del re come novello Davide, o come vicario di Cristo. A Gerusalemme, Federico, gi avvertito del suo status di imperatore romano, proclam senza infingimenti l'elemento che mancava all'ideologia normanna, vale a dire la nozione del monarca chiamato da Dio a governare "tutta" l'umanit.
Ma questo non era l'imberbe "puer" che in Magonza e Aquisgrana si era appropriato delle aspirazioni apocalittiche dei suoi contemporanei. Ormai trentacinquenne, Federico aveva acquisito una visione pi pragmatica del suo potere e della sua autorit. Al richiamo mistico si era sostituita la consapevolezza del fondamento giuridico: Cipro aveva gi dato la misura di quanto si attendesse una piena accettazione dei suoi augusti ordini. Una propensione all'assolutismo? Era quanto paventavano i suoi nemici, in Lombardia non meno che in Siria. Il regno di Gerusalemme da un lato, e il papato dall'altro, parvero per certi versi tarparne le ali: gli Ibelin con le loro meschine rivalit, i pontefici con il rifiuto di venire incontro alle sue richieste di pace.

...

5.

Federico fu molto amareggiato dal modo con cui i Latini d'Oriente accolsero la sua crociata. La reazione pi immediata, e peggiore, venne dalle autorit ecclesiastiche. Il patriarca Geroldo, fermo nell'evitare ogni contatto personale con l'esercito crociato, ordin all'arcivescovo di Cesarea di recarsi a Gerusalemme per colpirla d'interdetto, avendo Federico osato metter piede nella chiesa del Sepolcro e fatto combutta con il sultano d'Egitto. La pace tra al-Kamil e l'imperatore non era considerata affatto encomiabile; non era certo questo il modo di riavere Gerusalemme in via definitiva. La cerimonia dell'incoronazione di Federico venne celebrata il giorno precedente l'interdetto, mentre l'arcivescovo si affrettava alla volta della citt nella speranza di impedire il sacrilegio. Comportando la proibizione di ogni ufficio divino, l'interdetto era una misura davvero straordinaria per la citt di Gerusalemme e significava che ai pellegrini veniva negata l'opportunit di meritarsi la remissione dei peccati visitando i luoghi santi - un provvedimento che non deve aver creato grandi slanci di simpatia verso il papato. La risposta di Federico fu all'altezza della situazione e si concretizz in un perentorio invito a una franca discussione che l'arcivescovo di Cesarea ebbe il buon senso di declinare.
Alimentato anche da altre cause, il malumore degli organi ecclesiastici si accentu nelle settimane successive al trattato con al-Kamil. I territori riacquistati in Galilea furono rivendicati dai loro antichi proprietari, come i vescovi di Nazareth e Tiberiade, ma Federico prefer assegnarli a coloro che gli si erano sempre dimostrati fedeli, primi tra tutti i Cavalieri Teutonici. Naturalmente ne furono irritatissimi i Templari e gli Ospedalieri, questi ultimi in particolare per le loro pretese di autorit sull'Ordine tedesco. Per quanto animato da buone intenzioni, Federico suscit cos deleteri antagonismi e per giunta si trov alle prese con i delicati rapporti tra i mercanti cristiani di Acri, Tiro e Beirut e quelli musulmani di Damasco, importante centro di produzione di generi voluttuari. In effetti i porti che abbiamo citato costituivano gli sbocchi di Damasco sul Mediterraneo e nel campo cristiano vi erano molti mercanti di Genova, Venezia e altre citt dell'Italia del Nord che avevano ottimi motivi per diffidare della politica di Federico, in Italia non meno che in Siria. La decisione del sultano d'Egitto di abbandonare Gerusalemme a Federico fu aspramente criticata dagli Arabi di Damasco, che consideravano la Terra Santa in generale un'estensione del califfato siriano e Gerusalemme in particolare un loro proprio possedimento. Logico dunque che i mercanti di Acri, e i numerosi cavalieri che vivevano di rendite e imposte, fossero alquanto innervositi dalle possibili conseguenze dell'intromissione di Federico nelle rivalit del mondo musulmano: non valeva certo la pena di giocarsi l'accesso all'entroterra islamico e alla rigogliosa citt di Damasco in cambio della libert di visitare Gerusalemme, economicamente insignificante.
Via via che il tempo trascorreva, le correnti ostili a Federico si andavano irrobustendo. I Templari appoggiavano apertamente il patriarca Geroldo e correva voce che l'imperatore fosse pronto a imprigionare il Gran Maestro per portarselo in Puglia come ostaggio e che i suoi uomini, tornati ad Acri, avessero stretto d'assedio il quartiere occupato dai cavalieri dell'ordine del Tempio. Quel che  certo  che l'accomodamento con al-Kamil poco aveva giovato alla causa dell'imperatore. Secondo alcuni giuristi dell'Oriente latino che scrissero poco dopo questi avvenimenti, Federico aveva intenzione di spogliare di terre e redditi un folto gruppo di nobili siriani, anche se non diede ulteriore corso alla sua campagna avversa ai diritti di Giovanni di Ibelin su Beirut. Va detto che nel regno di Gerusalemme egli si trov a dover fare i conti con un'energica tradizione legale inficiata da un vizio d'origine, e cio la convinzione che i feudatari alla guida della Prima Crociata avessero di comune intesa eletto i primi governanti e per ci stesso acquisito una sorta di diritto di intervento nella conduzione del regno; l'espropriazione dei vassalli, ad esempio, era una questione di competenza dell'alta corte, dove sedevano i baroni pi rappresentativi del regno, e non del re soltanto. Queste idee erano maturate nel periodo di latitanza di un sovrano in grado di esercitare un'effettiva leadership e Federico non poteva con un colpo di spugna cancellare il patrimonio giuridico accumulato dagli Ibelin e dai loro pari: tanto pi che, morta Isabella, la sua stessa posizione costituzionale era quanto meno dubbia. Per di pi, la complessa architettura giuridica elaborata dagli Ibelin si accompagnava a un indiscusso potere ramificato persino a Cipro, per cui sarebbe stato poco saggio ignorarne la forza militare e politica. Uno scontro diretto tra le due fazioni si determin a proposito di Toron e Chastel Neuf, su cui pretendevano autorit i Cavalieri Teutonici, appoggiati dall'imperatore e dal suo "bailli" nel regno latino, Baliano di Sidone. Si fece per avanti un altro pretendente, la principessa Alice d'Armenia, e gli Ibelin, ispirandosi alle leggi vigenti nel regno, sconfessarono i loro obblighi di vassallaggio a Federico accusandolo di avere illecitamente spossessato uno dei loro protetti. A quanto sembra questa ferma presa di posizione si registr prima che Federico facesse ritorno ad Acri al termine della crociata. L'imperatore si ritrov con le spalle al muro; alla fine dovette riconoscere la solidit delle carte in mano ad Alice e rassegnarsi a concedere all'Ordine Teutonico altri territori in sostituzione di Toron. In parole povere, l'alta corte impose a Federico una strada obbligata; la sanzione, il rifiuto del vincolo vassallatico, fu sufficiente a indurlo a sottomettersi al giudizio dei baroni siriani. Il tentativo di esportare nell'Oriente latino una concezione pi estesa, imperiale, della sua sovranit sul regno di Gerusalemme era andato a infrangersi contro un muro invalicabile.
Un'altra inequivocabile dimostrazione della difficolt di addomesticare i suoi indocili oppositori si ebbe negli ultimi minuti della sua permanenza in Acri. La tensione era prossima al punto di rottura. L'imperatore fremeva per l'impazienza di far ritorno nell'Italia meridionale e distruggere le milizie papali che avevano invaso il "regnum". Prima del definitivo commiato occorreva per nominare un "bailli" o reggente permanente nel regno di Gerusalemme.  lecito supporre che il pensiero di Federico corresse a una sua creatura, Tommaso di Acerra, ma a quanto sembra i principi siriani erano di diverso avviso. L'imperatore cerc di uscire di soppiatto da Acri il 1 maggio, ma venne riconosciuto mentre era sul punto di imbarcarsi su una galea ancorata vicino al quartiere dei macellatori di Acri. Venne bombardato di frattaglie da una folla inferocita. Di l a poco ecco spuntare Giovanni di Ibelin, che rispediti alle loro occupazioni quelli che avevano bersagliato Federico - era pur sempre il re, e come tale degno di rispetto -, ritto sul molo, fece ampi cenni di saluto domandando con voce stentorea all'imperatore su chi fosse ricaduta la sua scelta. La risposta, morbida, fu che i "bailli" sarebbero stati Baliano di Sidone e Garnier l'Alemanno. Rendendosi conto di non essere in grado, almeno per il momento, di imporre un uomo non gradito, Federico aveva passato l'incarico a due signori siriani notoriamente a lui fedeli. Salp quindi per Tiro, dove lo attendevano Baliano e Garnier. Giovanni di Beirut aveva comunque messo a segno un punto importante, evidenziando in pubblico la sua deferenza nei confronti dell'imperatore, richiamando i macellai e scongiurando una grave sommossa. Paladino della giustizia, Giovanni pot cos in seguito evocare di s l'immagine di un pilastro di rettitudine, ampiamente dimostrata sventando una congiura contro la vita dell'imperatore.
I rovesci siriani parvero trovar compenso in un mutar delle sorti di Cipro. Avanti di lasciare Acri, Federico aveva spedito a Cipro tienne de Botron con un forte contingente di cavalieri del Sud Italia onde ottenere la consegna di tutte le fortezze dell'isola. La consorteria degli Ibelin dovette far fagotto; del gruppo faceva parte Giovanni di Giaffa, futuro eminente giurista siriano ma al momento ancora in tenera et, i cui scritti riverberano le diatribe costituzionali che fecero alone al viaggio di Federico. Sia come sia, "l'imperatore teneva Cipro", come concisamente annota Filippo di Novara. Fu giocoforza affidare il giovane re Enrico a Federico, ora in condizioni ben diverse dalla sua prima visita a Limassol. Amalrico Barlais e i suoi quattro alleati furono trattati con onore ed ebbero l'opportunit di acquistare la reggenza di Cipro per diecimila marchi: l'imperatore non era intenzionato a dar via l'isola per un tozzo di pane. Amalrico doveva farsi garante che Giovanni di Beirut non potesse pi metter piede su Cipro e, a questo fine, venne lasciata una guarnigione di truppe tedesche, fiamminghe e italiche. Il piccolo Enrico fu fidanzato a una figlia del marchese del Monferrato, la cui famiglia non molto tempo prima aveva contrastato Federico in Lombardia; ma lunghi anni separavano il ragazzo dal trono e l'imperatore contava sui cinque baroni e sui loro soldati "longobardi" (del Mezzogiorno d'Italia). Di particolare interesse  l'arrangiamento finanziario. La crociata era costata a Federico una fortuna; si doveva compiere ogni sforzo per recuperare le spese. Forse l'iniziale richiesta di denaro a Giovanni di Beirut era stata motivata in parti uguali dal desiderio di sgretolare la corruzione e dal cruccio per le lievitanti spese dell'impresa. Ad ogni modo, il ricorso alla diplomazia in luogo delle armi aveva tra le altre cose consentito notevoli economie.
Ancora una volta Federico aveva per sottovalutato la vigorosit dell'opposizione. L'estrema vendetta perpetrata ai danni degli Ibelin, con la loro esclusione da Cipro, ne sollecit l'inevitabile reazione. Allestita una piccola flotta, essi fecero vela per l'isola (luglio 1229) e sospinsero i cinque baroni a nord tra le montagne attorno a Kyrenia, Kantara e Dieu d'Amour, tre formidabili piazzeforti. I vassalli ciprioti in generale si schierarono dalla parte degli Ibelin, irritati dalle estorsioni e dagli espropri messi in atto dai cinque baroni per recuperare i diecimila marchi promessi a Federico. Alla data del 1235 gli Ibelin avevano riacquistato il pieno controllo dell'isola e "liberato" re Enrico. Filippo di Novara descrive le inquietanti esperienze vissute durante una visita privata a Cipro, minacciato di morte e avventurosamente sfuggito alle grinfie dei cinque baroni trovando rifugio presso i cavalieri di San Giovanni in Nicosia. Trasparente  l'intento di dipingere Amalrico Barlais e i suoi amici come portatori del pi bieco terrore; con maggiore obiettivit, si pu affermare che anni di spadroneggiamento in nome di Giovanni di Beirut fossero ora ripagati con ugual moneta contro i sostenitori pi accesi degli Ibelin. In particolare, la cricca al potere aveva assoluta necessit di metter le mani sui numerosi castelli sparsi per l'isola. Se non ci fosse riuscita, la porta sarebbe rimasta aperta per un trionfante ritorno di Giovanni di Ibelin.
La crociata di Federico lasci uno strascico di conflitti e di disordine sia a Cipro che in Terra Santa. La lotta per il potere sull'isola e sulla terraferma infuri a lungo spaccando in pratica il regno cristiano per un decennio. Dagli avvenimenti susseguitisi tra il settembre 1228 e il maggio 1229 risulta chiaro che Federico aveva clamorosamente mal calcolato la forza dell'opposizione, che non era soltanto di ordine militare, ma anche di natura ideologica. L'imperatore era partito dal presupposto che sarebbe stato sufficiente annunciare i propri diritti; i Latini d'Oriente, anelanti alla sua presenza, certamente ne avrebbero accettato le istruzioni, fosse pur soltanto nell'interesse della crociata. Non poteva immaginare quanto gli Stati cristiani d'Oriente, nonostante l'incombente minaccia del mondo islamico, fossero divisi da faide familiari e conflitti costituzionali. Pi ancora rimase stupefatto dall'indifferenza verso quello che ai suoi occhi era un successo mirabolante, la riconquista di Gerusalemme. Dopo tutto, non era salito sul Monte degli Ulivi per appendere lo scudo a un albero e annunciare gli ultimi giorni dell'umanit; tra interdetti e spregevoli rivalit il fervore messianico si era come ritirato su se stesso. L'incoronazione in Gerusalemme, nonostante tutte le reminiscenze davidiche, anzich fungere da catalizzatore aveva fatto convergere su di lui il fuoco dell'opposizione, alimentato dal crescendo di maledizioni del papa e del patriarca. La crociata gli fece aprire gli occhi. Egli torn in Italia pi che mai conscio dei suoi diritti imperiali, ma anche pi che mai consapevole che gli ostacoli maggiori venivano frapposti sul suo cammino proprio da coloro di cui, un tempo, aveva sperato l'appoggio: tra gli altri, il vescovo di Roma e i baroni siriani.
La Gerusalemme di Federico conobbe un breve periodo di fioritura. Probabilmente venne inaugurato uno "scriptorium" cui dobbiamo la produzione dello stupendo salterio conservato nella Biblioteca Riccardiana di Firenze. La Torre di Davide venne irrobustita; quali che fossero le promesse di Federico a al-Kamil, le fortificazioni furono poco a poco rimesse in sesto. Una struttura che con ogni probabilit risale al periodo della nuova dominazione crociata in Gerusalemme  il Cenacolo, o stanza dell'Ultima Cena, sul monte Sion - un'opera che le pesanti finestre a punta denunciano del Tredicesimo secolo e che si eleva sopra una costruzione pi antica, identificata dalla tradizione con la tomba di Davide, gi meta di numerosi pellegrini cristiani. Acri rimase comunque il fulcro commerciale e giudiziario del regno, primato conteso pi da Tiro (sede degli imperialisti) che dalla capitale spirituale, Gerusalemme. Il papato naturalmente calc i toni sugli svantaggi del trattato con al-Kamil pi che sul fatto che la culla della cristianit era stata liberata da Federico Secondo.

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6.

Approfittando dei venti favorevoli, Federico raggiunse Brindisi il 10 giugno 1229. Trov ad attenderlo un regno in subbuglio. La ribellione serpeggiava ovunque; circolavano voci incontrollate sulla sua morte, o prigionia; il pontefice gli stava aizzando contro una maligna campagna propagandistica. La situazione era esplosiva.  necessario fare un passo indietro al 1228 per capire con quanta abilit Gregorio Nono avesse saputo trar partito dell'assenza di Federico per scalzarne il potere alle fondamenta. La crociata gli aveva offerto una formidabile chance di realizzare la sospirata separazione della Sicilia dall'impero, questa volta per non per mezzo di una manipolazione dinastica relativa agli eredi degli Hohenstaufen, ma attraverso una soluzione radicale: sloggiare Federico da tutti i suoi troni, governare la Sicilia e l'Italia meridionale traducendo in pratica la giurisdizione vantata da San Pietro, scovare per la Germania una nuova e meno indocile casata. Un'operazione progettata a difesa dell'autorit papale, non soltanto nel Centro Italia disputato agli antenati di Federico, ma sull'intera cristianit.
Il papato aveva cercato di guadagnare consensi a misure rivoluzionarie ancor prima della partenza dell'imperatore. La mossa pi scontata fu lo scioglimento dei sudditi di Federico dal giuramento di fedelt; non proprio una deposizione, ma pur sempre un passo importante in quella direzione. Soltanto il duca di Baviera tra i grandi feudatari tedeschi si dimostr sensibile ai progetti di Gregorio, che si vide cos costretto a rinfoderare i suoi sogni di elevare alla dignit imperiale un nuovo personaggio, prono ai suoi comandi e sollecito a mortificare le ambizioni degli Hohenstaufen. Un po' pi d'entusiasmo venne manifestato dai comuni dell'Italia settentrionale e centrale, quasi a sottolineare il contrasto tra il successo di Federico nel conservarsi fedele la Germania, tramite generose concessioni ai suoi seguaci, e le perduranti difficolt con le citt lombarde pi turbolente. Ma anche in Lombardia mancava una seria coordinazione. In realt i comuni auspicavano soprattutto che Federico si levasse di mezzo, in modo da potersi riazzuffare senza timore di interventi dall'alto. Tutto sommato, poco successo era arriso all'iniziativa di Gregorio, che cerc sostegno anche in Sicilia, ancora una volta affrancando i regnicoli dai loro obblighi verso l'imperatore - un compito reso pi agevole dall'esistenza di rivendicazioni di sovranit da parte della Santa Sede. Concreti risultati furono per ottenuti soltanto quando, nel 1229, vennero messe in giro "indiscrezioni" sul trapasso di Federico; sovversione e menzogne furono i metodi adottati dal Vicario di Cristo. A sostenere la causa dell'irato pontefice, per ragioni di interesse, ecco comunque levarsi il solito Giovanni di Brienne. Ormai anziano, costui ancora anelava ad essere il campione della Chiesa contro la tirannia degli Hohenstaufen, l'ennesimo esponente di una linea di atleti di Cristo le cui devastazioni nell'Italia meridionale ricevettero la benedizione pontificia.
Convinto che la sua fosse una guerra giusta, non dissimile da una crociata, Gregorio batt cassa presso le chiese d'Inghilterra, Scandinavia e Francia per finanziare la campagna di Giovanni di Brienne. Obiettivo era il recupero del regno vassallo di Sicilia alla Santa Sede. In Inghilterra, come riferisce Ruggero di Wendover, vi furono forti resistenze e alla fine vescovi e abati si videro costretti a dare in pegno il proprio vasellame per riempire i forzieri del Vaticano. Le promesse che chi avesse contribuito si sarebbe assicurato la gratitudine papale suscitarono scarsa emozione; i laici si mostrarono renitenti alla tassazione. Ci malgrado, a furia di insistere, un'ingente somma venne raggranellata e trasmessa a Roma. L'esazione di un tributo  significativa per diverse ragioni. Gregorio Nono prov in quest'occasione a imbrigliare l'apparato finanziario della Chiesa al soccorso di una guerra che non poteva considerarsi una crociata. Infatti non v'era speranza di indulgenza, e cio di definitiva assoluzione dai peccati, per chi avesse partecipato o comunque elargito denaro. Nel 1228 Gregorio non era ancora pronto a dar libero e totale sfogo alla collera ecclesiastica contro Federico, anche se Innocenzo Terzo aveva gi usato di sfuggita la parola crociata a riguardo del pericoloso Marcovaldo di Anweiler; il conflitto di Gregorio con Federico acquist il carattere della crociata soltanto nel 1239 e 1240. Sulla schiena dei combattenti non v'era la croce, ma le chiavi di San Pietro. Nel 1228 sussistevano parecchi dubbi sulla liceit della dichiarazione di una crociata contro i nemici laici della Chiesa e l'incertezza si mescolava al ruolo di Federico quale difensore del Santo Sepolcro, ancorch colpito da scomunica. Gregorio evit perci con cura di rispondere alla crociata di Federico, per quanto corrotta potesse essere, con una crociata contro Federico sul suolo italico. La reazione popolare, magari nella stessa Roma, sarebbe stata contraria. La guerra del 1228 fu una specie di mezza-crociata, orfana dei privilegi normalmente accordati a chi prestava giuramento, ma sotto altri aspetti - l'imposizione della tassa, il segno delle chiavi in sostituzione della croce - modellata sull'istituzione crociata corrente. In pratica si dovettero arruolare stuoli di mercenari dalla Spagna o dall'Europa settentrionale, non in ogni caso il tipo di persone che avrebbero potuto essere allettate con l'offerta di ricompense celesti. Il senso della giustizia di Gregorio venne ancor pi esasperato dalla reazione del fido luogotenente di Federico, Rainaldo, gi oggetto della furia papale per l'uso fatto del titolo di duca di Spoleto. Rainaldo si procacci altre ingiurie attestando le sue forze in Spoleto e nella zona a levante, la marca anconetana. L'intenzione era di sbarrare il passo a qualsiasi esercito invasore, ma le linee di comunicazione erano evidentemente troppo allungate; un'armata pontificia lo costrinse a ripiegare, a dispetto della popolarit di cui godeva nell'Italia centrale, ed espose le frontiere del regno a un attacco (inverno 1228-29). All'inizio del 1229 altre milizie papali marciarono alla volta del regno di Sicilia, ma per due mesi furono tenute in scacco dalle forze siciliane al comando del gran giustiziere, Enrico de Morra. La sconfitta di quest'ultimo in marzo port a un improvviso collasso dei realisti nell'area attorno a Montecassino. A partire da quel momento le cose parvero precipitare. Non  difficile capire perch Federico, nei mesi precedenti il marzo 1229, fosse disposto a tirare in lungo i negoziati con al-Kamil. La situazione nell'Italia meridionale era grave, ma Enrico de Morra teneva duro. Messo in rotta Enrico, il bisogno dell'imperatore di tornare a organizzare la difesa del regno si fece urgente. E fu proprio quella la linea di condotta cui si attenne Federico. Ci sono pervenute lettere, speditegli dai suoi ufficiali in Sicilia, che ne caldeggiano l'immediato ritorno e lo mettono in guardia da complotti volti a catturarlo o comunque a nuocergli. Secondo fonti arabe, lo stesso Federico scrisse all'amico Fakhr ad-din, cortigiano di al-Kamil e ambasciatore in Sicilia durante gli anni venti; la lettera, da Barletta in Puglia,  datata 23 agosto 1229 e si riferisce a episodi avvenuti mentre Federico era in Oriente:

"Come ti spiegammo a Sidone, il papa con il tradimento e l'inganno ha preso una delle nostre fortezze, chiamata Montecassino, rimessagli dal suo malvagio abate. Aveva promesso di far anche pi danno, ma non pot perch i nostri fedeli sudditi attendevano il nostro ritorno. Fu cos costretto a diffondere false notizie della nostra morte ed obblig i cardinali a giurarlo e ad affermare che il nostro ritorno era impossibile. Essi dunque si misero d'impegno per imbrogliare il popolino con questi trucchi e dicendo che dopo di noi nessuno meglio del pontefice avrebbe potuto amministrare le nostre propriet e badarvi per conto di nostro figlio. Cos, in forza dei giuramenti di uomini siffatti, che dovrebbero essere nobili sacerdoti della fede e successori degli apostoli, una folla di zotici e criminali venne menata per il naso".

Sicuramente la situazione peggior nella primavera del 1229. Rainaldo di Spoleto si lasci sfuggire il controllo della marca anconetana e le schiere di Giovanni di Brienne cominciarono, sia pur con circospezione, a insinuarsi in Puglia. Il papa intensific le sue manovre sovversive, offrendo generosi privilegi a Napoli, Gaeta ed altre citt e concedendo loro l'autogoverno sul modello del Nord in cambio del riconoscimento della sovranit papale e della corresponsione di certe tasse a Roma. Gregorio seppe sfruttare con abilit il suppurante desiderio di autonomia comunale, ma, contrariamente a quanto andava sostenendo Federico nella lettera a Fakhr ad-din (semprech sia autentica), non aveva alcuna intenzione di sostituirlo in Sicilia con un nuovo sovrano, poniamo uno dei due figli dell'imperatore, essendo suo preciso disegno smantellare il regno e porlo sotto il diretto controllo della Santa Sede. Si pu supporre che Giovanni di Brienne e la sua famiglia avessero ricevuto promesse di terre a Lecce e in altre parti della Puglia, ma nulla lascia pensare che mirassero alla corona siciliana. D'altra parte si andavano ammassando nuove, minacciose nubi: una rivolta della piccola comunit saracena sopravvissuta nella Sicilia occidentale, ostile a Federico ma altrettanto poco sensibile al fascino della Chiesa. Per giunta, le operazioni militari erano andate troppo per le lunghe, aprendo falle paurose nelle casse donde si doveva attingere il denaro per pagare i mercenari e provvedere alle linee di rifornimento. La raccolta di fondi aveva dato frutti sufficienti a un buon avvio, ma non a una campagna di logoramento. Si imponeva una soluzione rapida. I cardinali si gettarono nella mischia concedendo prestiti al papato, ma era chiaro che la via pi breve per debellare l'opposizione passava per l'invenzione della scomparsa di Federico. Di qui la clamorosa disonest di Gregorio Nono, certamente ragguagliato sulle attivit del "defunto" grazie alle relazioni del patriarca Geroldo e agli ignorati inviti alla pace dello stesso imperatore.
Con l'inopinato ritorno di Federico, le malvage macchinazioni di Gregorio si ritorsero contro di lui. L'imperatore era sano e salvo, e vittorioso; l'opposizione in Puglia si sciolse come neve al sole. La problematica lettera a Fakhr ad-din si sforza di presentare Federico come una sorta di nume guerriero la cui presenza  di per s sufficiente a seminare il panico tra gli avversari. Un tantino eccessivo, ma neppure troppo. Federico riport l'ordine in Puglia, fuse in unico blocco lealisti locali e crociati, inclusi molti devoti Germani, e insegu il nemico senza dargli quartiere, riprendendosi i territori che in marzo gli erano stati sottratti attorno a Cassino, San Germano e Sora. Quest'ultima citt, ritenuta infida e meritevole di punizione esemplare, fu rasa al suolo e molti dei suoi abitanti vennero impiccati o passati a fil di spada. La brutalit di Federico non era una rappresaglia fine a se stessa, ma una mossa meditata. Un governante che, a seconda delle occasioni, non sapesse far pagare il fio della slealt o mostrarsi misericordioso non era degno della sua corona. Quale rappresentante del Padreterno in terra, Federico dispensava castigo e perdono, servendosi di esempi eclatanti affinch ciascuno potesse riflettere sulla sorte che poteva toccare ai traditori. Una linea di condotta che si rivel vincente. Giovanni di Brienne dovette alzare bandiera bianca prima che si chiudesse il mese di ottobre, ma gi da tempo il suo destino era segnato. Vari storici hanno sottolineato che l'imperatore evit di suggellare il suo trionfo incalzando il nemico in fuga a nord della frontiera del Regno nei territori poco tempo addietro difesi da Rainaldo di Spoleto. Il fatto  che Federico non mirava alla conquista del Patrimonio di San Pietro, n all'umiliazione del pontefice (tanto pi che gi in una certa misura gliela aveva inflitta con i successi nell'Italia meridionale), ma piuttosto a metter fine all'annoso conflitto con Gregorio e ad elaborare una formula che salvaguardasse i suoi diritti senza gettar discredito sul papato. In altri termini, auspicava un recupero del "modus vivendi" che aveva caratterizzato i suoi rapporti con Onorio Terzo. Aveva poi la precedenza il ritorno alla normalit nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia, poich l'invasione dell'esercito pontificio, come abbiamo rilevato, aveva avuto a corollario un'aperta ribellione; e occorreva metter mano quanto prima a una nuova legislazione. Quanto alla Germania e alla Lombardia, certo Federico era rimasto colpito dalla fedelt a tutta prova della prima: erano in vista adeguate ricompense, sotto forma di ulteriori, imponenti privilegi. La disunione lombarda nel corso del biennio 1228-29 aveva reso a tutti evidente che le citt della Pianura Padana non costituivano un grosso pericolo per Federico sintantoch questi ne avesse rispettato l'autonomia. Dopo le irritazioni del viaggio in Oriente e la crisi dell'incursione di Giovanni di Brienne, sembravano dischiudersi prospettive migliori. Bisognava convincere il coriaceo Gregorio a venire a patti, ma anche in queste trattative Federico era pronto a offrire un'esca generosa.

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7.

Trovare un'intesa con il pontefice si dimostr tuttavia compito di straordinaria difficolt. Soltanto nel luglio 1230, previo intervento dei principi tedeschi e del gran maestro dei Templari, la pace pot dirsi conclusa, essendosi Gregorio in precedenza mostrato refrattario a esplicite minacce. Il consenso ai negoziati non fu tanto decisione sua, quanto di numerosi eminenti cardinali persuasi del genuino desiderio di Federico di comporre le divergenze. Rigido nella sua ostinazione, Gregorio accolse con sospetto anche le petizioni dei feudatari germanici. Non gli sfuggiva che un accomodamento avrebbe sancito il dominio di Federico sulla Germania e sulla Sicilia, segnando la rinuncia a un principio importante che era stato all'origine dell'anatema; ma gli era altres chiaro che Federico aveva ormai assolto (alla sua maniera) i suoi voti, godeva indiscusso credito presso le corti europee e si era saldamente insediato in Germania, mentre la Lombardia aveva risposto alquanto timidamente alle speranze che in essa riponeva la Santa Sede. Tutto considerato, Gregorio acconsent a prosciogliere l'imperatore dalla scomunica e a cancellare ogni altro provvedimento preso nei suoi confronti; Federico, per parte sua, si impegn a esentare il clero siciliano dalla giurisdizione secolare - ovvero, a rinunciare a ogni pretesa di autorit legatizia apostolica nell'ambito dell'Italia meridionale. Il patto prevedeva inoltre la restituzione agli ordini del Tempio e degli Ospedalieri dei loro estesi possedimenti nel Meridione d'Italia, confiscati dopo la crociata per la condotta tenuta nei suoi confronti in Oriente. In pratica, un'amnistia generale ai sostenitori del papa nell'Italia meridionale.
Questi accordi, stipulati a San Germano e Ceprano, vengono dai pi giudicati un clamoroso infortunio di Federico, incapace di sfruttare appieno la posizione di vantaggio acquisita sgominando le truppe di Giovanni di Brienne. Viceversa la sottomissione dell'imperatore era calcolata. In primo luogo, era necessario far accettare a Gregorio l'idea di fondo del patteggiamento. Secondo, Federico si rendeva conto che la scomunica, ad onta della vittoria, costituiva un ingombro non indifferente, uno strumento di propaganda in mano ai suoi nemici: essendo cristiano, doveva essergli odiosa la prospettiva di restare in quello stato. Terzo, Federico usc dai negoziati senza nulla aver perso in Germania e in Sicilia, rigettando di fatto le obiezioni essenziali di Gregorio ad un suo eccessivo accumulo di potere. Nonostante fosse presentato in modo da non mortificare il pontefice, il compromesso di pace fu in realt una vittoria per Federico, non per Gregorio. Ben sapendo quanto fosse opportuno concedere comunque l'onore delle armi all'irascibile papa, l'imperatore non si cur affatto della reazione dei contemporanei che lo criticarono per aver concesso molto in cambio di poco. Sintantoch Gregorio si fosse adattato a quella finzione, la pace avrebbe potuto durare. I trattati di San Germano e Ceprano celebrarono la sagacia politica di Federico, il quale, per la seconda volta in due anni, aveva fatto sfoggio di non comune abilit diplomatica. Anche con al-Kamil, per molti versi pi malleabile, aveva dato prova di saper temporeggiare, insistere e attendere.
L'epilogo si ebbe in privato, nel settembre 1230, a Anagni, dove Federico, Ermanno di Salza e Gregorio si sedettero attorno allo stesso desco. A quel punto le lettere papali erano colme di frasi concilianti nei riguardi di Federico. Kantorowicz pone a confronto le missive del 1229, che bollano Federico come discepolo di Maometto, con quelle dell'estate 1230, che lo lodano come "amato figlio della Chiesa". Sarebbe azzardato supporre che il cambiamento di tono rispecchi un mutamento d'inclinazione. Era comunque il massimo che si potesse pretendere da Gregorio. Non aveva scelta.

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Capitolo sesto.
LEGGE E MONARCHIA IN SICILIA.


1.

Tornato in Sicilia, Federico attese con rapidit ed efficienza alla riorganizzazione del regno. Le vittorie da lui riportate sull'esercito pontificio consigliarono agli oppositori un veloce rientro nei ranghi: appariva evidente che l'imperatore non era distrutto n tanto meno defunto e le riluttanti citt campane videro sfumare ogni loro speranza di libert civiche con la pace di San Germano. La restaurazione dell'ordine non poteva essere affidata esclusivamente alla forza delle armi. Occorreva affiancarle un'altra forza, quella del diritto, cosicch nell'estate del 1231 Federico present un nuovo codice ai suoi vassalli riuniti a Melfi, nell'entroterra continentale. Le "Costituzioni di Melfi", contenendo pi di duecento disposizioni legislative e proclami, sono state salutate dagli storici come la pi cristallina evidenza del desiderio di Federico di fare della Sicilia uno "stato modello", ben ordinato, centralizzato, efficiente, in cui tutti i diritti e gli obblighi fossero soggetti al capriccio o alla volont del sovrano. Le esigenze pratiche della ricostruzione si fusero alle necessit teoriche di un concetto altamente sviluppato di monarchia assolutistica concretizzandosi in un corpo di legislazione logico e coerente. Ma una siffatta interpretazione delle "Costituzioni di Melfi" si fonda su un pio desiderio. Quali che siano le influenze esercitate su Federico dai gloriosi codici romani, dai giuristi canonici contemporanei e dalla filosofia aristotelica, da poco tornata sulla cresta dell'onda, la sua normativa giuridica non segna l'avvento di un nuovo Giustiniano. Tutto l'insieme manca dell'ampio respiro e dell'organicit onnicomprensiva dei testi romani, limitandosi ad affrontare i problemi specifici ad un regno in urgente bisogno di ricostruzione. N si pu parlare di profonda originalit, ma piuttosto di una combinazione ben dosata di fonti romane, canoniche e feudali - elementi di diritto consuetudinario germanico, se giudicati di maggior praticit, trovavano collocazione accanto a radicate usanze italiche.
I sistemi normativi spesso rivelano al lettore nulla pi di ci che egli desidera scoprirvi. Pochi storici hanno letto da cima a fondo le "Costituzioni di Melfi". La ricerca di prove del romanismo della monarchia siciliana - un tema largamente evidenziato in altre, pi antiche fonti - ha distratto gli studiosi dall'importanza di queste leggi come guida alla prassi legale contemporanea in tribunali popolati di Lombardi, Greci ed anche non-cristiani. Ci che qui vogliamo mettere in evidenza  il legame tra questa legislazione e la struttura politica e sociale del "regnum" negli anni attorno al 1231. Gli antecedenti delle singole norme - romane, normanne o quali che siano - hanno un interesse secondario. Per motivi analoghi ci asterremo dall'usare il nome correntemente attribuito al codice, vale a dire il "Liber Augustalis", "il libro di Augusto": un nome coniato da commentatori di et posteriore avidi di cogliere in questi princip regolatori un'esplicita asserzione di autocrazia.
Intendiamoci: non  mia intenzione negare che le "Costituzioni" siano colme di riferimenti al passato imperiale di Roma e imbevute della concezione del monarca come legislatore, ma piuttosto porre l'accento sul fatto che questi argomenti non vengono sviluppati sino alle loro estreme conseguenze. Viene enunciata un'interpretazione della natura della legge che per non impregna le singole leggi, non d un'impronta all'intero codice. Forse non era possibile agire diversamente. La disciplina giuridica venne promulgata soltanto pochi mesi dopo il trattato dell'imperatore con il papa; durante quel periodo il "regnum "era stato percorso in lungo e in largo da inquisitori che convocavano i saggi per averne un ragguaglio sulle locali procedure legali, ma senza dubbio erano anche a caccia di abusi - castelli adulterini, espropriazioni di territori demaniali, e via dicendo. Alla loro testa vi era il consigliere pi vicino al cuore dell'imperatore, il giurista Pier delle Vigne, una delle pochissime persone, a parte i re normanni e gli imperatori romani, citate nelle "Costituzioni". In seguito, Federico avrebbe aggiornato o integrato il testo fondamentale del 1231 con una serie di "novelle". Tutto ci pone in rilievo la rapidit di esecuzione del codice e il suo carattere quasi sperimentale: frutto di qualche mese di intenso lavoro, non gli si potevano richiedere la levigatezza e la sistematicit del digesto romano.
Si riscontra addirittura una certa confusione riguardo la natura dell'atto legislativo. Federico cit dettagliatamente le leggi dei suoi predecessori normanni - proposizioni in generale brevi ed enfatiche dalle assise di Ruggero Secondo ed enunciati pi articolati rispetto a Guglielmo il Buono. Il contrasto tra le terse dichiarazioni di principio di Ruggero e la verbosit di Federico (terrore di qualsivoglia traduttore: il latino originario non sempre  nitido o elegante)  sorprendente. Nelle "Costituzioni", generiche affermazioni di principio si mescolano a disamine approfondite di specifici problemi giuridici. Qua e l fa capolino la mano dell'imperatore. Forse la combinazione di una squadra di giuristi romani, guidata dal formidabile delle Vigne, con un padrone esigente ed impiccione provoc squilibri insanabili: i tentativi dei redattori di creare un insieme armonico furono frustrati dalle eccessive attenzioni dell'imperatore e dai problemi locali di un regno le cui leggi poggiavano su un assortimento di tradizioni contrapposte.
L'introduzione al codice ci offre comunque una prospettiva singolare del pensiero di Federico. Le prime parole sono un elenco di titoli: imperatore dei Romani, Cesare Augusto, signore dei regni d'Italia, Sicilia, Gerusalemme e Borgogna. Ecco il primo paradosso: in tutta l'opera Federico parla di se stesso come dell'"augusto", accennando ai suoi "divini predecessori", gli "Augusti" dell'antica Roma o anche di epoca pi recente (come Enrico Sesto e Costanza). Si presenta dunque come imperatore, eppure legifera per un regno apparentato all'impero, come abbiamo visto, da vincoli alquanto aleatori - un regno la cui separazione dall'impero romano era stata enfatizzata da Ruggero Secondo e all'apparenza accettata persino da Enrico Sesto; un regno che in ogni caso era uno stato vassallo del papato, una realt questa che lo classificava come corpo estraneo all'impero anche se la medesima persona reggeva entrambe le corone. L'ordinamento giuridico di Federico non si perde in queste sottigliezze. Nel prologo l'imperatore rileva che il regno di Sicilia  "la preziosa eredit della nostra maest" e che le lacerazioni sofferte sin dalla sua infanzia impongono di riportarvi pace e giustizia. Viene detto espressamente che la legislazione sar applicata in tutto il regno di Sicilia, ma non altrove. Si afferma che la Sicilia, tra tutti i possedimenti dell'imperatore,  quello maggiormente bisognoso di un buon governo; ma nel testo scarseggiano riferimenti specifici agli altri regni di Federico. Questa confusione relativa allo status della monarchia siciliana avrebbe intralciato la politica italiana per tutto il tempo che Federico rest al potere. Constateremo tra poco che la tendenza a trattare la Sicilia come parte dell'impero ma al contempo entit separata con tradizioni peculiari si riaffaccia sulle monete d'oro coniate da Federico in quel periodo.
Il "regnum" richiedeva le cure di Federico: la Necessit sta alle radici della legislazione. Il proemio al codice si apre con una disamina dei motivi che conducono alle norme giuridiche. Dio cre l'universo e assegn all'uomo il dominio su tutti gli altri esseri viventi. L'uomo era vincolato a una semplice legge primordiale, ma disobbed; mangiando il frutto dell'albero della conoscenza perse l'immortalit e, cos facendo, mise in pericolo il resto della creazione: quale poteva essere lo scopo delle creature inferiori se esse non servivano i bisogni del padrone che Dio aveva loro destinato? Viene qui forse richiamato il pensiero aristotelico della funzione dell'uomo e del mondo creato, un'idea che sar pi avanti approfondita nell'analisi sulla natura e necessit della legge. La trasgressione dell'uomo era potenzialmente disastrosa per la creazione, ma Dio consent che si moltiplicasse e la diffusione dell'umanit gener nuovi problemi. L'uomo era nato virtuoso, ma l'esplosione demografica produsse inevitabili conflitti di propriet. L'odio stesso altro non era che una conseguenza del peccato commesso nel giardino dell'Eden, della scoperta dell'esistenza del male. Fu per ispirazione divina e sotto la spinta della necessit che vennero plasmati principi autorizzati a dirimere crimini e controversie. Il peccato originale non era la causa diretta della costituzione dell'autorit dei principi: il loro potere deriva dalla benevolenza di Domineddio e dall'evidente necessit di porre un freno alle lotte dell'umanit. E quali sono i compiti dei principi? Il posto d'onore spetta alla conservazione della Chiesa. Molti hanno voluto scorgervi un tentativo di strappare al papato l'iniziativa in materia di cose spirituali, mentre in realt l'idea del principe (e in particolare dell'imperatore) come "gladius Christi", campione della comunit cristiana, era ampiamente diffusa sia nei circoli imperiali che in quelli ecclesiastici. Ci non toglie che Federico abbia colto al volo l'opportunit di sottolineare la gravit del suo obbligo di patrocinare gli interessi della Chiesa in un momento in cui correva voce che egli ne fosse il peggior nemico.
Al di l della difesa dell'istituzione religiosa, che si evince dal documento, si pone la difesa della pace secolare, e la sua applicazione attraverso l'esercizio della giustizia. Qui le "Costituzioni" alludono indirettamente alle circostanze che le portarono alla luce: un imperatore che era riuscito a ristabilire l'ordine nei suoi domini e si trovava ora in dovere di promuovere la "iustitia", e non soltanto nel significato pragmatico che a questo vocabolo si attribuiva. In un'elegante ma misteriosa frase il professor Ullmann ha spiegato che ""iustitia"  "ius" allo stato grezzo; si colloca nell'anticamera del "ius"". Ovvero, pi semplicemente, le leggi andrebbero elaborate in ossequio ai princip dell'ordinamento giuridico, ricavate da presupposti etici racchiusi nell'insegnamento di Dio. Non a caso ad un certo punto del codice si afferma che i giudici del re, i giustizieri, prendono nome dai termini "ius" e "iustitia". Del resto, sulla grande porta d'accesso eretta a Capua nel 1234 campeggiano l'imperatore, i suoi giudici e, in posizione di comando, una statua della Giustizia, virt manifestata per mezzo del buon governo.
A giudizio di alcuni studiosi l'introduzione al cosiddetto "Liber Augustalis" rappresenterebbe un sorprendente rifiuto delle idee accettate sulla natura del governo. Il peccato dell'uomo nel giardino dell'Eden sfocia, col trascorrere delle generazioni, nella discordia; i governanti sono il "flagellum", lo staffile, designati con la loro severit a porre fine agli alterchi dei corrotti. L'appello di Federico alla necessit viene interpretato come una sostituzione di una forza naturale positiva, benefica d'impronta, alla forza coercitiva negativa dello Stato immaginato dai teorici precedenti. In realt le idee non sono cos rivoluzionarie. Egli non dice che i governanti non abbiano il compito di punire l'umanit per le colpe commesse. Il suo pensiero si riallaccia alla concezione agostiniana dello Stato come correttore delle iniquit dell'uomo, anche se  arricchito da accidentali "lampi" di sapore aristotelico evidenzianti la funzione dell'universo creato e del governante come fonte di potenziale perfezione o miglioramento nell'ambito della societ. Insomma, il prologo di Federico ci offre un'interpretazione pi ottimistica delle finalit del governo e dei modi in cui esso pu indirizzare la societ verso gli obiettivi pi incalzanti: la pace e il dispiegamento di una condotta virtuosa. Le radici di quest'ottimismo vanno presumibilmente ricercate in un'attenta lettura non gi di testi aristotelici (non essendo ancora disponibili in Occidente i saggi etici e politici del sommo filosofo) ma di opere di diritto canonico. L'astratta teoria dello scopo della monarchia, formulata negli ammonimenti dei vari pontefici e nei trattati di matrice curiale, esce infine dai corridoi del Vaticano e approda alla corte imperiale. Non deve stupire la mancanza di accenni all'altro grande "luminare", il Vicario di Cristo. La voglia di "immagine" di Federico e il desiderio di minimizzare il rapporto di sudditanza del re di Sicilia nei confronti della Santa Sede giustificano ampiamente la scelta pragmatica di non chiamare alla ribalta il pontefice come partner nella somministrazione della "iustitia". Per giunta, sul piano teorico, l'imperatore aveva enunciato una dottrina semplice e chiara del significato e del fine della monarchia che viveva di vita propria, ossia non dipendeva dalla grazia redentrice del papa. La sua spiegazione della natura dell'autorit politica si richiamava a fonti cristiane e a assunti cristiani sul rapporto tra Dio e l'uomo; ma l'edificio che ne risultava poteva benissimo reggersi in piedi senza l'aiuto o l'intervento di un pontefice romano. Non si trattava di un'idea secolare della monarchia; l'introduzione al codice non lascia adito a dubbi sull'origine divina del potere concesso a Federico. Tra Dio e il principe non v'era alcun intermediario sacerdotale.
Qui sta il nocciolo politico del proemio alle "Costituzioni di Melfi": dimostrare come fosse possibile esporre una teoria di governo che poteva fare benissimo a meno dell'azione salvifica del papa. Era il principe che aveva il potere di guidare l'umanit verso lidi migliori, tramite l'emanazione di buone leggi fondate sull'esercizio della probit ("iustitia"). Questo ottimismo va contrapposto al pessimismo di chi vedeva nel sovrano nulla pi che "il braccio" armato del Vicario di Cristo. In tal senso il corpo di leggi rivela il germogliare presso la corte imperiale di un significativo (anche se non particolarmente originale) indirizzo di pensiero che avrebbe ricevuto ulteriore sviluppo sotto la pressione dei nuovi conflitti con il papato negli anni trenta e quaranta. Rimane per un mistero se l'impostazione sia farina del sacco di Pier delle Vigne o dell'imperatore, e come i due uomini collaborassero. Ragionevole supposizione  che l'eminente notaio e giudice abbia quanto meno fornito la materia prima cui Federico diede forma.

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2.

Nel Medioevo era opinione diffusa che una legge consolidata fosse in generale una legge giusta. Ciononostante le "Costituzioni" mescolano antico e moderno: la tesi dominante  la necessit di adattare e migliorare le disposizioni giuridiche per risolvere gli impellenti problemi del regno siciliano. Lo studioso tedesco Hermann Dilcher ha eroicamente rintracciato le origini romane, bizantine, longobarde, normanne, canoniche, persino spagnole, delle leggi di Melfi, trovandosi per costretto a una capillare opera di scomposizione. Infatti, nonostante il diritto romano abbia la parte del leone, la legislazione di Melfi non si esaurisce in un rimaneggiamento plagiario del codice giustinianeo. Le "Costituzioni" sono eclettiche, disseminate di reminescenze della monarchia normanna, con la sua appassionata ma sovente inelegante giustapposizione di idee e metodologie mediate da varie culture e, proprio come la monarchia normanna, improntate a una prospettiva decisamente pragmatica. In altri termini, le "Costituzioni" sono una reintegrazione dell'amministrazione normanna - non soltanto nel senso di una netta riaffermazione della monarchia, ma anche in quello dell'enunciazione di una sintesi applicativa di ci che sembrava utile in tutte le fonti legali reperibili. Su analoghe direttrici si era sviluppata la legislazione normanna.
Pochi esempi saranno sufficienti a rivelare il vigoroso mescolarsi dei pi disparati contributi. Un forte influsso canonistico  visibile nelle prescrizioni che denunciano gli eretici. Evidenti gli spunti dal quarto Concilio Lateranense, del 1215, ma probabili le connessioni con una normativa papale del tardo Dodicesimo secolo. I provvedimenti contro gli usurai fondono risoluzioni canoniche a novit assolute: le clausole che consentono ai prestatori di denaro ebrei di caricare un interesse annuo del dieci per cento non paiono avere origini ecclesiastiche. Talune disposizioni riguardano problemi specifici interni al "regnum" ed hanno pochi antecedenti: l'ordine di abbandonare lo stile calligrafico ornato "beneventano" in favore di una scrittura pi semplice e leggibile  rivolto ai notai di Napoli, Amalfi e Sorrento, ancorati a un sistema arcaico; acquistando i funzionari provenienti da quell'area un peso crescente nell'amministrazione regia, doveva essere insorto il timore che i documenti ufficiali cominciassero ad essere stilati in una grafia complicata e poco conosciuta. Anche un altro codicillo che vieta l'uso della carta per i documenti da presentare ai tribunali sembra essere una "trovata" di Federico mirante a scongiurare il rischio della distruzione, causa friabilit, di importanti atti pubblici. Sezioni estese hanno per come oggetto leggi longobarde. Un editto inerente alla confisca violenta della propriet inizia con le parole "optiamo per una via di mezzo tra il diritto longobardo e il diritto consuetudinario [cio romano-bizantino]". L'imperatore, uniformandosi ai suoi predecessori normanni, consentiva l'applicazione della normativa longobarda e "franca" tra i sudditi longobardi e normanni, salvo casi di conflitto con la normativa vigente. Questi contrasti erano comunque in genere affrontati senza reticenze, come dimostra una legge che aboliva certi speciali privilegi dei Normanni (o "Franchi") nella procedura legale:

"Desideriamo porre termine all'ambiguit su un particolare diritto, o, come forse sarebbe pi appropriato dire, su una negoziazione del diritto ("iniuria"), esercitato dai Franchi e osservato sino ad oggi nelle cause civili e penali. Vogliamo perci che tutti i nostri sudditi sappiano, in base ai termini di questa legge, che noi, pesiamo sulle nostre bilancie il diritto di ciascuno alla giustizia, insistiamo che nessuna distinzione debba esser fatta tra gli individui nel giudizio dei tribunali; la giustizia va messa in atto con ugual forza per ognuno, sia questi un franco, un romano o un longobardo, sia querelante o convenuto".

Segue una serie di meditate critiche agli usi dei Franchi. Ma il criterio dell'uguaglianza di fronte alla legge in un altro punto si fa anche pi esplicito: Saraceni e Ebrei devono avere la possibilit di intentar causa, giacch "non intendiamo che vengano perseguitati nella loro innocenza semplicemente perch sono Ebrei o Saraceni". Analogamente, ove non venga individuato l'autore di un omicidio, villaggi e comunit sono tenuti a pagare un'ammenda collettiva, fosse pur la vittima un ebreo o un saraceno; poich "crediamo che le vessazioni dei cristiani contro di loro siano al presente eccessive". Siamo ancora lontani dalla denuncia di ogni forma di angheria, ma si deve riconoscere il tentativo di informarsi a quelli che potremmo definire princip umanitari. Va rilevato che l'imperatore pone l'accento sui diritti dei non-cristiani non perch questi siano (come balza agli occhi in altre legislazioni) suoi "servi" o propriet, ma in forza di considerazioni puramente etiche.
Dietro l'ideale dell'equa sentenza per tutti si nasconde una difficolt pratica: il metro di misura dell'imperatore non vale necessariamente per i suoi agenti.  dunque della massima importanza elevare la qualit dei funzionari amministrativi attraverso una disciplina giuridica mirata. La figura normanna del "giustiziere" venne conservata, con importanti modifiche. Essendo costoro delegati all'attuazione delle nuove leggi, non sorprende che la parte relativa ai loro compiti cominci con l'evidenziare che la parola "giustiziere"  apparentata con "ius" e "iustitia". Ad essi  fatto obbligo di giurare che, "con Dio e la giustizia dinnanzi agli occhi", salvaguarderanno le esigenze dei querelanti e agiranno con rapidit al fine di pronunciare un giusto verdetto. Il richiamo a una pronta deliberazione - un tema caro anche alla Magna Charta inglese - tende non soltanto a migliorare l'efficienza ma anche a impedire l'incuria intenzionale e nociva degli interessi dei litiganti. Un'innovazione significativa era il decreto che vietava per l'avvenire di nominare un giustiziere nella stessa provincia in cui avesse dei possedimenti. All'epoca dei Normanni era a quanto sembra prassi consolidata estrarre i giustizieri di Puglia dalla nobilt feudale normanno-longobarda; Federico non escluse la possibilit di affidare una carica cos delicata a un patrizio, ma cerc di rimuovere la tentazione di far prevalere interessi locali. Famiglie come gli Aquino (o Aquinas) avrebbero dovuto servire la Corona, non il clan. Ovvio poi che, entro certi limiti, Federico pensasse di elevare all'alta carica autentici impiegati statali, sfornati dalla sua recente Universit di Napoli: una nuova classe di burocrati indissolubilmente legati alla monarchia. L'avvio stentato dei corsi accademici e l'indefesso flusso di aristocratici agli incarichi pi prestigiosi testimoniano per che questa politica non venne (n avrebbe potuto esserlo) portata avanti con eccessivo rigore.
Ispira questo "corpus iuris" il principio non tanto che la legge sia valida perch rinsaldata dal tempo, quanto che debba essere sorvegliata e disciplinata affinch sia sempre idonea e giusta. Il principe, designato da Dio a fare e disfare le leggi, decreta quali debbano essere le norme con un atto d'imperio. Questa concezione, d'impronta romana, non si rif soltanto alle scuole giuridiche di Bologna e agli scampoli della tradizione legale bizantina nell'Italia meridionale; anche la monarchia normanna di Ruggero Secondo aveva presentato il sovrano come "imperatore nel suo proprio regno" (per usare un'espressione in uso tra i commentatori napoletani delle legislazioni di entrambe le monarchie intorno al 1300), seppur non imperatore nel senso universale, romano. L'abbinamento dell'"imperialismo locale" dei Normanni con i nobili princip del diritto civile romano si rivel autorevole e, paradossalmente, consent a Federico di lasciarsi alle spalle la normativa giuridica romana quando si rese conto che questa, come qualsiasi altra, non gli avrebbe consentito di conseguire gli scopi che si era prefisso, o comunque che era carente sul piano della visione etica.
Questa concezione assertiva del ruolo della monarchia si ripropone anche nelle prime sezioni delle "Costituzioni di Melfi", dedicate alle connessioni tra autorit politica, fede religiosa e dissenso nell'uno o nell'altro campo. L'accento iniziale, fortemente moralistico, in breve si stempera, ma rimane della massima importanza la scelta degli argomenti d'apertura: le prime frasi, dopo l'introduzione, toccano le offese contro Dio, ma non si tarda a comprendere che quelle stesse offese sono ugualmente rivolte all'imperatore. "Gli eretici mirano a lacerare le vesti di Dio"; una "setta"  (etimologicamente) una divisione, dal latino "seco", taglio. Vengono denunciati con forbita eloquenza i "patarini", i catari e altri gruppi che avevano cominciato ad affacciarsi nella Bassa Italia. "Non possiamo trattenere i nostri sentimenti contro uomini tanto ostili a Dio, a loro stessi e all'umanit". L'imperatore comanda accurate inquisizioni e promette la pena capitale a chiunque persista nell'errore. Le indagini sono affidate agli ecclesiastici, nel quadro di un attacco agli eretici evidentemente ispirato dal quarto Concilio Lateranense (1215), che aveva cercato di opporsi al dilagare dell'eresia nel Sud della Francia (la regione degli Albigesi) e nell'Italia centro-settentrionale. Non manca qualche aggancio al codice giustinianeo, mentre brilla invece per la sua assenza ogni riferimento all'autorit papale. L'imperatore rifiuta il ruolo del "braccio" armato, ansioso ed esperto nel servirsi di strumenti secolari (e cio della violenza) contro gli eretici nell'interesse della Santa Sede; non v' da dubitare che il papato avesse esercitato in questo senso robuste pressioni, invero con scarso successo, nelle aree pi esposte al contagio ereticale. Egli agisce in assoluta autonomia, essendo soggetto soltanto alla potest divina. Balza agli occhi il contrasto tra la situazione di vassallaggio di Federico per quanto riguarda il regno di Sicilia - una situazione che lo vede sempre pi insofferente - e la tradizione secondo la quale i sovrani siciliani erano pari ai legati apostolici e quindi in larga misura fuori del controllo della Chiesa. La legislazione di Melfi  infatti in molti punti favorevole agli interessi clericali: non soltanto, come gi abbiamo osservato, i "cacciatori di eretici" dovevano vestire la tonaca, ma era previsto che i "preti criminosi", religiosi colpiti da imputazioni, fossero in generale giudicati dal foro ecclesiastico - lo stesso ostacolo in cui era inciampato, con esiti fatali, Becket. Nel 1231 ancora non era visibile l'opposizione, nell'ambito del "regnum", di cui la Chiesa lo accus, non senza ragione, in seguito. Rimane comunque il fatto che la condotta dei sacerdoti era, in ultima analisi, soggetta a limitazioni imposte dal monarca e non da una forza esterna, il papato.
L'eresia  a tutti gli effetti assimilabile al tradimento. Coloro che negano gli articoli della fede cattolica implicitamente non riconoscono l'autorit che i principi traggono da Dio: sono perci nemici non solo del Creatore e delle singole anime, ma dell'intero tessuto sociale. Mettere in discussione il credo religioso significa porre in dubbio l'essenza stessa della monarchia; in quanto antagonisti della legge, essi ne sono i bersagli legittimi, per cui  del tutto giustificata la priorit concessa alla legislazione contro gli eretici. N appare illogico il passaggio soltanto apparentemente brusco dalle norme contro eretici e apostati a un decreto di re Ruggero dal titolo "Nessuno deve interferire negli atti e nei piani dei sovrani"; contestare la decisione del re, o anche dubitare che gli ufficiali da lui scelti siano degni,  "equivalente al sacrilegio" - formula ricavata pari pari dai codici romani. Mi si consenta di far notare la risolutezza con cui Ruggero e Federico chiusero la tradizionale scappatoia del ribelle medievale: mi oppongo non al mio signore, ma alle politiche che i suoi consiglieri hanno adottato. Nelle "Costituzioni", il principe automaticamente assume la responsabilit dei suoi funzionari, raccomandandoli per questa via ai sudditi ed esigendo da loro un comportamento irreprensibile. Un magistrato che ripaghi malamente la fiducia riposta in lui dal monarca va dunque trattato alla stregua di un sovversivo: una sentenza di morte pende sul suo capo.
Non  poi il caso di stupirsi pi di tanto che l'eresia, il tradimento e il sacrilegio siano seguiti da presso dall'usura. Il diritto canonico fa sentire tutto il suo peso imponendo l'idea che l'accrescersi del denaro nel tempo, senza che venga spremuta una sola goccia di sudore, sia contro natura, essendo immorale guadagnare senza passare attraverso il lavoro. Il papato vedeva nello strozzinaggio diffuso una minaccia alla condotta morale e al tessuto della societ confrontabile a quella dell'eresia; le denunce degli eretici albigesi per solito non trascuravano qualche frecciata ai prestatori di denaro a interesse. Simili accuse cominciarono a perdere di mordente nel Tredicesimo secolo, via via che la Santa Sede accettava la necessit, diciamo pure i vantaggi, delle operazioni a credito; Le Goff ci assicura che questo cambiamento  dovuto a una nuova dottrina secondo la quale persino gli usurai potevano salvarsi l'anima restituendo il maltolto in punto di morte e acquistando indulgenze per quando fossero discesi nelle vaporose contrade del purgatorio. In sostanza, in questo come in altri punti, la legislazione di Federico  piuttosto conservatrice. Poco sensibile al mondo del commercio, l'imperatore spregia, con la ripugnanza tipica di un ottimate romano, le fortune fondate sul solo pecunio. Vedremo in seguito quanto tutto il suo operato risenta di questa mancanza di simpatia per le classi mercantili. Concedendo agli Ebrei libert di praticare l'usura, egli non fa che ribadire la subordinazione dell'ebreo al cristiano; non essendo soggetti alle leggi della cristianit, che continuino pure con lo strozzinaggio; nessuno si preoccupava eccessivamente delle anime degli ebrei non convertiti. (Il fatto che anche la legge ebraica vietasse l'usura venne trascurato dall'imperatore, come lo  stato da molti storici moderni).
Dall'ordinamento giuridico della societ in base ai princip generali si passa alla riorganizzazione del regno siciliano alla luce dei problemi della giovent di Federico. Molti dei provvedimenti interessano i diritti e gli obblighi dei vassalli dell'Italia meridionale, e la conferma del loro assoggettamento al potere centrale; il codice giustinianeo lascia rapidamente il posto ai costumi locali di Longobardi, Normanni e altri baroni. Non pu esistere rispetto per la pace senza giustizia, n d'altronde vera giustizia senza pace. A parte l'ovvia minaccia ai ribelli di confisca dei beni ed esecuzione, notiamo il tentativo di prevenire futuri crimini; la legge non deve limitarsi a curare le malattie in corso. Viene cos bandita una disposizione che vieta di portare armi in un'ampia gamma di circostanze e si d ampio spazio ai delitti contro la persona, incluso il rapimento. Seguono sforzi palesi per disciplinare i diritti di successione, l'andamento dei mercati, la transumanza delle greggi dai pascoli montani a quelli vallivi, la condotta dei medici, addirittura la qualit dell'aria che deve essere respirata nelle citt del Meridione. Sarebbe ozioso addentrarsi nei particolari, poich alla fin fine il messaggio trasmesso  di una logica semplice e stringente: l'assolutismo del monarca, che rispetta la legge esistente ma ha il potere di abrogarla o darle nuova forma. Egli  l'incarnazione della legge, la legge animata ("lex animata"), l'unico in grado di garantire il mantenimento dell'ordine sociale creato da Dio. Non vi  perci contraddizione tra la ratifica o rielaborazione di un vasto assortimento di diritti feudali e la posizione sostanzialmente dispotica adottata nei confronti della facolt di legiferare. Supporre che assolutismo e feudalesimo fossero due opzioni contrapposte  completamente sbagliato, almeno sintantoch il governo era in grado di imporre ai vassalli dell'Italia meridionale la successione ai feudi, il matrimonio degli eredi e la costrizione del servizio militare.

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3.

Le "Costituzioni di Melfi" rivestono un'importanza particolare in quanto rappresentano la prima articolata esposizione del programma fiscale di Federico, di una limpidezza che verr uguagliata soltanto nel 1239-40. Onde sgombrare subito il campo dagli equivoci,  opportuno precisare che gli impulsi dei signori medievali in materia di scienza economica erano dettati dall'obiettivo di rimpolpare le entrate, non di conseguire una crescita dell'economia "per s": un concetto che pochi hanno afferrato. Inoltre si potevano spesso trarre cospicui vantaggi politici favorendo uno specifico gruppo di mercanti, poniamo i Veneziani, attraverso la concessione di riduzioni delle imposte o altri graziosi privilegi. Interessante a questo proposito  che nelle "Costituzioni" i mercanti nativi fossero esentati dal pagamento della normale "dohana" del tre per cento e usufruissero rispetto alla concorrenza straniera di uno sconto di un terzo circa sui dazi all'esportazione di generi alimentari o animali. L'autorevole James M. Powell, americano, ha opinato che questi vantaggi fossero soltanto superficiali, dal momento che di rado nell'ambito del Mediterraneo i mercanti siciliani spuntavano quei privilegi doganali che riuscivano ad esempio a strappare i Genovesi o i Veneziani. Di conseguenza, i costi globali di spedizione delle merci non erano molto dissimili. Forse i trafficanti siciliani godevano di qualche vantaggio in pi nel Nord Africa e certo quelli pugliesi avevano un trattamento di favore nella piccola Dubrovnik. L'abbattimento fiscale di Federico a favore dei mercanti autoctoni era una concessione apprezzabile, ma non tale da garantir loro la supremazia come approvvigionatori dei prodotti del regno. Powell sottolinea anche la distinzione operata tra derrate agricole e altre voci dell'export quali i manufatti tessili. L'imposizione, voluta da Federico, di una speciale gabella sui commestibili potrebbe indicare un tentativo, per quanto grossolano, di regolazione economica: un tentativo di stimolare le industrie municipali e scoraggiare quelle iniziative in campo alimentare che tanta e vitale parte avevano avuto nell'economia normanna. Pi probabile  per un'altra interpretazione: l'imperatore sapeva quanto i mercanti indigeni fossero gelosi dell'indipendenza che in questo settore poteva vantare l'Alta Italia ed era dunque pronto a concedere agli abitanti di Messina, Amalfi e via dicendo qualche facilitazione commerciale a compenso dell'ingombrante presenza degli Hohenstaufen nelle citt del "regnum". Nessun dubbio che gli Amalfitani, ben rappresentati com'erano nell'apparato burocratico centrale, fossero particolarmente generosi nei riguardi dei concittadini di ritorno a casa.
Vi sono altri motivi che spiegano la condotta di Federico. Occorre tenere presente il ruolo della Corona come importante produttore di cereali. Federico infatti commerciava per proprio conto e non era soggetto allo "ius exiture", la tassa sui prodotti alimentari spediti all'estero da propriet private o trattati da mercanti privati: godeva perci di un vantaggio straordinario, e lo sfruttava fino in fondo. L'eccezionale "nicchia" dei Genovesi tra il 1210 e il 1220 venne occupata negli anni trenta dalla Corona. Nel 1239 Federico proib l'esportazione di grano dalla Sicilia e invi su proprie navi un grosso carico a Tunisi, afflitta da una grave carestia. Pi avanti invi provviste al regno di Gerusalemme. In entrambi i casi il profitto finanziario non fu l'unico movente. A Tunisi si trattava di puntellare il traballante trono dell'emiro, apprezzato tributario della tesoreria siciliana; ad Acri era giocoforza usare tutti i mezzi possibili per acquisire amici da opporre ai molti Franchi risentiti per le interferenze dell'imperatore nella politica siriana.
Gli utili del commercio affluirono con maggior regolarit dopo che Federico ebbe istituito un sistema di magazzini di stato nei porti autorizzati del "regno", portando ordine e standardizzazione laddove in passato avevano prosperato strutture di controllo fatiscenti. Fu anzi proprio grazie alla supervisione centralizzata che riusc a introdurre nuove tasse e a modificarne di vecchie, imporre ostracismi e conferire privilegi. Nel "Decameron" Giovanni Boccaccio, vissuto a Firenze nel Quattordicesimo secolo, descrive l'attivit dei fondachi siciliani, organizzati secondo un modello che ricorda assai da vicino quello voluto da Federico Secondo:

"Soleva essere, e forse che ancora oggi , una usanza in tutte le terre marine che hanno porto cos fatta, che tutti i mercatanti che in quelle con mercatantie capitano, faccendole scaricare, tutte in un fondaco, il quale in molti luoghi  chiamato dogana, tenuta per lo comune o per lo signor della terra, le portano; e quivi, dando a coloro che sopra ci sono per iscritto tutta la mercatantia e il pregio di quella,  dato per li detti al mercatante un magazzino nel quale esso la sua mercatantia ripone e serralo con la chiave; e li detti doganieri poi scrivono in su il libro della dogana a ragione del mercatante tutta la sua mercatantia, faccendosi poi del loro diritto pagare al mercatante o per tutta o per parte della mercatantia che egli della dogana traesse".

Boccaccio  incline a generalizzare il sistema a tutti i porti, ma l'ambiente in cui colloca la storia (ottavo giorno, decima novella)  chiaramente la Sicilia e i particolari sembrano ricollegarsi all'epoca di Federico Secondo. Altri elementi delle politiche fiscali di Federico corroborano l'impressione che egli fosse impaziente di trarre il massimo profitto dall'intero spettro delle attivit economiche pi che di catalizzare una "crescita" globale, ad esempio attraverso la creazione di industrie. L'applicazione di monopoli sul sale, sul ferro e su numerosi prodotti della terra o del mare trovava riscontro in Bisanzio e nell'Europa feudale e non mancava di precedenti normanni: i vincoli del Dodicesimo secolo alla libera circolazione del sale si erano per estesi nel Tredicesimo alla fase estrattiva. Le "Costituzioni di Melfi" specificavano che i giacimenti minerari del regno erano terreno riservato del monarca, poich l'uomo non poteva accrescerli con il suo ingegno ma andavano considerati un dono elargito da Dio e affidato al re in quanto suo fiduciario. Non essendo illimitate, risorse come il ferro dovevano appartenere allo Stato.
I tentativi di Federico di sfruttare ogni potenzialit della Sicilia e dell'Italia meridionale si prestano a due ovvie interpretazioni. Tanto per cominciare, l'imperatore si era trovato a fronteggiare spese che nessuno dei suoi predecessori normanni aveva davvero dovuto subire: i costi della crociata, delle guerre in Lombardia e in Germania. Senza dubbio i dazi portuali rappresentarono una fonte di liquidit vitale e appena sufficiente a impedire, intorno agli anni quaranta, il completo, e mai prima d'allora sperimentato in quella misura, prosciugamento delle casse del tesoro. La seconda spiegazione chiama invece in causa i sottili mutamenti che andavano verificandosi nell'economia della Bassa Italia. Forse l'et d'oro dei sovrani normanni era giunta al capolinea, nonostante le amorevoli cure dedicate a rivitalizzarne e correggerne le straordinarie istituzioni. Federico in fondo era un re normanno, ma ci non significa che dovesse cimentarsi con un'economia normanna. Powell sostiene che i prezzi dei cereali subirono un calo nel regno durante gli anni trenta, probabilmente perch le risposte alle esportazioni scoraggiarono gli acquisti di grano siciliano e pugliese. Sappiamo che i Genovesi mantenevano un vivo interesse per la produzione sarda e provenzale, in parte per compensare la perdita di privilegi in Sicilia e in parte perch qualsiasi amministrazione avveduta si sarebbe ben guardata dal legarsi mani e piedi a un unico sbocco - uno sbocco che poteva ostruirsi di punto in bianco per una guerra, una carestia o, nel caso della Sicilia, un banale ghiribizzo del monarca. Ma Powell dimostra anche che in quel periodo i raccolti si andavano facendo meno abbondanti e che nelle campagne baresi gli agricoltori dovettero essere esortati a seminare e persino ad allevare bestiame. Se non ci sono compratori, ci par di udire i contadini, perch correre il rischio di una sovrapproduzione e quindi di una saturazione dei mercati? Lo stesso Federico, quale massimo latifondista, incoraggi il recupero di terre abbandonate in Puglia e Sicilia, offrendo pariglie di buoi ai Saraceni trapiantati a Lucera e poderi agli esuli ghibellini dalla Lombardia; gruppi di Ebrei vennero fatti affluire dal Maghreb per coltivare datteri e indaco nella Sicilia occidentale. Eppure, incuranti dei segni di crisi, i mercanti veneziani furono lesti ad accaparrarsi alcuni privilegi in Puglia, essendone ricompensati con speciali provvedimenti a loro favore nel 1232. Si pu supporre che fossero attratti dalla convenienza del grano del Sud Italia.
 di logica importanza trovare un punto d'incontro tra le due tesi estreme che vogliono i mercanti pieni d'iniziativa nel "regnum" perch i suoi prodotti erano a buon mercato e i prodotti economici perch negli anni normali non v'erano acquirenti a sufficienza. Inevitabilmente la domanda fluttuava, in relazione al verificarsi di penurie in altre parti d'Italia e del bacino mediterraneo. A quanto ci dicono gli esperti, la Sicilia era tormentata da un eccesso di offerta e il commercio granario non poteva essere considerato una fonte molto stabile di profitti, pingui soltanto in occasione di carestie in ambito mediterraneo (come a Tunisi nel 1239). In retrospettiva la riluttanza di Federico a concedere lo status di nazione favorita ai partner commerciali in Genova, Pisa, Venezia ci appare venata di sconsideratezza; i privilegi garantiti dai vari monarchi siciliani e saltuariamente dallo stesso Federico si ripagavano non soltanto in tasse, ma anche in salutari stimoli all'agricoltura. In questo periodo vi sono segnali di cambiamenti demografici che condizionarono il mercato ed anche la produzione di cereali. Mentre nel Nord la popolazione continuava a crescere con regolarit, molte zone rurali della Sicilia si spopolavano e venivano abbandonate, con ogni probabilit per effetto dell'espulsione e del massacro di un gran numero di musulmani. Trovano cos parziale spiegazione gli sforzi di Federico per immettere nuova linfa nei territori saraceni, seguendo il fortunato esempio dei sovrani normanni. Sotto l'incalzare degli eventi bellici, la necessit di incrementare le entrate venne a dominare la scena politica; ad essa, pi che a un'intrinseca ostilit verso la Chiesa, va fatto risalire il desiderio di Federico di tener vuote il pi a lungo possibile le diocesi vacanti in modo da incamerarne i proventi.
Certamente, negli anni immediatamente successivi alle "Costituzioni", Federico ebbe modo di apprezzare quanto fosse opportuno spalancare i mercati del "regnum" ai visitatori provenienti dall'Alta Italia, che a dire il vero non erano affatto comparsi nell'intervallo tra gli editti di Capua nel 1220 e le disposizioni pi organiche del 1231; i Genovesi, nonostante le umiliazioni, avevano investito somme ingenti nel commercio siciliano. L'opportunit di avvantaggiarsi della forte domanda proveniente dal Nord venne dunque, seppur con improvvida lentezza, afferrata. Federico asser di volere in particolare che i Veneziani esportassero "quelle cose che hanno la loro origine nel regno". Malauguratamente, l'accordo commerciale con Venezia si rivel fuggevole, ma certo l'imperatore non poteva prevedere che, a pochi anni di distanza dalla sua stipulazione, il doge si sarebbe trasformato in uno dei pi solidi alleati del papato e addirittura di Genova, nemica giurata fin dai tempi del tentativo di Enrico, conte di Malta, di conquistare Creta - quello stesso Enrico che divenne ammiraglio della flotta di Federico. L'intesa con Venezia rivelava l'intento di contemperare gli interessi dei mercanti indigeni con le attivit di quelli stranieri; se non altro sotto questo profilo si registr un netto miglioramento, consequenziale alla legislazione del 1231, rispetto ai trattati commerciali precedenti e successivi. Chiunque nel regno avesse concluso affari con i mercanti veneziani sarebbe stato esentato dall'obbligo di pagare un pedaggio alla Corona. Nel documento si accenna alla pratica veneziana di smerciare manufatti di lana ("lanas") nell'Italia meridionale, segnalando come tra le due parti della penisola si fossero andate creando proficue correnti di scambio tra i prodotti industriali del Nord e quelli agricoli del Sud. Le prime avvisaglie di un dualismo economico che avrebbe portato alla formazione di economie complementari. Federico aveva in animo di inserire nel gioco anche Genova, ma questa gli serbava ancora rancore e, da parte sua, perdurava il convincimento, pi volte ribadito, che i sostanziosi privilegi estorti dai Genovesi al crepuscolo del Dodicesimo secolo fossero misura sufficiente. Indubbio ostacolo fu l'omologazione del diritto (gi concesso nel 1200) dei mercanti provenzali di far commercio diretto con la Sicilia. Allo scopo occorreva tirare un rigo sulla clausola di esclusione dalla Sicilia dei mercanti della Provenza e del Midi francese che aveva caratterizzato i trattati dei re normanni con Genova; nonch riconoscere i benefici concessi ai Provenzali in un "agreement" redatto nello stesso anno in cui i Genovesi avevano ottenuto, dall'odiato Marcovaldo, una sorta di sontuosa privativa, ora cancellata. Marsiglia e altri porti provenzali si trovavano per in territorio governato da Federico, il cosiddetto regno di Arles o Borgogna, per cui non sorprende la sua inclinazione a placare i sudditi della Provenza con privilegi commerciali in Sicilia e nell'Italia meridionale, onde scongiurare pericolose "spallate" a una situazione gi di per s alquanto precaria.
Rimanevano comunque pur sempre a Federico i Pisani, inossidabili alleati dell'impero. In parte il loro sostegno nasceva da una considerazione negativa, e cio che i Genovesi e alla fin fine anche i Veneziani erano schierati sul fronte opposto; ma sarebbe riduttivo non tener presente che l'imperatore aveva dato loro accesso al mercato tedesco e si era adoperato per salvaguardarne gli interessi in Terra Santa. Ai Pisani e ad altri Toscani si diede la possibilit di esportare, sia pure con limitazioni rigorose, grosse partite di cereali. Nel gennaio 1240 quattro uomini d'affari pisani furono autorizzati a trattare milletrecento "salme" (una "salma" valeva all'incirca 263 libbre) di frumento per un valore di 520 once d'oro, ma avevano tempo solo sino ai primi di marzo per stivare il carico e dovevano farlo a Palermo o a Trapani. Analoghe opportunit, sotto controlli altrettanto severi, furono date nel 1239 ad alcuni mercanti di Poggibonsi e persino di Genova. Federico approfitt della posizione di forza che gli derivava dall'essere padrone di estese masserie regie in Sicilia, e quindi importante produttore di cereali, per gettare le fondamenta di un sistema di controlli, unico nell'Europa occidentale, che sopravvisse alla sua stessa dinastia e che ancora veniva preso a modello dagli Angioini attorno al 1300. Il commento di Erich Maschke  un tributo alla coerenza dei criteri fiscali di Federico: "l'export di vettovaglie si collocava al centro degli interessi commerciali del governo".
Un certo ottimismo trapela dalle innovazioni monetarie volute da Federico, consapevole della necessit di conservare al "regnum" il ruolo di "cassaforte" di lingotti di varia provenienza. Gli erano assai graditi i tributi in oro dei sultani tunisini e negli anni venti pretese pagamenti in oro dai Veneziani e da altri visitatori - un chiaro segnale dello stato comatoso delle riserve auree - stabilendo per al contempo che le transazioni all'interno del regno dovessero effettuarsi in argento. L'oro doveva essere comprato dai funzionari della Corona e immagazzinato nella tesoreria, nel quadro di un programma di risparmio indirizzato a un fine particolare: l'emissione, nel 1231-32, di una nuova, gloriosa moneta d'oro, l'"augustale".
Un'altra possibile spiegazione dell'atteggiamento di Federico ci  offerta da un mutamento delle rotte commerciali. Laddove nel periodo normanno avevano prevalso gli scambi con le citt nordafricane, inesauribile fonte di metallo aureo, nel Tredicesimo secolo erano venuti alla ribalta i traffici con l'Europa settentrionale, feconda d'argento: i comuni del Nord Italia ripresero a batter moneta aurea soltanto due anni dopo la morte di Federico, con il genovino e il fiorino di Genova e Firenze - le prime monete d'oro stampate nell'Europa latina continentale, ove si escludano l'Italia meridionale e la Spagna, sin dai tempi di Carlomagno. Si pu comprendere che attorno al 1230 Federico fosse bramoso di assicurare al suo regno un costante afflusso d'oro, tanto pi che gli approvvigionamenti di metallo prezioso andavano rarefacendosi in conseguenza del diffondersi dei costosi tessuti europei.
Federico mirava a rifondare su nuove basi il sistema monetario del suo regno, imponendo l'uso controllato dell'oro (ad esempio, come mezzo per sovvenzionare le spese della Corona) in sostituzione dell'argento. Venne stabilito un tasso di cambio artificioso, sotto la minaccia delle pi orrende sanzioni; non sappiamo per quale efficacia ebbero i decreti di Federico, i cui ardori parvero placarsi dopo l'emissione degli augustali. Il regno era in pace anche con il papato; si potevano adottare misure meno restrittive. I Veneziani si videro cos concedere, nel 1232, la facolt di scegliere il sistema di pagamento e di applicare i propri valori di cambio senza sottostare alla supervisione regia. Questo  uno dei rari casi in cui l'imperatore ritenne di aver raggiunto i suoi obiettivi economici e finanziari, ovvero si risolse ad ammettere che non era possibile imbrigliare l'economia seguendo le strade che la sua legislazione sembrava suggerire. L'anno prima Federico aveva ordinato alle zecche di Messina e Brindisi di iniziare a produrre le nuove monete, il cui nome stesso, augustali, suonava a manifesta gloria del fatto che egli era imperatore romano oltre che re della Sicilia.
L'augustale era un'emissione di prestigio, di valenza promozionale forse superiore a quella monetaria. A fronte del vecchio "tar" dei re normanni (che coesisteva sul mercato), era una moneta di ragguardevole eleganza, ineguagliata sino al Quindicesimo secolo nell'Europa occidentale. Molto contribu a veicolare l'immagine di un monarca proto-rinascimentale, capace di ricatturare in ugual misura lo spirito e il linguaggio del classicismo romano. Sul retto campeggia il profilo dell'imperatore, inghirlandato al modo classico - meno un ritratto che un'idealizzazione - con l'iscrizione

CESAVG IMPROM

vale a dire,

CESAR AUGUSTUS IMPERATOR
ROMANORUM

mentre il rovescio ci propone l'aquila imperiale e la sobria scritta

FRIDERICVS.

Per di pi la purezza della moneta era assolutamente inedita in Sicilia, in oro fino a 20,5 carati, contro i 16 del tar. Anche questo serviva a dichiarare esplicitamente la ricchezza del "regnum" e il potere di chi lo governava, presentato, come nelle "Costituzioni di Melfi", non come mero re di Sicilia ma come Sacro Romano Imperatore (pur trattandosi di un conio limitato al "regnum"). N l'emissione si esaur dopo aver conseguito l'impatto iniziale, continuando anzi sino alla morte di Federico e venendo ripresa da sovrani successivi. Comunque  verosimile che a solleticare la produzione abbia contribuito il pagamento, nel 1231, del tributo da parte del sultano tunisino, sotto forma di oro sahariano trasportato a dorso di cammello attraverso il deserto dai giacimenti del Ghana. L'oro giungeva in Tunisia ridotto in polvere, circa 20,5 carati, e la coincidenza con il titolo dell'augustale  quanto meno sospetta. D'altra parte il tributo del 1231 era a quanto risulta costituito da polvere e monete d'oro, per cui sarebbe difficile attribuire al caso il fatto che l'augustale contenesse suppergi la stessa quantit d'oro del dinar hafside circolante nel Nord Africa, 4,5 grammi. Il dinar era per oro pressoch puro; l'impiego della base aurea fissata dalla polvere d'oro sahariana significava che l'augustale pesava qualcosa di pi, tra 5,19 e 5,25 grammi. La discrepanza era giustificata dalla presenza nella polvere d'oro di argento e rame nativi, con un apporto aggiuntivo di tre quarti di grammo. Lopez  convinto che il maggior peso dell'augustale, accoppiato alla scrupolosit della tesoreria siciliana, lo facesse preferire al concorrente hafside. Alcuni storici sono stati pi cauti nel collegare il tributo del 1231 all'emissione delle nuove monete, mettendo in risalto la lunga consuetudine di siffatti pagamenti sotto i Normanni e anche sotto Federico (come nel 1221, ci dicono). In particolare, l'augustale pareggia in contenuto aureo il conio di Bisanzio della met del Dodicesimo secolo, cosicch non  escluso possa rappresentare un tentativo di imitazione di un impero romano d'Oriente pi antico, ormai quasi estinto, i cui regnanti si erano gloriati della loro romanit e la cui moneta era stata a volte oggetto dell'invidia dei partner commerciali. Prima della comparsa dell'augustale  probabile che in Sicilia circolassero pacchetti sigillati di oro sahariano, conosciuto come oro di pagliola, per cui l'augustale rappresenterebbe la concretizzazione in moneta di una realt economica esistente. Importante ai fini della coniazione fu anche l'accumularsi d'oro introdotto nel "regnum" da mercanti stranieri e scambiato all'arrivo - le rigide disposizioni dalle quali, come abbiamo visto, i Veneziani furono tosto esonerati.  evidente negli anni venti lo sforzo del governo di costituire riserve auree; raggiunto lo scopo, Federico pot battere la sua prestigiosa moneta e liberare gruppi selezionati di mercanti forestieri dai vincoli finanziari.
Un altro fattore nell'emissione dell'augustale era la situazione dell'argento come strumento di scambio secondario. Federico mirava alla standardizzazione, da realizzare chiudendo la zecca di Amalfi e concentrando la produzione di monete d'argento a Brindisi. Affinch i trasferimenti interni fossero fatti in argento occorreva consolidare una divisa affidabile che fosse ampiamente accettata nell'ambito del regno; soltanto cos, alleggerendo la domanda di tar d'oro o quarti di dinar, la monarchia avrebbe potuto tesaurizzare il metallo pi prezioso e preparare il terreno all'uscita dell'augustale. Strategia sotto certi aspetti analoga aveva adottato il padre Enrico Sesto durante la sua breve stagione siciliana, dando impulso all'argento ma avendo cura di ammassare l'oro. Tanto interesse era legato alle tendenze in atto dei movimenti monetari nel Mediterraneo. Nel mondo islamico, dopo un lungo periodo di eclisse, l'argento aveva ripreso vigore; per parte sua, l'oro godeva meno favori che nel passato, nonostante i mercanti italiani si ingegnassero di risucchiarne dall'Islam considerevoli quantit in Genova, Firenze e altrove. Federico cerc di arginare per lo meno in Sicilia questo orientamento, dapprima istituendo una moneta d'argento solida e poi lanciando una divisa aurea che fosse rispettata in tutta la regione. Detto in altro modo, rivel, in questo come in altri campi, uno spirito profondamente conservatore, tenendo valida e rafforzando la coniazione aurea del "regnum" a dispetto delle nuove realt economiche: la conquista commerciale dei mercati mediterranei ad opera di mercanti latini dell'Alta Italia e della Provenza le cui vendite di tessuti occidentali, ovvero esportazioni di argento occidentale, stavano a poco a poco destabilizzando i regimi aurei della Sicilia e dell'universo islamico. Per questo motivo Federico pretendeva che i pagamenti fossero effettuati dai mercanti stranieri non in argento, gi circolante in quantit sufficienti, ma in oro, sul punto di essere assorbito fuori dal "regnum".
Si  tentati di concludere che la proibizione all'ingresso di lingotti non aurei abbia non poco contribuito a sgomentare i mercanti del Nord Italia; n si pu pensare che abbia incoraggiato quelli nativi a spingersi fuori del "regnum", considerata la difficolt di procurarsi oro nelle visite a Dubrovnik o Venezia o Marsiglia. La consapevolezza che l'imperatore cercava di piegare a proprio vantaggio le leggi economiche distrusse la fiducia delle citt dell'Italia settentrionale, facendolo apparire come un governante capriccioso e pericolosamente incline a intromettersi nelle consuete faccende commerciali. Senza dubbio queste riflessioni non furono estranee alla decisione dei Veneziani di saltare sul carro del papa Innocenzo Quarto nel 1245 e di cercare di impadronirsi di una parte della Puglia, nella convinzione che soltanto un dominio diretto avrebbe davvero salvaguardato i loro interessi commerciali. La dimostrazione pi eclatante delle interferenze di Federico si ebbe nel caso, gi citato, dell'esportazione di grano al Nord Africa, quando l'imperatore senza por tempo in mezzo decret l'embargo su tutti i mercantili concorrenti. Analoghi provvedimenti erano stati presi in tempo di guerra dai suoi predecessori normanni, ma Federico Secondo adoper l'embargo come strumento finanziario. Il professor Powell si  spinto al punto di affermare che "il potere militare e navale del regno non venne usato per favorire gli interessi dei mercanti", intendendo riferirsi sia ai sudditi che ai forestieri. Ci sembra evidente il contrasto tra i favori casuali ma generosi concessi agli Italiani del Nord dai sovrani normanni e i vantaggi somministrati da Federico in modo estremamente oculato e col contagocce. I monarchi del Dodicesimo secolo desideravano come un fatto scontato la presenza di mercanti settentrionali, apportatori di liquidit e talora anche di preziose alleanze marinare. Federico mostr maggior fiducia nella sua capacit di reggersi in piedi da solo, di modellare la vita economica del paese, abbandonando l'elastica concezione di una alleanza commerciale tra il re siciliano e i comuni del Nord e sostituendola con una formula economica pi impegnativa e fondata su leggi rigorose e consolidate - un'economia "fedele", asservita ai suoi bisogni e adattabile alle esigenze di guerre combattute altrove.

...

Capitolo settimo.
FIGLIO MIO, FIGLIO MIO, ASSALONNE.


1.

In Sicilia Federico aveva fatto osservare l'ordinamento giuridico esistente e promulgato nuove leggi. Difficile stabilire se quest'imposizione si tradusse in un rapido recupero dell'autorit regia all'interno del "regnum" o nella formazione di una burocrazia centralizzata irrobustita: la massima concentrazione di documenti ufficiali risale al periodo 1239-40, a distanza di pi di otto anni dall'esordio delle "Costituzioni di Melfi". Contrariamente alle aspettative di tanti storici medievali, le riforme non partorirono trasformazioni dall'oggi al domani. Per giunta, come abbiamo rilevato, il substrato conservativo del codice siciliano era riscattato da una venatura di praticit. Il realismo di Federico, disposto in ogni momento a scendere a patti con i propri ideali, vale non soltanto per la Sicilia. Nel 1231 anche la Germania e la Lombardia richiamavano con urgenza la sua attenzione. Dalla prima mancava da oltre un decennio e i suoi sforzi di incontrarne i vassalli a Cremona nel 1226 erano stati frustrati dalla ribellione di Milano e soci. Stupefacente  perci che durante la sua assenza non abbiano preso vigore spinte anarchiche. Nonostante la Germania possedesse pochi organi centrali di governo confrontabili con quelli del "regnum", la nobilt rimase nell'insieme fedele all'imperatore, resistendo persino alle lusinghe di papa Gregorio. L'analisi di Federico dei motivi di un cos forte sostegno a nord delle Alpi emerge con accettabile evidenza dalle mosse da lui compiute tra il 1231 e il 1236. Altrettanto chiara  per l'esistenza di correnti centrifughe, coagulate attorno al figlio primogenito Enrico, re dei Romani, residente in Germania negli anni della crociata paterna e della restaurazione siciliana.
Federico faceva assegnamento su un reggente, Engelberto, arcivescovo di Colonia, non tanto per dar corso a una qualsiasi direttiva politica quanto per aggregare il regno germanico con la persuasione e la coercizione. Timoroso per la propria vita, di rado Engelberto si faceva vedere in giro senza adeguata scorta armata. Suo principale collega del governo della Germania a partire dal 1221 fu Corrado, vescovo di Spira, nella cornice di un consiglio di reggenza in sostanza costituito di principi della Chiesa. Una situazione che sa di "dj vu": molti sovrani tedeschi, a cominciare da Enrico Terzo e Enrico Quarto, avevano visto nei baroni ecclesiastici i pilastri su cui poggiava la pace; e, come per il passato, dava loro man forte una compagine di devoti burocrati di origini relativamente umili, come il gran camerario Eberardo di Waldenburg. Minor influenza avevano i principi laici; quanto alle citt, soprattutto quelle soggette alla giurisdizione confessionale, la loro libert era palesemente circoscritta: Federico Secondo, dopo tutto, aveva a suo tempo concesso ai prelati privilegi che garantivano loro una posizione di concreto predominio a livello municipale. Logico effetto di un consiglio di reggenza alquanto sbilanciato nella composizione, con netto prevalere dei vescovi e dei loro amici intimi, era, in particolare nelle zone periferiche, l'allontanamento dei signori feudali secolari dalla "stanza dei bottoni". Scomparse del tutto erano le solenni processioni regie che ricordassero alla gente il potere di giustizia e coartazione della Corona. Ma, nonostante tutto, Federico e suo figlio Enrico ancora costituivano un punto fisso di riferimento; l'essenziale era che l'imperatore, e Engelberto, riuscissero a conservare quel clima di lealt sino a quando fosse venuto il tempo per Federico di tornare in Germania e operare i necessari cambiamenti per l'amministrazione del paese.
Di quando in quando la situazione sfuggiva di mano a Engelberto. Abbiamo visto come Federico Secondo avesse riconosciuto ai Danesi la sovranit su una parte dello Schleswig-Holstein nell'estremo nord della Germania; prevedibile che quella che aveva tutta l'aria di una liquidazione suscitasse sofferti disagi tra i baroni che col avevano propriet. Non sappiamo con certezza se fossero stati spossessati, ma ad ogni modo l'opposizione a Valdemaro di Danimarca fu in parte motivata dal desiderio di rimanere sotto l'autorit dell'imperatore, cio proprio di colui che aveva dimostrato di non tenerli in gran stima. Nel 1223 il conte di Schverin approfitt di una battuta di caccia organizzata dal sovrano danese sull'isola di Lyo per coglierlo di sorpresa nottetempo e ridurlo in prigionia, con l'obiettivo di riacquistare in baratto le perdute regioni di confine tra la Germania e la Danimarca. A dire il vero, all'apprendere dell'oltraggio osato dal conte Enrico contro Valdemaro, n il papa n l'imperatore si scomposero pi di tanto. Engelberto ricevette l'incarico di rispedire Valdemaro a casa non appena Enrico di Schverin avesse intascato un congruo riscatto; la disputa territoriale doveva essere risolta concedendo ai Danesi di riprendersi le contee incriminate. Preso da altri pensieri, Federico Secondo invi nella Germania settentrionale il fido Ermanno di Salza affinch ascoltasse le ragioni delle due parti. Ermanno, come si addiceva al gran maestro di un ordine crociato (i cui interessi nel Baltico, non dimentichiamolo, proprio in quel mentre andavano definendosi per editto imperiale) obblig Valdemaro a partire per la Terra Santa nel 1226, rinunciare ai possedimenti di frontiera e corrispondere un abnorme riscatto di 45000 marchi - sufficiente, nelle sue speranze, a togliere al sovrano danese, ridotto in miseria, ogni velleit aggressiva, tenuto conto che le residue risorse di Valdemaro avrebbero dovuto essere incanalate verso la crociata.
Impegnare Valdemaro alla liberazione del Santo Sepolcro - ed egli aveva preso i voti qualche anno addietro senza mai onorarli - non era soltanto un modo per distoglierne gli istinti battaglieri dalla Germania. La sua spedizione era giudicata un contributo importante alla pi ampia crociata imperiale che Federico Secondo andava allestendo; si pu anche immaginare che l'imperatore contasse di ribadire "de facto" la sua autorit su Valdemaro, materializzando cos la tesi che il potere imperiale si estendesse al di l della Germania, sopra le altre teste coronate d'Europa. Superfluo dire del nervosismo del papato, anche per via degli occasionali riconoscimenti di sovranit tributatigli dalla Danimarca. Le lettere di Onorio Terzo a Federico rivelano un familiare accostamento di profondo disagio per la carcerazione di Valdemaro e palese incapacit di agire con decisione per il suo rilascio. Troppo lontano dal vivo delle operazioni, Onorio era costretto a raccomandarsi alla buona volont di Federico - che era disponibile, al giusto prezzo.
Qualche peso ebbe probabilmente anche la sollecitudine di Ermanno di Salza per gli indomiti litorali del Baltico, futuro dominio dell'Ordine Teutonico. La monarchia danese aveva messo in mostra notevole agilit nel penetrare le zone costiere sudorientali, per cui si andava profilando, quale che fosse la situazione nello Schleswig, un conflitto di interessi con i baroni tedeschi, e con le citt guidate dal grande porto di Lubecca. In effetti, la liberazione di Valdemaro non sfoci in una crociata danese a Gerusalemme ma in una proterva guerra di frontiera per la riconquista delle terre da poco perdute. Enrico di Schverin, Lubecca e altri sgominarono l'esercito di Valdemaro nel luglio 1227; le diatribe confinarie ancora non si erano sopite ai tempi di Bismarck, ma in quell'occasione Federico aveva ottenuto molto con poco sforzo. I suoi indocili feudatari gli avevano fatto dono di un trionfo.
Non abbiamo idea di quanto Federico sia stato in grado di seguire le vicende tedesche negli anni venti. Qualche perplessit desta il fatto che, assassinato Engelberto (per mano di un suo congiunto) nel novembre 1225, egli non abbia provveduto a nominare reggente un altro prelato. Dopo parecchi mesi, la scelta cadde sul duca di Baviera, Ludovico, mentre l'imperatore cercava di rafforzare i legami con i principi laici per mezzo del matrimonio di Enrico, re dei Romani, con la figlia del duca d'Austria. Grazie a queste mosse, Federico pot coprirsi le spalle nei tempestosi anni di conflitto con Gregorio Nono e di assenza forzata. I tentativi della Santa Sede di guadagnar credito presso i nobili teutonici, ad esempio Ottone il Guelfo, duca di Lneburg, diedero modesti frutti, salvo in una direzione inattesa: la crisi nell'Italia meridionale indusse Enrico, re dei Romani, a farsi carico diretto del governo della Germania, ripudiando con aperta disinvoltura il duca di Baviera, suo protettore, e il duca d'Austria, suo suocero (1228). (Gli diamo nome Enrico (Settimo) per distinguerlo da Enrico Settimo di Lussemburgo). Il risentimento di Ludovico di Baviera per il trattamento riservatogli da Enrico (Settimo) probabilmente ebbe la meglio su qualsiasi malanimo nei confronti di Federico, ora lontano nel Levante; nel 1229 Enrico marci in territorio bavarese, per non distruggere il suo ex tutore ma per esigere da lui un inequivoco impegno di lealt. Ludovico fece buon viso a cattivo gioco; ma l'atto d'obbedienza non aveva pi a sostegno l'amore e la fiducia tra re e principe. L'energia dispiegata da Enrico nel mantenere unita la Germania durante gli anni 1228-29, frustrando i tentativi del pontefice di ribellare i baroni agli Hohenstaufen, fu cos controproducente. Egli si spinse troppo in l, usando la frusta anche contro coloro che soli avrebbero potuto assicurare stabilit alla monarchia. Quel che pi conta, Enrico super di gran lunga i limiti che in questa fase Federico Secondo intendeva rispettare. Con tutto ci, non ci sembra il caso di calcare troppo la mano sulla rottura rispetto al passato. La nobilt si sentiva freddamente esclusa dai centri di comando, ma la pubblica amministrazione poco si discostava da quella creata da Engelberto di Colonia, reggendosi sulle medesime famiglie di "ministeriales" provenienti dalla Svevia, culla degli Hohenstaufen. Il problema era che Enrico (Settimo) si era isolato dai gruppi che per tradizione detenevano il potere in Germania, vale a dire i principi secolari e spirituali, trasformando poco a poco i "ministeriales" da semplici esecutori in consiglieri solleciti a sobillarlo contro quegli stessi patrizi che dovevano costituire per tutti la miglior polizza d'assicurazione. Ancor peggio, la loro linea d'azione entr in rotta di collisione con quella stabilita da Federico Secondo: Laddove quest'ultimo aveva sempre guardato con malcelato sospetto alle aspirazioni politiche delle citt non-imperiali in Germania, Enrico e i suoi istigatori vi individuarono un possibile puntello per un governo che aveva crescente bisogno di difensori. Alcune municipalit della pianura renana, come Nimega, furono gratificate di sostanziosi privilegi. Quel che per pi conta  che vacillava l'autorit dei prelati e dei principi aconfessionali, riconosciuta nel primo caso da Federico con la "Constitutio in favorem principum ecclesiasticorum". D'altra parte i baroni laici erano giustamente preoccupati delle concessioni elargite alle citt sotto la loro giurisdizione mentre erano impegnati in Italia o in Terra Santa. Se questa era la ricompensa per l'aiuto prestato all'imperatore, bisognava che qualcuno facesse presente a Federico l'urgente necessit di mettere la museruola al figlio.
Enrico (Settimo) pu dunque essere accusato di una carenza di sensibilit politica di cui il padre in giovent non aveva mai dato prova. Nel 1230 e 1231, alla dieta di Worms, Enrico si trov costretto a cedere alle richieste venutegli dai principi affinch ripristinasse ed estendesse la loro signoria sulle citt - troppo ridotta era la sua base di potere, fuggevolmente e illusoriamente dilatata quando i grandi feudatari erano assenti. Riacquistato da Federico il controllo dell'Italia meridionale, i nobili tedeschi, in una sorta di quid pro quo, pretendevano di recuperare le posizioni perdute. Il 1 maggio 1231 venne promulgata una "Constitutio in favorem principum", che riaffermava e rafforzava i diritti dei "grands". Le citt erano state riconsegnate ai loro "legittimi" proprietari, soffocandone le velleit comunali con la stessa determinazione con cui, quello stesso anno, le "Costituzioni di Melfi" avevano stroncato quelle del Mezzogiorno d'Italia. Ratificati nel 1232 da Federico Secondo, i provvedimenti della "Constitutio" assicurarono ai principi ampi poteri d'intervento nelle citt tedesche, riecheggiando a volume amplificato le rivendicazioni degli imperatori germanici sui comuni a sud delle Alpi nel corso del Dodicesimo secolo. L'esistenza delle municipalit era subordinata alla volont dei grandi feudatari che si riservavano in esclusiva il diritto di batter moneta. Invero ne usciva non poco sminuita la stessa dignit imperiale, non solo per effetto della rinuncia al diritto di conio, ma anche, ad esempio, in conseguenza della promessa di non edificare citt e castelli nei territori dei principi senza il loro assenso. Erich Klingenhfer ha spezzato una lancia a favore di Federico, sostenendo che i privilegi non erano poi cos iniquamente distribuiti, che l'imperatore riacquist qualcosa di ci che aveva perduto e, soprattutto, che riusc a conservare la sua posizione di fonte della legge: non muoveva foglia che Federico non volesse. Troppo si  insistito sulle concessioni dell'imperatore e troppo poco su ci che ottenne in cambio: il riconoscimento della sua sovranit. Non fu la totale "abdicazione" di cui era convinto Barraclough; la Corona ne ricav potenziali vantaggi, che per avrebbero potuto realizzarsi soltanto perpetuandosi la struttura di potere federale in Germania.
La dieta di Worms e la conferma di Aquileia indicano che n Federico n i baroni erano disposti a sanzionare la politica di Enrico (Settimo). Difficile dire se l'uomo fosse un opportunista, tutto teso nello sforzo di sorreggere un regime che non aveva ben chiari i suoi obiettivi, o se si attenesse a un programma che prevedeva il ritorno al controllo diretto della Corona e il ridimensionamento dello strapotere del blasone. La storia  stata generosa con Enrico, per motivi di non ardua decifrazione: quale compito pi nobile che combattere per la creazione di uno Stato germanico compatto, con un baricentro a nord delle Alpi, lontano dalla Lombardia, da Roma e dalla Sicilia, sei secoli e mezzo prima di Bismarck? Ma attorno al 1230 prevalevano considerazioni meno romantiche: un vero e proprio dilemma costituzionale, scaturito dalle precedenti zuffe tra Federico e il papato. Quando, nel 1220, aveva insistito presso i grandi elettori tedeschi affinch nominassero re di Germania il piccolo Enrico, Federico era stato certo ansioso di garantire una successione senza sussulti attraverso i cruciali anni a venire, anni di crociata e assenza in Sicilia. Idee diverse frullavano in capo al pontefice: la delega del potere regio in Germania e Sicilia a rami separati della famiglia degli Hohenstaufen, un piano reso attuabile dalla nascita di Corrado, figlio di Isabella-Iolanda di Gerusalemme. Abbiamo gi osservato come questi progetti lasciassero deliziosamente nel vago le reali funzioni di un imperatore. Quale controllo effettivo avrebbe avuto in Germania sulla volont del figlio? La risposta, inequivocabile, era stata data a Cipro, quando Federico insist che la sua alta sovranit gli conferiva piena facolt di intervento negli affari dell'isola. Pi avanti, incoronandosi a Gerusalemme, aveva annunciato a chi aveva orecchie per sentire che l'imperatore era il vessillifero della pace; e nella legislazione siciliana aveva pi volte ribadito la sua condizione ad un tempo di imperatore e di re di Sicilia. Sugli augustali del 1231 compariva la dicitura AVGVSTVS IMPERATOR, pur essendo le monete destinate ad uso interno. Indicendo una dieta a Ravenna per il novembre del 1231, l'imperatore mise in rilievo che l'assemblea avrebbe dovuto recar pace e prosperit a tutto l'impero, in particolare alla travagliata Italia. Va da s che un obiettivo cos ambizioso non si riduceva a una questione di primato morale, dovendo la pace in quei tempi bellicosi venire imposta. Detto in altro modo, l'autorit imperiale non poteva librarsi eterea sopra la testa di Enrico (Settimo). L'imperatore doveva avvalersi dei propri poteri correttivi se giudicava che il figlio (praticamente un estraneo, dopo cos lunga separazione) stesse mandando a carte quarantotto i delicati rapporti in Germania tra la potente lite nobiliare e una monarchia erosa. Il primo passo da fare se si voleva rinvigorire la monarchia tedesca era proprio evitare uno scontro frontale con la nobilt. La lontananza non fece che confermare Federico nella sua idea. L'impegno profuso in Italia e nella crociata sarebbe risultato inutile se gli indisciplinati principi teutonici avessero bloccato l'imperatore in una lotta di potere a nord delle Alpi.
Siamo insomma in presenza di un mutamento di indirizzo, determinato forse pi da esigenze politiche che da enfatiche teorie di monarchia universale. Sino al 1220 Federico aveva coltivato l'idea di dedicarsi sostanzialmente al settore germanico, in gran parte perch le entusiastiche accoglienze della prima ora l'avevano tratto in inganno. Le successive esperienze siciliane gli rivelarono che la realt di una burocrazia centralizzata e di una tradizione di governo autocratico, nel solco bizantino-normanno, era un mezzo di garantire l'osservanza dei diritti regali pi efficace di una consuetudine di lealt nei confronti di un sovrano assente. Del tutto diversa era la prospettiva di Enrico (Settimo), maturata solo ed esclusivamente su suolo tedesco. Egli era impaziente di misurarsi con i grandi feudatari, un po' per spavalderia e un po' per la concretezza della sua rete di appoggi: la Svevia e un certo numero di citt. Gli si pu rimproverare una macroscopica sopravvalutazione della limitata capacit della Corona di resistere alle richieste dei baroni - tanto pi essendo il re un giovincello che poteva essere contrapposto a un padre carismatico.
Federico Secondo reag alla tensione tra il figlio e i principi tedeschi innalzando il vessillo della riconciliazione, alla dieta di Ravenna. Sotto certi aspetti la nuova adunanza era un tentativo di rifinire l'opera iniziata a Cremona nel 1226. Ancora una volta i Milanesi e i loro alleati optarono per il blocco dei valichi alpini piuttosto che rischiare l'annuncio di una legislazione pregiudizievole (che in realt non poteva essere nei disegni dell'imperatore) o l'arrivo di forze germaniche esorbitanti. Avendo convocato Enrico (Settimo),  assai probabile che Federico vedesse nel raduno soprattutto un'occasione per ridurre alla ragione il figlio. L'opinione corrente vuole che Enrico paventasse la collera paterna e decidesse di restarsene lontano; stazionava ancora in Germania, in quel di Hagenau, quando la conferenza ebbe inizio (Natale 1231). Non si pu comunque escludere che Enrico sia stato informato dello sbarramento dei Lombardi: una scusa per non scendere a sud e rischiare la cattura ad opera dei nemici di Federico. Nel frattempo i peggiori timori dei Lombardi parvero prender corpo quando la dieta decret il bando imperiale a Milano e ai suoi sostenitori, dando apparentemente ragione a chi pensava che scopo recondito fosse la soppressione delle libert comunali. Ipotesi pi probabile  che il bando fosse l'irata reazione di una corte imperiale profondamente amareggiata per il rinnovato blocco delle Alpi. I Lombardi avevano, per cos dire, dettato l'ordine del giorno dei lavori.
L'assenza di Enrico era in qualche modo compensata dalla partecipazione dei suoi "ministeriales". Senza dubbio presentarono le sue scuse, ma il fatto che fossero riusciti, insieme a qualche barone sparso, a forzare il blocco gett una lunga ombra sul comportamento di Enrico. Quasi non bastasse, era evidente che a Ravenna si andavano addensando le critiche per l'esplosiva situazione in Germania. L'imperatore colse l'opportunit per invitare i cortigiani giunti alla dieta a riferire al figlio che era atteso ad un secondo raduno, da tenere in primavera a Aquileia; per parte loro, i principi tedeschi si premurarono di incalzare i "ministeriales", sottolineando la necessit che Enrico agisse d'intesa con Federico.
Enrico dovette quindi dirigersi alla volta di Aquileia, che raggiunse nel maggio 1232. Qui, pare l'imperatore l'abbia rimproverato per due ragioni. In primo luogo la sua condotta in Germania poneva a repentaglio l'accordo tra monarca e feudatari siglato da Federico prima del 1220. Ma, quel che pi contava, Federico rinfacci al figlio l'usurpazione di diritti che competevano esclusivamente all'imperatore: diritti che venivano sperperati in favore delle citt tedesche e dei seguaci di Enrico. Pu anche darsi che Federico sospettasse il figlio se non di una cospirazione in atto, quanto meno della capacit di ordire un complotto contro di lui (ad esempio, nel caso di un nuovo dissidio con il papato). Queste accuse sono deducibili dalla descrizione che lo stesso Enrico rese del giuramento cui lo costrinse il padre a Aquileia onde evitare una punizione esemplare. Enrico si impegn a difendere le prerogative e la reputazione dell'imperatore, a non danneggiarne la persona o le propriet, e a disfarsi di quei consiglieri che l'avevano fatto scivolare su una china pericolosa. I baroni tedeschi erano garanti della sua buona condotta. In mancanza, Federico si riservava la facolt di deporlo; n Enrico avrebbe potuto ricusare il giudizio dell'imperatore. Degno di nota  il coinvolgimento della nobilt germanica. Abbiamo motivo di supporre che Enrico contasse qualche autorevole difensore - non certo in ammirato omaggio di quanto aveva saputo dimostrare in passato, ma per l'acuta percezione che il potere del "sangue blu" era legato ai sottili giochi d'equilibrio tra un sovrano degradato in Germania e un volitivo imperatore che era consigliabile tener lontano. La professione di lealt dei feudatari era dunque ipocrita, ma Federico, evidentemente soddisfatto di aver ammansito il figlio, era preparato a venire incontro ai loro desideri. Abbiamo notato qualche pagina addietro che si affrett a confermarne ed estenderne i privilegi entro la Germania, financo a detrimento della potest regia. Quest'accondiscendenza rappresent per Enrico (Settimo) l'insulto finale, ma pu essere anche spiegata dall'intenzione dell'imperatore di rimandare a tempi migliori il ritorno in Germania. La ribellione lombarda e il governo della Sicilia lo impegnavano a fondo. Gli affari del "regnum" lo incalzarono persino a Ravenna e Aquileia: ad esempio il cronico problema dei rapporti con Genova e con Venezia (a quest'ultima, nel 1232, erano state concesse ampie facilitazioni commerciali da Federico in persona che, in viaggio verso Aquileia, aveva fatto tappa in citt).
L'imperatore infatti, pur rinunciando a un'intromissione diretta nelle cose tedesche, continuava con tenacia a perseguire uno degli obiettivi tradizionali dei re dei Romani: la pacificazione delle terre dell'Alta Italia, tecnicamente unite alla Corona germanica. Una zona dove Enrico, nonostante la sua elezione a re dei Romani, ancora non era riuscito con la sua politica ad aggiungere altra confusione a quella stratificata. Per lo meno direttamente: impensabile che i Lombardi non fossero ringalluzziti dalle difficolt che sobbollivano a nord delle Alpi; il potere imperiale non era saldo come roccia. E Enrico, come dimostrarono gli eventi, era fatalmente attratto dalla confusione italica.

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2.

Non  il caso di supporre che la solenne promessa estortagli a Aquileia rabbonisse il risentimento di Enrico per la strategia del "guanto di velluto" adottata dal padre in Germania. Era pi umiliante essere castigato dall'imperatore o ridursi al rango di un semplice esecutore di ordini impartiti da un uomo sempre pi estraneo alla situazione della Germania? Un dilemma difficile da sciogliere, ma per il momento occorreva piegarsi al diktat dell'imperatore. I principi beneficiarono della mansuetudine di Enrico, esercitando influenza a corte e incamerando una cascata di esenzioni. N i prelati n i baroni laici ebbero vero motivo di lamentarsi della condotta del re nel 1233-34; "ergo", non poterono accusare l'imperatore di ingerenza; "ergo", Federico pot muoversi con maggior disinvoltura nell'Italia settentrionale, identificata sia da lui che dal pontefice con il focolaio di disordini pi pericoloso. Poich l'Italia ebbe notevole incidenza sui rapporti tra Federico e Enrico, mi pare opportuno girare attorno alle intricate complessit della politica lombarda per concentrarci sul ruolo svolto da Enrico (Settimo) nelle vicende tedesche e italiche del 1233 e 1234.
Sarebbe comunque esagerato immaginare una nobilt schierata compatta dietro il suo sovrano riveduto e corretto. Enrico, inquieto per le ambizioni del nuovo duca di Baviera, Ottone, sferr contro di lui un'offensiva su larga scala nel 1233; il ritorno alla normalit avvenne quando il figlio di Ottone venne consegnato alla corte in pegno della buona condotta paterna. Tutto ci presuppone che il duca avesse leso i diritti di Enrico, di Federico o di qualche maggiorente, esponendosi ad una generale disapprovazione della sua arroganza. Abbiamo motivo di pensare che gli abusi riguardassero i possedimenti svevi degli Hohenstaufen, poich Enrico attacc anche alcuni vassalli della cui lealt era alquanto dubbioso. Sua intenzione era conservare o restaurare l'ordine nel cuore delle propriet di famiglia, ma puntuali si ripresentarono le antiche difficolt: i vassalli svevi, come i conti di Hohenlohe, dovevano in ultima analisi obbedienza a Federico Secondo, signore feudale del loro sire, e fu a lui in persona che si appellarono, nell'Italia del Nord; ebbero buon gioco a porre in risalto le "offese" di Enrico che sembravano contravvenire alla sostanza del giuramento reso a Aquileia, ovvero gli editti emanati a favore dei principi in assenza di Federico. D'altra parte, le campagne nel Sud della Germania erano state intraprese da Enrico proprio per difendere i suoi beni nello spirito di Aquileia; il giovane re era dibattuto tra due interpretazioni plausibili sui suoi doveri in Germania. Aquileia non aveva risolto l'annoso problema di un'autonomia messa continuamente in forse dalle dirette imposizioni paterne o dalle istanze alla superiore autorit imperiale.
V'era comunque una soluzione che tagliava la testa al toro. Enrico poteva tentare di chiamare a raccolta la Germania contro il suo stesso genitore. Le prospettive erano infauste, considerato il malcontento diffuso tra l'alta nobilt; poteva per contare sul sostegno dei "ministeriales" e dei cittadini, beneficiari in passato delle sue azioni, nonch di un certo numero di vescovi (di Augusta e di Worms, fra gli altri), per ragioni alquanto oscure - in quel periodo l'imperatore non poteva essere accusato di insidiare il papato, dimostrandosi anzi volenteroso nel collaborare. Pare assodato che l'idea della ribellione sia stata presa in esame durante un convegno organizzato a Boppard nel 1234. Ma si poteva parlare di ribellione? Enrico e i suoi supporter erano convinti che si trattasse semplicemente di difendere il re eletto dei Romani. Ma nei confronti di chi? Un re eletto dei Romani. Sorprendenti sono le analogie con le complessit costituzionali di un altro dei travagliati regni di Federico, quello di Gerusalemme. Contro Enrico erano per schierati alcuni dei principi di pi alto rango, come Ottone di Baviera, con relativo accompagnamento di vassalli e "ministeriales". Un conflitto tra le due fazioni si sarebbe risolto in ultima analisi in una maligna guerra civile tra chi deteneva il potere in Svevia e i grandi feudatari, tra i quali solo il duca d'Austria inclinava dalla parte di Enrico. La decisione di Enrico di prender le armi poteva appena scalfire Federico, tuttora a sud delle Alpi, non essendo appoggiata da chi, citiamo Gregorio Nono, avrebbe potuto esercitare pressioni sull'imperatore. La rivolta sembrava tutt'al pi destinata a riportare ancora una volta la Germania alle rivalit intestine dei giorni di Ottone Quarto e Filippo di Svevia. Con tanti saluti all'immagine di Federico quale restauratore della monarchia tedesca. Alla data del 1234 la visione che egli aveva del suo futuro regno era stata gravemente offuscata dai sospetti e dall'avversione per il padre assente.
Si pu supporre che Enrico temesse di essere spodestato in favore del fratellastro Corrado, n si pu escludere che Gregorio Nono fosse sollecitato dall'idea di porre sul trono un bambino (Corrado era nato nel 1228) in attesa di rintracciare una nuova consorte, e quindi potenzialmente un nuovo erede, per il doppiamente vedovo Federico. A questo figlio putativo sarebbe toccata la Sicilia al posto di Corrado, lasciando Enrico a bocca asciutta.
La propensione di Gregorio a conformarsi ai piani di Federico per la Germania  specchio fedele della sua debolezza nel 1234, faticando il pontefice a riprendersi dalla vittoria dell'imperatore nel Meridione e ad accettare la scomoda realt dell'esilio dalla turbolenta Roma - un fatto ricollegabile ai suoi infelici tentativi nel 1228-29 di mobilitare i Romani contro Federico. Per di pi, le citt lombarde si andavano dimostrando refrattarie agli eserciti imperiali quanto lo erano alle minacce del papa e persino, come vedremo tra poco, ai suoi tentativi di mediazione. Gregorio nel 1234 era conscio di aver poco da guadagnare prendendo posizione in favore dell'uno o dell'altro dei contendenti ed  anzi probabile che fosse allineato sulle posizioni di Federico in merito a un paio di punti che gli stavano particolarmente a cuore: la necessit di ostacolare il diffondersi dell'eresia in Italia e nell'impero (oggetto dei provvedimenti legislativi dell'imperatore in Sicilia nel 1231, e in Lombardia e Germania qualche anno appresso); e la convenienza di conservare libert d'azione in Germania al suo inquisitore domenicano Corrado di Marburgo, una delle figure pi rivoltanti del Tredicesimo secolo. La possibilit di Corrado di agire dietro le quinte suscit presso la corte di Enrico nel 1233 un allarme che la sua morte violenta, il 30 luglio 1233, anzich affievolire rese ancor pi concitato. Gregorio a quella data aveva infatti ormai rivolto i suoi strali contro quei signori tedeschi, non escluso lo stesso Enrico, che empiamente si erano opposti all'estirpazione dell'"errore". Anche la Lombardia era considerata un covo di eretici e il papa non esit a scagliare bolle di scomunica sulle citt che pur andavano protestando la propria lealt alla Santa Sede. La lotta contro la falsa fede aveva la priorit. I catari esuli dal Sud della Francia, gi vittime di una crociata, avevano trovato rifugio nei comuni italiani e, qua e l, il loro credo sovversivo e antimaterialista era riuscito ad attecchire nei pi diversi strati sociali.
Sintomatica dello spirito ribelle di Enrico (Settimo) fu la decisione di stringere un patto, in ostilit al padre, con la Lega Lombarda nel 1235, vale a dire con i nemici ad un tempo del papato e dell'imperatore. Alla ricerca di un patrono che interpretasse la parte cos onorevolmente recitata da Alessandro Terzo nei confronti di Federico Primo, i Lombardi questa volta erano stati costretti a scartare il pontefice. Cogliendo al volo l'occasione di intrecciare legami con un altro molesto avversario di Federico Secondo, Enrico vagheggiava per forse anche l'idea di porsi un giorno al comando delle schiere della Lega e comunque avanzava la prima seria rivendicazione di sovranit sui territori italiani per tradizione governati da un re dei Romani. Il moltiplicarsi delle provocazioni fece intendere a Federico che soltanto piombando come un falco in Germania e affrontando gli ammutinati avrebbe potuto dimostrare quanto fosse in realt inconsistente il potere di Enrico. Dopo aver invitato Gregorio a rappacificarsi con i cittadini di Roma - un'irritante guerricciola che lo distoglieva dai punti pi "caldi" del suo impero - Federico lasci in gran fretta disposizioni per la sua assenza. Allo scopo non dovette neppure entrare nel "regnum", limitandosi a indire un'assemblea a nord della frontiera, in Fano, nell'aprile del 1235. Tempo qualche settimana era salpato da Rimini, non lontano da Fano, alla volta della Germania. Sarebbe riuscito a rinnovare i miracoli di vent'anni prima, quando aveva di fronte Ottone il Guelfo, contro il recalcitrante figlio Enrico, ormai colpito dalla scomunica?

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3.

Penetrando in Germania da sudest alla testa di uno sparuto manipolo di cavalieri, Federico contava sul carisma del proprio nome. Aveva, per, deciso di muoversi con rapidit, ma soprattutto sapeva di poter fare assegnamento sulla devozione dei baroni tedeschi. Il 1235 vide l'inesorabile eclissarsi delle fortune di Enrico. Raggiunta Ratisbona, Federico tenne corte con i suoi principi, vescovi e vassalli svevi, ribadendo con fermezza l'alta autorit dell'imperatore sopra il sedizioso re dei Romani. Federico in effetti mirava ad isolare il figlio non tanto sul piano militare (l'esercito di Enrico era in attivit lungo il Reno, a Worms, alcune centinaia di chilometri pi a ovest) quanto su quello politico e diplomatico. Segno inequivocabile del prevalere di Federico fu la riuscita delle manovre volte ad agganciare l'Inghilterra attraverso il matrimonio con la sorella di Enrico Terzo, Isabella - a suo tempo presa in considerazione come sposa di Enrico (Settimo) -: notizie della buona disposizione della corte inglese raggiunsero l'imperatore a Ratisbona. Senza dubbio questa fortunata coincidenza rafforz il prestigio e il seguito di Federico: a lui, non a Enrico, si volgevano le attenzioni della Corona inglese, ostile sino a non molto tempo prima. Le connessioni guelfe dei sovrani angioini d'Inghilterra erano dimenticate.
Gli eventi precipitavano. Privi di un minimo di coesione, i ribelli facevano a gara per ripudiare ogni legame con il re dei Romani. Enrico macerava il suo corruccio nella fida Trifels, non pi attorniato da ardenti sostenitori, ma ancora paludato nelle vesti e nelle insegne dei monarchi tedeschi. Tosto scrisse al padre, supplicando un accordo che - non si illudeva - poteva significare soltanto la sua punizione, fors'anche l'esproprio in favore del fratellastro Corrado. L'incontro avvenne a Wimpfen: l'imperatore che incedeva maestoso attraverso i suoi domini, in gran pompa e ostentazione di ricchezza, accompagnato (si badi bene) dal fior fiore della feudalit di Baviera e altre regioni, cos da esprimere la realt del suo potere in Germania; e suo figlio, il re, un prigioniero, cui non restava altra alternativa che gettarsi ai piedi dell'inflessibile genitore, implorando un perdono che Federico era riluttante a concedere. Simbolica fu poi la decisione dell'imperatore di rimandare il giudizio sino a quando la ribellione non fosse stata completamente domata; la sua corte attravers il paese, raggiungendo Worms ai primi di luglio del 1235. La citt, cinta d'assedio dalle milizie di Enrico nonostante la dichiarata lealt a Federico, rappresentava uno scenario ideale per dettare le condizioni di resa. Worms non fu Canossa. Sebbene il figlio nuovamente giacesse prostrato per ore ai suoi piedi, Federico sdegn di prestargli attenzione: un monito ai sovversivi, come i Milanesi, affinch non credessero di poter essere ascoltati quando loro faceva pi comodo. L'elaborata messinscena politica continu quando, pregato dai baroni di "accorgersi" della presenza di Enrico, l'imperatore si degn infine di pronunciare il verdetto: il figlio doveva accettare di essere deposto dal trono di Germania, in modo permanente e irrevocabile, inclusa la restituzione dei simboli della monarchia, la corona e gli indumenti dei sovrani tedeschi, unica labile traccia rimasta della sua regalit. Enrico, ostinato come sempre, rifiut, dimentico della sua disperata situazione: aveva perso ogni cosa, ma doveva rinunciare anche all'onore? Simili pensieri presumibilmente si agitavano nella sua mente mentre continuava a sostenere la giustezza delle azioni compiute. Nei mesi precedenti aveva cercato di accreditarsi come il vero difensore della pace e dell'ordine in Germania, contro una nobilt prevaricatrice. La sua analisi era diametralmente opposta a quella di Federico. Non gli riusciva di ammettere di aver sbagliato; poteva soltanto aggrapparsi alla sua dignit regale, per quanto negata da tutti coloro che gli stavano intorno. La tragedia della caduta di Enrico, pari a quella che avrebbe conosciuto Riccardo Secondo d'Inghilterra un secolo e mezzo pi tardi, nasce dalla suprema certezza del sovrano di aver agito per il meglio, con piena autorit.
La migliore prospettiva di Enrico era una carcerazione sotto stretta sorveglianza. Due dei figli di Federico vissero in prigione i loro ultimi anni: Enzo, re di Sardegna, come ospite coatto della citt di Bologna, e Enrico, re di Germania, rinserrato in inviolabili fortezze dapprima a Heidelberg e in altre localit tedesche e poi nel "regnum". Dopo numerose primavere trascorse in varie segrete qua e l per l'Italia meridionale, Enrico venne infine convocato a corte nel 1242. Possiamo supporre che Federico ritenesse che il figlio avesse espiato le sue colpe; era giunta l'ora di lasciare erompere l'affetto paterno, di mostrar misericordia per il suo Assalonne. Enrico lo batt sul tempo. Stando alla versione prevalente, egli era sicuro che il padre avesse deciso di toglierlo di mezzo (erano gli anni in cui la fama della brutalit dell'imperatore si andava estendendo). Mentre cavalcava nei pressi di Martirano di Calabria, diretto alla corte paterna, d'improvviso sfugg ai suoi guardiani e spron il cavallo dove non lo avrebbero seguito: gi per un profondo, e fatale, dirupo.
In un famoso passo della lettera circolare inviata all'aristocrazia feudale siciliana per annunciare (senza particolari) la morte di Enrico (Settimo), l'imperatore sembrava lasciar libero sfogo alla piena dei sentimenti, esattamente come aveva fatto re Davide dopo la ribellione e la morte di Assalonne: "Il dolore paterno per la scomparsa del mio primogenito vince l'austera condanna; un profluvio di lacrime sgorga dal profondo del mio cuore, seppur sinora rattenuto dalla memoria dei torti che ho patito e dell'esercizio d'una rigorosa giustizia". Federico sostiene insomma che non gli restava altra scelta che spogliare il figlio del titolo e del potere, poich se ne avesse tollerato il rivolgimento contro l'imperatore o anche soltanto l'avesse punito in modo non esemplare, la legge e la pace dell'intero impero sarebbero state poste a repentaglio. Il sovrano, rappresentante di Dio in terra, doveva dispensare la giustizia con imparzialit. Senza dubbio gli sovvennero i grandi eroi romani che avevano trattato con severit ancor maggiore i figli che si erano macchiati di offesa nei confronti dello Stato. L'imperatore ordin di celebrare messe in requiem per tutto il "regnum" e presenzi ai funerali di Enrico, tragicamente acclamato come il nuovo Abramo pronto al sacrificio dell'adorato figlio Isacco. Ma non mancavano altri motivi di riflessione. Gi nel 1235 si era reso conto di avere un unico figlio legittimo, il giovane Corrado: Enrico si era squalificato da solo. Il trapasso di Enrico (Settimo) riproponeva il problema della successione all'impero, avendo il matrimonio inglese dato un frutto al momento, ovviamente, troppo acerbo: Enrico, un nome che pareva indicare il desiderio dell'imperatore di rimpiazzare l'infido primogenito.
L'unione con Isabella signific il ritorno sotto le ali protettrici degli Hohenstaufen degli ex simpatizzanti della casa di Baviera. In realt i guelfi non avevano preso partito per Enrico (Settimo) contro Federico e ne furono ricompensati nientemeno che con la riammissione nei pi alti ranghi dell'impero. Nell'estate del 1235, non molto tempo dopo che erano state celebrate le nozze, Federico Secondo assegn un ducato ereditario a Ottone di Lneburg e Brunswick, nell'intento di conferire nuovi poteri al massimo esponente dei guelfi ma soprattutto di avvincere questi ultimi, onorando Ottone in pubblico, ancor pi saldamente ad una Corona per la quale finalmente sembravano nutrire rispetto. Una splendida occasione, d'altronde, per mettere in chiaro che l'autorit dell'imperatore in Germania dipendeva dall'alleanza con i grandi feudatari e dalla fiducia riposta in essi. Tutto qui dunque il programma di Federico? Bisogna tener presente che ancora si udiva l'inquietante rumoreggiare della sollevazione lombarda. Risolta nelle sue grandi linee la spinosa questione tedesca, occorreva volgersi all'Alta Italia. Come nei momenti del trionfo siciliano, nel 1220 e 1231, Federico suggell la vittoria inaugurando alla dieta di Magonza una nuova legislazione, di portata senza dubbio pi modesta rispetto a quella siciliana del 1231 e perci giudicata da taluni storici nulla pi che un abbozzo introduttivo ad un futuro compendio di norme pi corposo e organico. L'impronta pi evidente dell'ordinamento siciliano e del tentativo di introdurre in Germania qualche elemento dell'apparato amministrativo del "regnum" si nota nella decisione di Federico di nominare un gran giustiziere che raccogliesse gli appelli dei sudditi germanici dell'imperatore - principi esclusi, beninteso, le cui dispute per consuetudine dovevano essere portate dinnanzi all'imperatore e alla dieta. Tuttavia vi  un abisso tra i giustizieri siciliani, o i loro colleghi inglesi contemporanei, con le loro ampie facolt d'investigazione e controllo, e questo alto magistrato assegnato alla Germania. Non ci si deve fare ingannare dai nomi. Un giustiziere distribuiva la giustizia; non vi sono segni che la dieta di Magonza abbia portato alla ribalta quella sorta di vicer che troviamo in Sicilia e Inghilterra a partire dal Dodicesimo secolo.
Fulcro del "Mainzer Landfriede", come la sua intestazione suggerisce (in latino, "Constitutio Pacis"),  la proclamazione e il presidio della pace pubblica. Il termine pace va inteso in senso molto lato, senza dubbio comprensivo della ribellione, come si evince da alcune frasi che Van Cleve ricollega alla recente esperienza della sommossa di Enrico (Settimo):

"Se un figlio caccia fuori il padre con la violenza dai suoi castelli o altre propriet, lo attacca col fuoco o lo depreda con scorrerie dei suoi beni, o si fa complice dei nemici del padre e vien meno al giuramento conosciuto in Germania come "Verderpnisse" attentando all'onore del padre o recandogli ingiuria o distruzione, allora quel figlio si vedr confiscare tutti i diritti d'eredit, sar condannato ad essere spogliato delle sue terre e possessi per il tempo a venire e non potr essere reinsediato n dal padre n da qualsivoglia giudice".

Ma la pace pubblica coinvolgeva anche il mai risolto problema dei diritti di conio, l'imposizione illegale di tasse nuove o inique e la conservazione della giurisdizione episcopale sulle terre del clero. La "pace" era perci l'oggetto di una legislazione preventiva, mirante a disinnescare possibili motivi d'attrito e non limitata ad una serie di provvedimenti contro la ribellione, il furto e l'esproprio (sebbene una buona met delle clausole del "Landfriede" abbiano a che fare con il diritto penale). N il "Landfriede" contiene alcunch di rivoluzionario, concretizzando piuttosto la difesa dei privilegi, in particolare dei principi, dei vescovi e dei vassalli pi potenti. La vecchia legge era una buona legge: proclamata ad un'assemblea di quegli stessi feudatari che avevano appoggiato Federico nella lotta contro il figlio, non si poteva certo pretendere che ne danneggiasse gli interessi o non ne confermasse il ruolo cruciale come baluardi della pace in Germania. Senza di loro, ogni parvenza di legalit in Germania sarebbe scomparsa; con loro, l'autorit imperiale restava una pallida ombra di ci che era in Sicilia. Dobbiamo dunque sgombrare il campo dai facili entusiasmi di chi  convinto che Federico nel 1235 ritenesse di poter in qualche modo creare un governo centralizzato e autocratico per tutta la Germania. Significherebbe cadere nella trappola di quegli storici romantici tedeschi alla caccia - pensiamo ai tempi di Weimar - di un governo arrogante che alla fine (con loro tardivo disappunto) trovarono. Nel 1235 Federico non pensava affatto a una Germania unita, bens a una nobilt tedesca concorde nel dargli appoggio. Non si illudeva certo che la Germania potesse essere paragonata alla Sicilia o all'Inghilterra. Ne fa fede la pubblicazione di testi giuridici in lingua tedesca, con l'evidente scopo di trasmettere un linguaggio comprensibile. Portare la "pace" era pi facile in vernacolo, l'idioma dei tribunali e dei contestatori, che in latino. La legge doveva essere capita e applicata. Gi a Gerusalemme Federico aveva organizzato le cose in modo che il suo discorso nella basilica del Santo Sepolcro fosse tradotto in tedesco e proclamato da Ermanno di Salza ai suoi seguaci. Federico e la sua cerchia (in particolare Pier delle Vigne) erano maestri nell'usare in modo efficace l'arte del comunicare.

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4.

Una "cause clbre" serv a illustrare ai sudditi germanici dell'imperatore gli ideali di imparzialit e veridicit cui si ispirava la giustizia. Federico venne informato del presunto sacrificio rituale di un bambino cristiano, attribuito agli ebrei di Fulda. Simili accuse, fermentate nell'Inghilterra del Dodicesimo secolo e a poco a poco, complici le innominabili pratiche che si diceva col fossero poste in atto, dilatatesi oltre i confini, erano esiziali per la sicurezza delle comunit ebraiche dell'Europa settentrionale. La Corona era direttamente interessata ad ogni problema che coinvolgesse gli ebrei tedeschi, ma l'accusa di crocifissione di fanciulli cristiani per gettare discredito sulla Passione aveva implicazioni assai pi vaste della salvaguardia dell'autorit regia. Intuendo che l'incriminazione avrebbe avuto effetti dirompenti in tutta la cristianit, Federico come prima mossa decise di formare una giuria di nobili laici ed ecclesiastici che facesse luce sulle imputazioni a carico degli ebrei. L'indagine si configurava perci come un capo d'accusa non contro una singola comunit, ma contro tutta la collettivit ebraica. Va a triste testimonianza della capacit e dei pregiudizi dei membri del tribunale il fatto che non siano riusciti a esprimere un'unanime condanna della calunnia. Di conseguenza Federico scrisse ai vari sovrani cristiani europei, incluso Enrico Terzo d'Inghilterra, chiedendo loro di inviargli dei convertiti che avessero dei costumi e delle fonti ebree la conoscenza necessaria per pronunziare una sentenza. La tesi era che i convertiti non avrebbero avuto motivo di difendere il giudaismo, mentre gli improvvisati giudici erano completamente digiuni della letteratura religiosa degli ebrei. Il monarca inglese, fondatore della "Domus Conversorum" di Londra, mand due apostati e le indagini che questi svolsero insieme ai loro colleghi dimostrarono in modo conclusivo che la legge giudaica considerava un abominio qualsiasi forma di sacrificio umano. Questo riferirono all'imperatore, la cui risposta fu altrettanto incisiva: l'emanazione di un privilegio in favore degli ebrei (luglio 1236) in cui si analizzavano gli atti procedurali, si condannavano le false accuse contro gli ebrei e si poneva fuori legge qualunque nuova azione diffamatoria. A distanza di sette secoli, simili farneticazioni sono ancora all'ordine del giorno. Va altres rilevato che nel "Mainzer Landfriede" non si accennava alla protezione degli ebrei. Federico si discost dal precedente di Enrico Quarto di Germania escludendoli dalla sua dichiarazione di una pace in terra; la loro peculiare situazione di outsider in una societ cristiana necessitava di un decreto apposito. In effetti Federico colse l'opportunit fornitagli dal giudizio a favore degli ebrei per definirli "servi camere nostre", "servi della nostra camera", concedendo cos loro prerogative pi estese rispetto a quelle che avevano goduto sotto i suoi antecessori. L'applicazione pratica si rivel per un'ardua impresa, in special modo per quanto concerneva le propriet dei grandi baroni.
Il problema della tolleranza di Federico nei riguardi dei non-cristiani merita di essere approfondito in altra sede, ma non ci sembra il caso di interpretare le iniziative dell'imperatore come il prodotto di un illuminismo rinascimentale, ineguagliato tra i suoi sudditi e i contemporanei (alcuni dei quali accolsero con notevoli perplessit la notizia di un diritto "a vantaggio" degli spregiati ebrei). Nell'ambito dei sovrani contemporanei, l'omonimo Federico Secondo, duca d'Austria, sui cui legami con Enrico (Settimo) ci siamo a suo tempo soffermati, accord speciali agevolazioni agli ebrei per indurli a stabilirsi sul suo territorio; la comunit ebraica di Vienna deve le sue origini a questo patrono di Babenberg. Innocenzo Quarto, un papa il cui pontificato fu dominato dalla lotta contro gli Hohenstaufen, condann le voci infondate di olocausto esprimendo al contempo apprezzamento per chi nelle piazze di Parigi aveva dato alle fiamme i manoscritti del Talmud. In realt il Talmud fu uno degli strumenti principali utilizzati per difendere gli ebrei dalle accuse in Germania; ciononostante la Chiesa era sempre pi incline a considerarla un'opera che aveva trasformato il giudaismo dalla religione dell'epoca del Tempio in una dottrina eretica. Da notare che le lettere in cui Innocenzo scagiona gli ebrei dalle infamie loro attribuite sono rivolte contro la Germania una decina d'anni dopo il gran giur di Federico. Tutto sommato, le deliberazioni dell'imperatore avevano lasciato indifferente l'alto baronaggio, che, credesse o meno alle colpe di cui si diceva si fossero macchiati gli ebrei, continu allegramente a depredare l'inerme comunit approfittando della lontananza del suo protettore.
Anzich lasciarci trascinare da un facile entusiasmo per l'indulgenza e la lungimiranza di Federico, ci sembra opportuno trarre dall'incidente di Fulda qualche utile conclusione. L'imperatore non si fece sfuggire l'occasione di dimostrare ai suoi sudditi tedeschi e al mondo intero l'attuazione di una giustizia imparziale, l'elargizione della "pax" non soltanto ai cristiani ma a tutti coloro che, in quanto servi della camera reale, erano interamente alla sua merc. Con ogni verosimiglianza, sin dall'inizio non prest fede alle accuse; l'energia che profuse nel caso lascia intendere quanto fosse restio ad accettare acriticamente la testimonianza dei denigratori degli ebrei. Un atteggiamento cui non  forse estranea l'educazione ricevuta in Sicilia, una regione dove la presenza di un non-cristiano suscitava certo poca meraviglia (Federico incoraggi anche, sia pur con qualche riserva, nuovi insediamenti ebrei in Sicilia). La richiesta di convertiti in grado di dipanare l'ingarbugliata matassa nascondeva altres una buona dose di curiosit. Federico non era interessato esclusivamente all'esito finale, cio alla fondatezza o meno delle accuse, ma anche alle finestre che le indagini avrebbero potuto aprire sul mondo chiuso (per lui) del patrimonio culturale ebraico. Poco, di fatto, sapeva del giudaismo: una volta chiese a un filosofo ebreo se i complessi rituali di purificazione della giovenca rossa, descritti nella Torah, non traessero origine dalle pratiche religiose indiane - una domanda che denuncia un interesse per altre fedi e culture del tutto insolito anche nelle terre di confine cristiane di Sicilia e Spagna. Infine, su un piano molto diverso, gli faremmo grave torto ipotizzando che non fosse consapevole dei problemi di ordine pubblico che si sarebbero manifestati ove il verdetto fosse stato contrario agli ebrei.
Che l'imperatore non fosse quel libero pensatore, quell'uomo eccezionale che generazioni di storici, anche a lui contemporanei, hanno voluto collocare a fianco di Mos, Ges e Maometto, risult chiaro un paio di mesi prima della decisione in favore degli ebrei. Federico volle presiedere alle cerimonie per la traslazione di una nuova santa, Elisabetta di Turingia, al suo reliquiario nella citt di Marburgo. Memore di quando a Aquisgrana si era unito agli uomini intenti a dar nuova sepoltura al corpo di Carlomagno, a Marburgo, sfolgorante nelle sue vesti regali, aiut a collocare le spoglie della santa in una tomba placcata d'oro e d'argento, attorniato dai suoi baroni e da uno stuolo di centinaia, se non migliaia, di sudditi devoti. Ad un certo punto il cranio di Elisabetta venne rimosso e sormontato con una corona, dono dell'imperatore; tutto l'insieme fu poi introdotto in un calice, pur esso offerto da Federico; possiamo ammirarlo ancor oggi, a Stoccolma.
Ma chi era mai Elisabetta di Turingia? La risposta a questo semplice interrogativo ci pu fornire qualche lume sul significato di ci che andava accadendo. Elisabetta era la vedova di un ex collega di Federico, quel medesimo landgravio di Turingia ammalatosi e deceduto al largo di Brindisi durante il primo tentativo dell'imperatore di recarsi in Terra Santa. Era dunque moglie di un suo cugino di secondo grado. Alla morte del consorte, aveva condotto una vita di torturante piet che ben presto aveva avuto ragione della sua debole fibra. In una lettera all'amico Elia da Cortona, ministro generale dell'Ordine francescano, Federico sottoline i suoi rapporti di parentela con Elisabetta; e il desiderio di acquisire alla casa imperiale, sia pur attraverso l'adozione della moglie di un secondo cugino, una santa e un centro cultuale deve aver contribuito non poco al patrocinio dell'imperatore. N si pu escludere che Federico l'avesse conosciuta di persona. Ma accanto al desiderio di dar lustro alla sua dinastia e all'impero romano coesistono obiettivi pi consoni all'umilt. La "santa devozione" lo vincolava, come confess a Elia da Cortona, a portar rispetto ai resti di santa Elisabetta. Forse il fascino di un'esistenza di maceranti privazioni, di rinuncia alle cose terrene: spiritualit associata a una povert volontaria, un'immagine della Chiesa ben diversa da quella offerta da pontefici votati alla politica e vescovi malfidi.
A volte gli storici sono per un po' sempliciotti. Dobbiamo credere che Federico Secondo potesse ignorare il trasferimento di una santa che di recente era stata canonizzata in Germania, con la quale (o con il cui marito) aveva intrattenuto rapporti, tenendo per giunta presente che alla cerimonia avrebbero assistito numerose famiglie altolocate, inclusa quella di Turingia, per non parlare dei prelati pi autorevoli di Germania? Federico non poteva trascurare una simile occasione. Il suo posto era davanti a tutti, persino ai figli viventi della santa. E incoronando Elisabetta, incoron una volta di pi se stesso, per traslato, come vero sovrano di Germania.
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FINE Parte 2.

